Galli della Loggia: “Caduto il Muro va in crisi l’Europa, non il mondo”

Politica
(GERMANIA) BERLINO 31/12/1989  :IL MURO ALLA PORTA DI BRANDEBURGO  -  © GRAZIANO ARICI / GEO

L’editorialista del Corriere della Sera: “Venuto meno il pericolo sovietico si è visto che non c’era altro a tenere insieme politicamente il Vecchio Continente”

I l dibattito sugli effetti del 1989, aperto sull’Unità dal – l’ampio saggio di Biagio de Giovanni, ha ruotato finora attorno ai concetti di fine della storia, affermazione più o meno contrastata del modello occidentale, globalizzazione (sempre intesa come estensione di quel modello, almeno potenzialmente, al mondo intero). Del resto, non da oggi, la discussione verte generalmente su quanto quella lettura, prevalsa largamente negli anni novanta, sia stata inficiata dall’11 settembre, dall’emerge – re del radicalismo islamico e di altre potenze, insomma di un mondo meno uniforme e unipolare di quanto allora poteva apparire. Ernesto Galli della Loggia, storico dell’età contemporanea e editorialista del Corriere della sera, preferisce però prendere la questione da un altro verso. «Distinguiamo – ci dice – a me sembra che l’Europa abbia un destino molto particolare, e da questo punto di vista il bel saggio di de Giovanni non mi convince del tutto, perché mi pare abbia un approccio troppo generalizzante, tendente a estendere al mondo problemi che sono specificamente europei».

Quali, professore?

«Ad esempio, la crisi del politico: non la vedo in Cina, né in India, e sinceramente nemmeno negli Stati Uniti. Cambiamenti delle coordinate della politica, sì, certamente. Ma è un altro discorso. Il fatto è che l’Europa pensava, dopo l’89, di riprendere il ruolo che aveva avuto nel mondo prima del ’4 5, ma si è visto che così non è stato».

Per quale ragione?

«Perché l’Europa, dopo il ’45, se aveva un brandello di identità, era solo in chiave antisovietica. Finito il pericolo sovietico si è visto che non c’era nient’altro a tenerla in piedi. Insomma, quello che voglio dire è che il problema del Vecchio Continente è molto particolare e dilatare su scala mondiale le sue difficoltà non credo sia utile. La verità, piuttosto, è che nel mondo è successo qualcosa che ha sottolineato l’inadeguatezza europea».

Che cosa?

«È successo che hanno preso il sopravvento nuove spazialità. La profezia di Samuel Huntington sullo scontro delle civiltà si è rivelata straordinariamente azzeccata, nonostante un certo snobismo con cui è stata guardata dall’intellettualità europea progressista. E in questo nuovo mondo, in cui ritorna la dimensione imperiale, della civiltà e della religione, l’Europa non sa che dire, perché non è un impero, perché è totalmente secolarizzata e perché, di conseguenza, ha perso anche la sua identità di civiltà. Pensare poi che la possa ritrovare nel diritto è illusorio, perché, come è noto, è il politico che fonda il diritto, e non il contrario ».

Su questo è d’accordo con de Giovanni, che parla di un’Europa in crisi per un deficit di politica.

«La Germania mi pare il caso più evidente di questa incapacità di pensare se stessa politicamente. Cerca, per dir così, di sgraffignare qualche punto di pil, qualche pezzo di industria qui e là, ma non riesce, anzi, neanche le viene in mente di costruire un’egemonia politica. Si accontenta della sua supremazia economica in Europa».

Non sarà anche che dopo avere imposto a tutti politiche di austerità poi è difficile costruire un’egemonia politica?

«Ma è ovvio, non si può costruire un’egemonia politica sull’austerità. Si può risanare una congiuntura, può darsi che sia necessario farlo, ma è chiaro che non è quella la base su cui si può fondare un’egemonia politica».

