Galli della Loggia: “Da Craxi al governo Moro: ecco le occasioni perse dalla politica”

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Ernesto Galli della Loggia nel suo libro “Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica” incrocia la storia d’Italia attraverso la sua biografia

Professor Ernesto Galli della Loggia nel suo libro “Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica” (Il Mulino, pp. 355, 24 euro) è centrale il tema del cambiamento. Cambiare idea è inevitabile, ma perché nel nostro Paese viene considerato un tradimento?

“Ciò è dovuto all’egemonia culturale prodotta da una politica ideologizzata che in maniera manichea ha diviso il mondo tra il bene e il male assoluto. Il marxismo ha aperto la strada a questo meccanismo, il resto l’ha fatto lo storicismo. Se la storia va verso la nostra parte, chi la pensa diversamente da noi va contro la storia. E per farlo deve avere degli interessi materiali particolari, altrimenti non si giustifica la cosa. A ciò, nel secondo dopoguerra, si è legato anche un processo di idealizzazione positiva della triade Resistenza-Repubblica-Costituzione con una forte caratura etica. Chiunque osasse criticare qualcosa di questa triade si poneva automaticamente fuori, e quindi da un punto di vista morale tradiva”.

A proposito del cambiamento del sistema politico italiano, lei indica nel volume due grandi occasioni perse. Una, all’inizio degli anni ‘60, col primo centrosinistra e il fallimento del riformismo di Aldo Moro. La seconda con Craxi, negli anni ‘80, soprattutto per un generale ostracismo – in particolare del Pci – nei confronti del leader socialista.

“Sì, credo che quelli siano stati due snodi fondamentali in cui i principali protagonisti, la Democrazia cristiana, il Pci e il Partito socialista, paralizzarono la modernizzazione del nostro sistema politico. Nel primo caso i socialisti, bloccati da ‘un vorrei ma non posso’, persero l’opportunità col Governo Moro di incidere davvero sul piano delle riforme. Dal lato della DC, gli errori furono tutti addebitabili ad Ado Moro che, troppo spaventato da questa alleanza di centrosinistra, mise il freno a qualsiasi tipo di vera riforma. E, infine, i comunisti – sia negli anni ‘60 che negli ‘80 – non capirono la reale portata storica del momento e non seppero elevare il livello della loro azione oltre l’allarme sull’incombente fascismo. Quanto al tentativo di Craxi, il suo errore fu, dopo aver indicato la strada della grande riforma, metterla da parte e, in più, dopo l’87 non saper cogliere il momento per un’apertura alta e generale al Pci che avrebbe potuto creare le basi di un grande polo di sinistra riformista”.

Il suo libro incrocia la storia d’Italia attraverso la sua biografia. Lei ha spesso sollevato il tema dell’egemonia culturale della sinistra e del Pci nella vita del Paese. Quali le cause?

“I comunisti sono stati i più bravi – per merito di Togliatti – a scegliere di puntare sulla cultura. Dal cinema, ai giornali, alla radio: hanno capito che quelli erano gli strumenti per condizionare la società ed esercitare il loro potere. Prima c’era stato il fascismo e la cultura di orientamento liberal-democratico era già stata messa in crisi. Il primo esodo degli artisti e degli intellettuali avvenne allora. Dopo la fine della guerra ci fu il secondo. Questa volta verso il Pci, che aveva capito prima e più degli altri l’importanza di quell’elemento”.

Perché in Italia per gli intellettuali è stato cosí difficile fare i conti veri prima col fascismo all’inizio del secondo dopoguerra e poi, dopo il 1989, col comunismo?

“Col fascismo doveva fare i conti tutta la società. Ci occupiamo degli intellettuali perché scrivendo lasciano tracce con i loro testi, ma erano in tanti ad avere qualcosa da farsi perdonare e fu così che tutti si perdonarono tra loro. Nel libro racconto il caso emblematico di Guido Leto – capo della famigerata Ovra, la polizia politica fascista – che, dopo ‘incredibili vicissitudini’ tra la caduta del fascismo e la fine della guerra, nel 1951 tornò tranquillamente alla sua brillante carriera nella polizia dell’Italia repubblicana. Cosa diversa fu, invece, col comunismo. Venne posta una netta distinzione tra quanto avvenne in Italia e quello che successe in Urss. C’era un velo di silenzio sulla realtà sovietica, tanto i comunisti italiani erano diversi. Questo permise di distinguere e “non vedere”.

Come stanno gli intellettuali in Italia oggi? Tutti rifugiati nel “privato”?

“Semplicemente non contano più. Non hanno un ruolo di rilievo nella società e per questo non prendono più la parola come avveniva nel passato. E’ un bene, forse. Finalmente conquistiamo la normalità. Una normalità grigia e fatta di silenzio. Il clima è cambiato, anche perché non ci sono più le ideologie al centro della scena”.

Nel testo pone una distinzione tra l’uso politico e la vocazione pubblica della storia. Molti i casi di sfruttamento a fini politici e culturali di falsificazioni della storia. Come giudica il dibattito sulla cosiddetta post-verità, in cui secondo qualcuno non è vero ciò che è vero ma è vero ciò che è virale?

“E’ una corbelleria. Non esiste dibattito. Non ci sono parole. E’ una cosa che non esiste la post-verità”.

Sono passati 17 anni dalla morte di Craxi. Nel suo libro lei dedica pagine importanti al tentativo (e agli errori) della sua riforma del sistema politico italiano. Siamo pronti per un dibattito maturo su quell’argomento o anche qui prevalgono elementi di tipo morale nel giudizio?

“Mi sembra che non siamo pronti per un dibattito maturo. O meglio: anche in questo caso prevale la doppia verità. Chiunque si approcci in maniera seria e approfondita al tema, pensa che quello sia stato un tentativo positivo di cambiare il sistema politico. Poi però nessuno lo dice in pubblico o lo scrive, perché sulla figura di Craxi ancora prevale solo l’elemento giudiziario. In questo caso l’egemonia culturale è di chi ha elevato a unico criterio di valutazione non la storia e la politica, ma la fedina penale delle persone, anche perché, forse, non si possiedono gli strumenti culturali ed intellettuali per approfondire alcuni fenomeni”.

Non si può negare che uno degli ultimi tentativi di cambiamento del sistema politico italiano sia stato quello di Matteo Renzi, naufragato nelle urne del 4 dicembre. Lei scrive: “Cambiare è stato un tabú nella Prima Repubblica, per poi diventare un mantra senza effetto nella Seconda”. Dobbiamo rassegnarci all’impossibilità della politica di cambiare il Paese dalle fondamenta?

“Rassegnarsi mai. Dovremmo però smetterla di dirlo e provarle a fare davvero. Non torno sugli errori e le insufficienze di Matteo Renzi. Certo è che per molti anni sarà difficile che qualunque politico si avvicini di nuovo al tema delle riforme di sistema. Ma è sbagliato, perché questo Paese ha il disperato bisogno di farle. Non possiamo neanche dire che in alternativa rischiamo il declino, perché già ci siamo dentro con tutti i piedi. Bisogna intervenire per evitare che il declino ci travolga del tutto”.

 


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