Gabriella, la mamma che si finge Harry Potter per la figlia autistica

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Romana residente in Umbria, Gabriella La Rovere ha creato una casella mail con il nome del maghetto: da lì scrive tutti i giorni alla figlia Benedetta e la aiuta a crescere e a superare i problemi della vita

Dal 2013 si spaccia per Harry Potter. Si alza ogni notte alle due e da una casella di posta elettronica – intestata al maghetto inglese – scrive una lettera a sua figlia, Benedetta, 23 anni, che, tutte le mattine, aspetta con ansia le poche righe firmate dal suo personaggio preferito per raccontare se è triste, arrabbiata, impaurita o ha bisogno di aiuto.

L’autrice, di quella che Bruna Grasselli e Fabio Bocci, docenti di Pedagogia e Didattica Speciale all’Università Roma Tre hanno definito una “genialata”, è Gabriella La Rovere, 57 anni, romana, ma residente a Marsciano, in provincia di Perugia, con un passato da medico, oggi sceneggiatrice, attrice e giornalista. L’idea le è venuta a luglio di tre anni fa, dopo l’ennesimo litigio con sua figlia, autistica e schizofrenica.

“E’ successo tutto per caso – racconta Gabriella – Ricordo che quel giorno Benedetta non voleva lavarsi. In genere fa storie per alzarsi e vestirsi, ma quella mattina era particolarmente nervosa ed io molto stanca. Non sapevo come prenderla. Mi venne in mente Harry Potter, che Benedetta ha cominciato ad amare sin dal primo film. Solo lui avrebbe potuto salvarmi. Le dissi che avrei affisso sulla porta del bagno un decalogo. Tra le prime regole: lavarsi, vestirsi senza fare capricci, essere gentili con la mamma. Si sa, se queste cose te le dice un genitore, non le ascolti per niente. Se a consigliartele è il tuo personaggio preferito, quello coraggioso, dai poteri magici, diventano Bibbia. Così decisi di aprire una casella di posta elettronica. Non è stato semplice trovare un account perché di presunti Harry Potter è pieno il mondo. Le opzioni automatiche fornite dal server di posta erano assurde e sarebbero risultate false all’attenzione maniacale di Benedetta. Per fortuna tra le tante, ‘harrypotter.en- gland1′ era la migliore. Il nome risaltava subito, seguito da un england. Era la conferma che si parlava proprio del mago”.

Con quale pretesto hai agganciato Benedetta?

“E’ stato facile. Ho puntato sulla sua autostima, su quell’ego ipertrofico che mi è sfuggito di mano. Ho sempre fatto di tutto perché lei si sentisse sempre speciale proprio grazie alle eccellenze di cui è dotata. Benedetta è un vero talento nelle percussioni ed Harry Potter l’aveva vista su YouTube. Da qui è partita la nostra corrispondenza. Le reazioni alla prima lettera? Batteva forte le mani e gridava. Oggi il nostro scambio di parole e impressioni, sebbene virtuale, sta dando ottimi risultati. Ad Harry mia figlia racconta tutto. Ed io, attenta a come usa la punteggiatura, gli aggettivi, se ricorre alle lettere maiuscole o minuscole, capisco se è in ansia. Le sue mail sono una miniera di risposte. Per questo comunicare con lei è diventato più semplice, anche se all’inizio ho faticato molto a risponderle”.

Perché?

“Dovevo mantenere un certo distacco, scrivere non da mamma, ma da amica, anzi, da amico. Harry ha sempre usato parole di conforto, mai rimproveri. Per un lungo periodo ho aggiunto un personaggio, Sam, che aveva gli stessi difetti di Benedetta: era molto pigro e testardo. Sam era quello da non imitare. Oggi non c’è più”.

Ci fai capire come questi scambi virtuali siano di aiuto al vostro rapporto?

