Gabrielli: “Pronti a intercettare le minacce, tante divise rassicurano i cittadini”

Roma
Il Prefetto di Roma Franco Gabrielli, in conferenza stampa all'interno della Scuola Superiore di Polizia di Stato 20 novembre 2015 a Roma
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Intervista a Franco Gabrielli: “La nostra situazione è molto diversa da quella di Francia e Belgio”

«La paura è un lusso che non posso permettermi. Quindi ogni mattina, come sempre, per prima cosa valuto le segnalazioni delle forze dell’ordine, poi leggo la rassegna stampa e da quel momento mi preoccupo di garantire a Roma di vivere la sua straordinaria ordinarietà. Sapendo che il rischio zero non esiste e la sicurezza assoluta neppure». Così vive il prefetto di Roma ai tempi dell’Isis e alla vigilia del Giubileo che espone la capitale della cristianità al massimo livello di rischio. Quando si parla con Gabrielli si ha davanti non solo un prefetto ma anche un poliziotto che nella vita è stato a lungo a capo dell’antiterrorismo – guidava la Digos di Firenze quando Cosa Nostra decise che era venuto il tempo di attaccare in continente – e guidava la Digos di Roma quando furono scardinate le nuove Brigate Rosse. Insomma, l’uomo giusto per guidare Roma in questi mesi di minaccia e pellegrinaggio.

Iniziamo dalla cronaca di oggi: un siriano organico all’Isis cercava di lasciare l’Italia con documenti falsi. L’Italia ha fama di essere retrovia logistico della macchina terroristica. E’ ancora valida questa analisi? Se si, ci fa essere un po’ meno bersaglio?
«Questo è stato valido per un lungo periodo. Adesso non ne sarei più così sicuro. La condizione del paese oggi non è più quella di vent’anni fa e la mission stessa di questi terroristi è diversa. Il dato positivo è che la nostra prevenzione presidia il territorio».

Come va il termometro delle minacce quotidiane?
«Se intende i falsi allarmi, non li prendo neppure in considerazione. C’è personale qualificato che provvede, spesso solo per scrupolo, a valutare di cosa si tratta. Posso dire che dopo i primi giorni in cui abbiamo visto veramente di tutto, episodi legati agli impulsi più disparati, dall’esibizionismo al voyeurismo, il fenomeno sta calando. Anche se temo nuove escalation con l’apertura della Porta Santa. Se intende, invece, le minacce, non risulta nulla di specifico».

Vedere così tanti militari e divise in giro, è ansiogeno o rassicurante?
«Buona la seconda. Per due motivi. Il primo nasce dal fatto che i cittadini hanno bisogno di percepire la sicurezza dove l’insicurezza nasce da due coordinate precise: degrado urbano e poche divise. Continuo appena posso a girare per i municipi, una buona prati ca iniziata subito dopo essermi insediato. Sono, credo, alla 35 esima riunione in otto mesi. Le richieste sono le stesse, prima e dopo il 13 novembre».

Rassicurante per due motivi, ha detto. Il secondo?
«Il 13 novembre ha targetizzato la minaccia: colpire la popolazione e non più il giornale blasfemo e il supermercato kosheer. È chiaro che la minaccia indiscriminata – la vera essenza del terrorismo – aumenta l’ansia, la paura e le psicosi. Ma occorre continuare a fare tutto come sempre. Lo dico come prefetto e come padre: andare avanti, abituarsi all’idea che può succedere».

Prevenzione e intelligence stanno facendo tutto il possibile?
«Stanno facendo di tutto per ridurre il rischio. Nelle condizioni date, però, ovverosia che la sicurezza totale non esiste».

Più di quello che hanno fatto in Francia e in Belgio?
«Non voglio indulgere troppo nelle rassicurazioni, ma il livello della minaccia e del rischio da noi sono diversi. Per quello che riguarda la minaccia interna, diversamente da Francia e Belgio, non scontiamo una tradizione coloniale; abbiamo una presenza di cittadini musulmani assai inferiore, un milione e 600 mila contro i sei milioni della Francia; non abbiamo ancora – sottolineo ancora – enclavi etniche separate da città e, soprattutto, siamo più preparati e capaci- anche per quello detto prima – ad intercettare la minaccia».

