Franceschini: “Mete d’arte. I troppi turisti vanno limitati”

Cultura
Il ministro dei beni culturali Dario Franceschini durante il suo intervento al convegno nazionale "Arte, cultura, e impresa', Firenze, 1 ottobre  2016
ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

Intervista al ministro: “Ecco cosa prevede il piano del turismo per portare gli stranieri dove non vanno e far respirare i luoghi più visti”

«Un ticket di ingresso nelle città non ci sta, vorrebbe dire trasformarle in una cosa diversa da quello che sono. Devono restare aperte. Ma per alcuni luoghi delle città può esserci un meccanismo di regolamentazione quando si raggiunge un certo numero di persone, allora sì. Ad esempio in piazza San Marco a Venezia: potranno entrarci contemporaneamente, non so, diecimila persone, di certo non due milioni. Con la tecnologia si possono regolamentare i flussi». Il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, risponde così all’interrogativo che pesa su alcune mete che rischiano di soccombere sotto il peso enorme della massa di turisti: posti come la città dei dogi, il centro di Firenze, o quello di Roma, dovranno mettere un tetto alle entrate dei turisti? Come salvarsi? Il titolare del patrimonio culturale e del turismo conclude, con questa intervista, la nostra inchiesta sull’argomento.

Panebianco sul Corriere della Sera pone con toni allarmati queste domande: che fine hanno fatto i nostri centri storici, la nostra bellezza? C’è il rischio che tutto il bello fin qui prodotto venga consumato rapidamente? In queste parole riecheggia forse l’atteggiamento degli snob che mal sopportano le masse, ma un problema esiste davvero, quello della tutela del nostro patrimonio.
«Come sempre nella vita uno deve decidere se vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Oggi è più snob vederlo mezzo vuoto. In realtà se si guarda al patrimonio culturale italiano, e ai centri urbani, con l’occhio della storia si scopre che l’Italia ha vinto, nel ‘900, la battaglia della tutela delle città. L’ha vinta in anni in cui non era scontato vincerla. La cultura della conservazione ci arriva da una legislazione molto antica, legata agli Stati preunitari, e poi alla legge del ’39 (la 1039, ndr), e dall’articolo 9 della Costituzione. Il patrimonio di know how delle soprintendenze ha fatto sì che si sia potuto vincere la battaglia della tutela dei centri storici. Naturalmente con ferite ed errori. In Inghilterra, ad esempio, dove il concetto di proprietà privata è preminente su ogni altra cosa, non c’è la stessa nostra consapevolezza. Da noi l’importanza collettiva sulla conservazione di un bene pubblico è più forte della stessa proprietà privata: si arriva alla consapevolezza che non puoi esportare il quadro se si trova in una casa vincolata. Lì, nel ‘900, hanno distrutto centinaia di ville storiche perché i proprietari potevano fare quel che volevano. Dunque: i nostri centri storici sono i meglio conservati al mondo, così come le coste: se le paragoniamo con quelle spagnole ci accorgiamo che nelle loro non c’è più un metro libero dal cemento. Abbiamo vinto, con tutte le contraddizioni, queste grandi sfide. Ora invece dobbiamo vincere la battaglia delle periferie».

È quell’attenzione che richiede Renzo Piano.
«Esattamente. Sono state costruite e governate male, anche se hanno una loro specificità. Poi ci sono tante cose da correggere».

Lei ha ripetuto più volte che occorre dirottare i turisti dai luoghi simbolo: da fontana di Trevi o dagli Uffizi o da Ponte di Rialto. Giusto: ma in che modo si possono indirizzare diversamente queste masse di turisti?
«Il piano strategico del turismo è già stato votato all’unanimità dal comitato permanente. Per una volta non lo ha fatto il pubblico, proponendolo poi ai privati ma è stato scritto insieme: Regioni, Stato, organizzazioni di categoria. Ora l’iter prevede il passaggio nelle commissioni parlamentari prima dell’approvazione del consiglio dei ministri. Il cuore di questo piano è: Italia, museo diffuso. Le azioni mirano a far diventare meta di turismo internazionale anche i luoghi che finora non lo sono. L’Italia ne ha migliaia. E non sono solo piccoli centri ma anche pezzi di centri storici di Firenze, Venezia o Roma che non reggono più i numeri e la crescita indiscriminata del turismo. Non è solo un’opportunità per distribuire ricchezza, è un’esigenza. Il turismo crescerà enormemente: negli anni 50 i viaggiatori internazionali erano 25 milioni, adesso sono un miliardo e 250 milioni e saranno il doppio tra qualche anno. Dobbiamo far conoscere l’Italia “minore” e lo faremo sempre di più».