“Scrive Benedetta: Ciao Harry oggi sono molto nervosa perché ho un problema con la canzone! Per questo sono preoccupata per la canzone napoletana ci vediamo domani mattina al mio risveglio sono molto dispiaciuta Harry baci Benny. Rispondo io: Ciao Benny! Perché sei preoccupata? Devi pensare che anche i grandi cantanti devono provare un sacco di volte ogni nuova canzone! Non ti preoccupare… non c’è motivo. Mi hai scritto che ieri ti sei divertita. Sorridi, mia cara amica Baci Harry. Benedetta ha un orecchio musicale che le permette di imparare facilmente ogni dialetto o lingua straniera. La sera precedente a questa mail c’era stata una festa ed uno dei nostri amici aveva cantato una canzone del repertorio di Mario Merola. Le canzoni della cosiddetta ‘sceneggiata napoletana’ sono ricche di pathos, emotività, che un soggetto autistico percepisce più di ogni altro. La mattina seguente Benedetta l’aveva cercata su youtube per poterla imparare, ma più l’ascoltava e la intonava, più entrava in un loop ossessivo che la caricava di ansia incontrollata. In questo caso Harry Potter ha potuto fare ben poco e Benedetta è dovuta per forza passare attraverso tutte le fasi della sua ossessione fino al pianto per uscirne. La persona autistica è ipersensibile, ha un Sé non perfettamente strutturato che tende a frantumarsi in situazioni di stress”.

E quindi?

“Il pianto disperato è reattivo alla forte carica emozionale che non riesce a controllare. Liberate perciò le inquietudini, tutto torna come prima. Ovvio, la bacchetta magica non è sempre funzionante, ma mi aiuta a capire e a modulare il mio comportamento. Del resto, la vera magia è nella relazione, nel potere che la relazione genera e che ti porta a sceglierti e diventare capace. Quando entra in bagno per lavarsi, oggi Benedetta dice a se stessa: Hi Benny, lavati! Non vorrai puzzare come Sam? Di sicuro è più tranquilla, anche perché Harry le dice sempre che non sarà mai sola”.

Harry continuerà a scrivere ancora per molti anni?

“Fino a quando Benedetta non riuscirà ad essere più autonoma. Una volta Harry Potter scrisse che avrebbe preso due giorni di ferie. Fu un dramma. Oggi mia figlia sa che il suo amico può assentarsi per qualche giorno, ma che torna. E poi Harry è sempre a casa. Benedetta è talmente presa da questo personaggio che ogni mattina, la prima cosa che fa, è mettere gli occhiali tondi, che le comprai alcuni anni fa a carnevale. Poi parla come Harry Potter, e quando lo fa, ricorda la romantica inglese di Enrico Montesano. E questo anche per la sua schizofrenia. Il mago, lo ripeterò sempre, mi ha davvero salvata. Solo da lui sarei potuta partire. Sai, il filosofo tedesco Hans Gadamer diceva che l’arte del comprendere comincia quando sentiamo che qualcosa ci chiama. Aveva ragione. Tre anni fa la mia disperazione mi ha spinta a cercare e sperimentare di continuo, senza stancarmi, muovi canali di comunicazione. Certo, questo metodo non si può applicare a tutti i tipi di autismo. Ma mi auguro che le 1014 mail della nostra corrispondenza, che ho selezionato e raccolto in un libro, pubblicato di recente da Mursia, dal titolo: Hello Harry, Hi Benny – sostengano altri genitori in difficoltà”.

Hai pensato che qualcuno possa dire a Benedetta la verità?

“Certo, ci ho pensato. La casualità, la disattenzione o l’imbecillità sono sempre variabili incontrollabili, ma confido nella fortuna che ci ha sempre accompagnate. Nella peggiore delle ipotesi, qualcosa mi inventerò. E’ tutto calcolato. E se succede qualcosa a me, Harry Potter continuerà a rispondere. La mia amica del cuore custodisce le chiavi di accesso all’account del mago. Spero che Harry scompaia in modo graduale e solo quando Benedetta non lo cercherà più”.

Perché scrivi alle due di mattina?

“Dormo poco. E poi voglio che la mattina subito dopo colazione, quando lei apre la posta e ha il tempo di rispondere, trovi sempre pronta la mail”.

Due anni fa Gabriella ha scritto un altro libro: L’orologio di Benedetta, edito sempre da Mursia, che è diventato un testo consigliato per l’esame di Pedagogia speciale all’Università Roma Tre e oggetto di due tesi di laurea nel 2015.

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