Intende dire che se qualcuno si fa crescere la barba più del dovuto, il maresciallo lo viene a sapere?
«Intendo dire che la presenza sul territorio delle nostre forze dell’ordine è capillare con un buon controllo del territorio. Abbiamo una lunga e validissima tradizione investigativa nell’antimafia e nell’antiterrorismo».

E se la minaccia viene da fuori?
«Vorrei ricordare l’importanza del ruolo e del profilo per lo più umanitario che hanno le nostre truppe impegnate all’estero in teatri di guerra. Questo è un elemento che può fare la differenza. Nel 2005, dopo gli attentati a Londra, emerse dalle indagini che nelle fasi dell’addestramento i groomer aizzavano l’odio dei giovani mujaheddin mostrando i video di certi comportamenti non proprio ortodossi da parte delle truppe inglesi in Iraq e Afghanistan».

Quindi è saggio, sotto il profilo della sicurezza interna, non aderire al cartello franco-russo-tedesco e ai bombardamenti in Siria? 
«Non sarebbe onesto dire il contrario. Ed è altrettanto sbagliato fare classifiche su quale paese sia più o meno impegnato nella lotta contro l’Isis. Abbiamo più di cinquemila militari nelle missioni all’estero. Il punto è il profilo operativo di questi militari».

Prefetto, faccia pure gli scongiuri. Cosa succede l’8 mattina se esplode uno zainetto in metropolitana alla stazione Termini?
«Abbiamo molto lavorato sulla pianificazione dei dispositivi di intervento in caso di attacco convenzionale e non. Abbiamo fatto addestramenti e prove generali. Sappiamo cosa fare e come farlo. Ci sono squadre speciali antiterrorismo addestrate pronte ad intervenire. Si tratta di dispositivi anche numerici molto importanti. Il punto resta sempre la prevenzione, e sotto questo profilo può essere di grande aiuto anche la magistratura. E, qualora non funzioni la prevenzione, sarà importante la riduzione del danno»

Cosa intende?
«A Parigi i commando si sono mossi dallo Stade de France, dove i filtri di sicurezza hanno funzionato perfettamente, al Bataclan in assoluta libertà. Senza trovare ostacoli. Questo deve essere impedito».

Le nostre forze dell’ordine hanno il necessario addestramento ?
«È stato fatto il massimo con i mezzi a disposizione. Ricordo che il comparto sicurezza ha pagato tanto, troppo, in questi anni, dal 2009 in avanti. E anche sotto il profilo psicologico, della tenuta, questo potrebbe avere conseguenze. Sulla sicurezza occorre recuperare in fretta il tempo perduto. Ogni agente in divisa è un bersaglio. E ogni mese porta a casa 1.200 euro».

Fate un blitz in un appartamento e trovate armi ed esplosivi. Lo comunicate?
«L’ordinamento del nostro Paese impedisce di tenere nascosta una notizia del genere».

Dobbiamo cominciare ad immaginare le nostre vite, in Italia, come fossimo in Israele?
«No, ed è una condizione che non auguro al mio paese. I nostri comportamenti si adatteranno via via che la minaccia si radicalizzerà e di conseguenza alzerà il livello del contrasto. E comunque oggi stiamo vivendo la stessa situazione del 2004-2005, gli attentati a Madrid e a Londra. Allora si che fu sconvolgente perchè per la prima volta ci accorgemmo che il nemico era nato e vissuto in mezzo a noi. Se l’11 settembre rappresentò la svolta per i nostri sistemi di sicurezza, il 2005 rappresentò il vero choc. Ce ne siamo dimenticati grazie a quella nostra voglia di oblio. Ma da allora ci siamo abituati in silenzio a cambiare le nostre abitudini».

Come saranno i prossimi mesi?
«Le ultime stime danno in arrivo dieci milioni di pellegrini. Numeri contenuti, un vantaggio. Ma il problema non è legato solo al Giubileo. E neppure solo ai prossimi mesi».

 

(Foto: Il Prefetto di Roma Franco Gabrielli, in conferenza stampa all’interno della Scuola Superiore di Polizia di Stato 20 novembre 2015 a Roma / Ansa)

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