Operazioni come la fiction sui Medici sembrano, però, andare in un’altra direzione.
«Il problema , è evidente, si pone anche dentro le città già conosciute e apprezzate nel mondo. Firenze racchiude in un chilometro quadrato così tanta folla che è davvero difficile gestirla. Tutti vogliono giustamente visitare gli Uffizi, ma a poche centinaia di metri vi sono musei altrettanto belli che fanno appena 50mila visitatori in un anno. Roma ha sei milioni di turisti che visitano il Colosseo e solo 50mila persone vanno a Palazzo Venezia che si trova a 500 metri mentre le Terme di Diocleziano fanno 150mila visitatori. Sono squilibri sui quali lavorare. L’altro caposaldo del piano è il turismo sostenibile. Parlo di milioni di persone che cerca l’eccellen – za nell’arte, nel cibo, nello shopping, nel paesaggio. Non il turista che scende da una nave».

Farete specifiche campagne promozionali su questo?
«La promozione che stiamo realizzando con l’Enit, l’ente nazionale per il turismo, mirano proprio a questo. Intanto le domeniche gratuite nei musei stanno facendo crescere fortemente l’attenzione verso musei meno conos ciuti».

Altre misure?
«La liberalizzazione del commercio nei centri storici, la cosiddetta “lenzuolata”, ha avuto l’effetto positivo di liberare il mercato da troppi vincoli ma anche determinato situazioni difficili da gestire. Un sindaco, oggi, non ha il potere di opporsi al fatto che un distributore automatico di bibite o una catena di gadget stereotipati prendano il posto di una vecchia libreria o un vecchio negozio di alimentari. Tenendo conto di questo ho fatto approvare dal consiglio dei ministri, in un decreto legislativo, una norma che consente ai sindaci di individuare nei loro territori aree di particolare interesse artistico e architettonico dove poter dire dei sì e dei no. Il decreto è ora alla Camera e quando tornerà al Consiglio dei ministri lo approveremo definitivamente. Così i sindaci potranno tutelate ancor a meglio i centri storici , impedendo una sbagliata allocazione di fast food. Le nostre città attraggono non solo per i loro monumenti ma per le attività tipiche, per i vecchi negozi, e per la vita che vi si svolge. Pensiamo a Venezia: in una stessa strada ci sono ben cinquanta negozi di souvenir».

Proprio pensando alla vita che vi si svolge, come si possono tutelare gli abitanti dei centri storici rispetto a quei giganteschi flussi turistici?
«È un gran tema, quello dei flussi. Il ticket d’ingresso non ci sta. Le città devono restare aperte. Ma in alcuni luoghi delle città possono esserci meccanismi di regolamentazione. Se davanti alla fontana di Trevi, dove non si riesce più neanche a camminare, si decuplicasse il numero delle persone si determinerebbe una paralisi. Trovo ragionevole dire: no al ticket d’ingresso nella città, sì a meccanismi di regolamentazione dei flussi quando si raggiungono cifre eccessive di visitatori».

Se si parla di grandi flussi viene naturale affrontare il tema delle “grandi navi” a Venezia. Lei propose che attraccassero a Trieste ma il sindaco di Venezia non ha gradito tanto questa soluzione.
«L’ho fatto come esempio. È una follia che passino davanti a San Marco e quindi va comunque trovata un’altra soluzione. Ci sono varie ipotesi. Poi Trieste è un grande porto; il porto vecchio asburgico è oggi è tutto demaniale e quindi si potrebbe trasferire li una parte dell’hub. Tanto i turisti vanno a Venezia egualmente. È comunque comprensibile la reazione di Venezia: ognuno difende il suo territorio».

Il sud è ricco di arte e bellezza, eppure gli stranieri non ci vanno.
«È vero: solo il 15% del turismo internazionale va sotto Roma».

E il dato comprende Pompei. La sproporzione è pazzesca. Oltre alle campagne promozionali ci sono altri progetti?
«Ci sono diversi problemi da affrontare. Per primi quelli riguardanti le infrastrutture, cioè autostrade e aeroporti. Per questo non si capisce la polemica sul ponte sullo Stretto. Ha senso che l’alta velocità si fermi a Salerno e non arrivi in Puglia o in Sicilia? Il tema si chiama sistema aeroportuale e alta velocità al sud. Se vogliamo portare i turisti a Catania e Palermo o a Taranto dobbiamo avere infrastrutture capaci di permettere questo. Il secondo problema è quello dell’immagine».

Cioè, il modo in cui sono percepite queste aree nel mondo?
«Il turismo, soprattutto quello degli anziani, indica come priorità le richieste di sicurezza e di tutela della salute. Se l’immagine sono i rifiuti o la mafia, il turista ci pensa bene prima di andarci. Altro punto: serve la promozione. E quando la si fa bene gli effetti si vedono. Napoli, ad esempio, è in crescita enorme. Tutti vogliono venire in Italia e il fenomeno degli spostamenti nel globo è in forte aumento. I turisti cinesi erano 100 milioni nel 2014, fra quattro anni saranno 500 milioni l’anno nel mondo. Per questo dobbiamo moltiplicare le mete attrattive».