Tutto questo è anche la conseguenza di una certa visione della politica e della storia prevalsa dopo l’89, secondo cui alla fin fine, con la globalizzazione, il mercato avrebbe prodotto sviluppo e benessere per tutti, e la politica poteva limitarsi alle correzioni al margine. O no?

«Quello che è successo è che la globalizzazione non fonda l’univer s alismo del diritto, il regno della pace e il governo dell’Onu. La globalizzazione disarticola lo spazio mondiale. L’unificazione economica produce una disarticolazione politica».

O un ritorno della politica? Per rifare il gioco da cui eravamo partiti: nell’ex Europa Orientale la vede, la crisi del politico?

«Dal ’45 all’89 l’Europa orientale si è organizzata ed è esistita solo in funzione antioccidentale. In qualche modo in quei paesi, a causa del comunismo, il tempo si è fermato. A Praga, negli anni settanta, uno trovava ancora, in certi bar polverosissimi, le cameriere con le crestine in testa. Il tempo si era fermato, perché la modernità capitalista non era entrata. E questo vale anche per la cultura politica. Il nazionalismo ha avuto modo di rafforzarsi perché un’identità nazionale violentata per decenni dai sovietici, sotto le ceneri, ha covato un sentimento di rivalsa, e quando si sono liberati quel sentimento è tornato a galla. Insomma, ma lo dico in forma ipotetica, perché sono realtà complesse che non conosco a fondo, forse lì la crisi del politico non c’è perché c’è la politica del nazionalismo ».

Una certa ripresa di movimenti nazionalistici, sia pure in chiave diversa dal passato, si vede anche in Europa occidentale. Il che in un certo senso potrebbe rafforzare la sua ipotesi…

«Sì, certo. Ma è un’ipotesi che tra l’altro rischierebbe di portarci a conclusioni assai pessimistiche».

Quali?

«Che il nazionalismo sia l’unica cultura politica che riesce a sopravvivere in ambiente antipolitico, perché è una cultura visceralmente identitaria. L’ultima cosa a cui ci possiamo attaccare è che parliamo italiano, perché siamo italiani. Una cultura politica primordiale che proprio da questa sua caratteristica si vede assicurata la sopravvivenza » .

Non le pare un quadro a tinte troppo fosche? Non sarà che da un eccesso, l’idea della fine della storia e di un mondo interamente unificato secondo un modello di democrazia liberale valido per tutti, siamo passati all’eccesso opposto? Non sarà che poi la realtà alla fine è sempre una ragionevole via di mezzo tra questi due estremi?

«Non so, si può pensare realisticamente che la ragionevole via di mezzo sia Juncker? O la signora Merkel? Merkel che, intendiamoci, è sicuramente un abile leader politico, che però si muove solo sul terreno dell’economia. Ha provato una sortita sul terreno dell’immigrazione, ma ha subito fatto marcia indietro».

Non è un giudizio ingeneroso? In fondo ha dato una battaglia difficile che comunque ha spostato in avanti il dibattito in Europa, ha pagato dei prezzi…

«Ha pagato dei prezzi, se ne è accorta e ha smesso subito di volerli pagare. D’altra parte è vero che la questione dell’immigrazione sta cambiando tutto, in Europa, anche nello spirito pubblico ».

Mi sembra di capire che a suo giudizio non solo non è vero che dopo l’89 tutto il mondo ha cominciato a occidentalizzarsi, ma che semmai è il cuore stesso dell’occidente, l’Europa, che si sta de-occidentalizzando. O sbaglio?

«Mi sembra di sì. Intendiamoci, è vero, come diceva anche Giuliano Ferrara nella sua intervista all’Unità , che tutti vogliono partecipare in qualche modo alla festa, perché la civiltà occidentale è anche un gigantesco emporio, pieno di cose, molte delle quali sono appetitose e fanno gola. Sicuramente la Cina e altri paesi hanno preso e continueranno a prendere tante cose dal nostro modello, non solo nell’organizzazione dell’economia, ma non mi pare ci sia nessun recepimento di valori».

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