Non c’è anche un problema anche di cultura politica degli amministratori?
«Sta cambiando molto. Nessuno coltiva più l’idea dell’industrializzazione. La capacità di crescita è legata alla bellezza, che vuol dire anche avere la capacità di attrarre investimenti: se c’è protezione sociale e offerta culturale è adeguata si avrà più voglia di investire lì che in Romania».

Si coglie, spesso, un diverso modo di intendere la bellezza tra gli storici dell’arte e chi governa i territori. Qual è il suo concetto?
«Il turista di questo secolo ha mille modi di vivere i luoghi che visita: non vuole solo vedere opere importanti in un museo ma vivere un’esperienza. Vuole laboratori per bambini, la multimedialità, la caffetteria, il ristorante. L’aspirazione è vivere all’italiana. Nel mondo c’è il culto per tutto ciò che è italiano: il vestire, il cibo, la musica, la bellezza. Questo mito è anche in paesi come Cina, India e Russia. Dobbiamo offrire questo. Per questo servono gli hotel diffusi, i b&b: il piccolo hotel al posto di una catena internazionale, è una potenza straordinaria».

Il “vivere all’i taliana” non è un antidoto al turismo mordi e fuggi?
«Quando dico che l’Italia è un contenitore fragile che non può sopportare qualunque numero dico che i grandi numeri andranno indirizzati e quando fai promozione in Russia o Cina devi cercare un turista che apprezza e rispetta la bellezza italiana, non che vuole il casinò di Abu Dhabi».

Un ministero cosa può fare, in concreto, per indurre un privato, per esempio a chi gestisce un b&b, a dire a un turista di andare al museo del Bargello e non solo agli Uffizi?
«Tutto il lavoro che stiamo facendo è per dare risorse. Sono arrivato qui che la cifra per la tutela del patrimonio era vincolata: c’erano 36 milioni, sufficienti per riparare il tetto di una chiesa. Adesso – tra Cipe e fondi per la cultura e altri di varia provenienza – siamo a un miliardo e novecento milioni. Un salto che ci ha portato a disporre, in tre anni, di due miliardi. Aumentano i restauri come la possibilità di rendere attrattivo il nostro patrimonio. Se aggiungiamo poi l’operazione dei nuovi direttori dei musei ci capisce come si stia arrivando a cifre rilevanti: in due anni, nei soli musei dello Stato, abbiamo avuto cinque milioni in più di visitatori, passando da 38 a 43 milioni. E nel loro complesso i musei italiani sono sopra i 110 milioni di visitatori, molti più della Francia. Oltre alla manutenzione e alla valorizzazione del proprio patrimonio la funzione del pubblico è aumentare la domanda e offrire linee strategiche. La risposta è dare incentivi, sostegni, poi sono i privati che devono fare investimenti».

Lei parla di manutenzione dei piccoli centri ma nei poli museali e nelle soprintendenze manca personale per l’attività ordinaria, a partire da chi amministra i bilanci. Il famoso concorso dei 500 è arrivato dopo anni di blocco, però non basta. Ci saranno nuove immissioni?
«Ah, è vero, mancano dappertutto. Ma si torna alla storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Le assunzioni nella pubblica amministrazione sono state bloccate in quanto i ministeri avevano l’obbligo di assorbire per primo il personale delle Province, sciolte a furor di popolo. Lì, però, c’è poco personale adatto. L’anno scorso ho ottenuto, in deroga, l’assunzione per il ministero di 500 storici dell’arte, archeologi, architetti, bibliotecari e archivisti, che erano la quasi totalità dei posti vacanti per quelle professionalità. Il concorso è nella fase quasi conclusiva, vi hanno partecipato in 20mila pur se i criteri di ammissione erano molto alti, in quanto non bastava la laurea. Naturalmente le persone vanno in pensione anche perché l’età media dei dipendenti è elevata. Ho chiesto, sulla legge di stabilità di quest’anno, di aumentare gli assunti oltre i 500 previsti. Ho avuto il via libera. Lo faremo attingendo alla graduatoria per cui non servirà rifare un concorso. Faremo, semmai, un concorso per amministrativi e una cosa minore di consentire ai musei di poter fare contratti di consulenza a un esperto o a un curatore. La risposta è stata inquadrata in una scelta che il presidente del Consiglio ha annunciato: assumeremo 10mila giovani nella pubblica amministrazione e una parte dei quali coprirà questa esigenza».

Quanti andranno ai beni culturali?
«Sarà materia di trattativa tra i ministeri. Punterò ad altri 500 per il concorso e ad almeno 100 amministrativi. C’è anche un problema che riguarda la mancanza di custodi».

Ai corsi dei beni culturali, nelle università, gli iscritti sono di nuovo aumentati dopo anni.
«È un settore in crescita e non c’è lavoro solo nello Stato. Quest’anno la priorità per me è l’aumento di personale. Sono aumentate le risorse e bisogna avere, ora, la capacità di spenderle».

 

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