Fisichella: Questo Giubileo “è la scelta coraggiosa di Francesco”

Vaticano
Monsignor Rino Fisichella, al Tempio di Adriano, durante la presentazione del libro di Massimo Franco, Roma, 31 gennaio 2011. ANSA / ALESSANDRO DI MEO

Monsignor Rino Fisichella: “Farà di un venerdì di ogni mese il giorno dei segni concreti. Lo dissi subito quando fu eletto che ci avrebbe stupiti”

«Mi chiede della salute del Papa? È ottima. Papa Francesco è davvero in piena forma. Guardi, le dirò di più. Abbiamo incontrato in questi giorni 274 vescovi e 350 padri sinodali, gli incontri si sono svolti tutti i giorni dalla mattina alle nove alla sera alle diciannove. Il Papa ha sempre avuto una parola per ciascuno di loro, ha salutato tutti con il sorriso sempre sulle labbra. È in ottima salute, e mi auguro che il Signore gliene dia ancora tanta». Nessuno meglio dell’arcivescovo Rino Fisichella, può intanto rassicurarci sulla salute del Pontefice. È uno degli uomini di chiesa più importanti, è presidente del Pontificio consiglio per la Nuova evangelizzazione, è stato rettore della Lateranense e per 15 anni cappellano di Montecitorio e grande organizzatore di eventi religiosi. A lui, Papa Francesco ha affidato la regia dell’Anno Santo straordinario che si inaugurerà l’8 dicembre. Sta guidando la grande macchina organizzativa del Giubileo, e sorride quando risponde alla seconda richiesta di rassicurazione, sull’Anno Santo straordinario ormai alle porte, voluto da un Papa straordinario. I giubilei cadono di norma ogni 25 anni, e c’è chi si chiede i perché dell’urgenza di Papa Francesco di dedicarne uno alla misericordia e alla conversione. Ci sono segreti da custodire? «No, non c’è nessun segreto. È stata una intuizione molto felice del Papa, e devo dire che siamo riusciti a tenerla segreta fino all’annuncio. Mi manifestò questo suo desiderio, dicendomi: “Mi piacerebbe un Giubileo della misericordia”. Risposi che poteva essere fatto semplicemente come l’anno sulla fede. No no, mi disse, io penso proprio a un Giubileo. Devo confessare che lo vidi estremamente convinto. Teniamo conto che non solo non c’e mai stato un Giubileo tematico. Per sua natura poi, il Giubileo è iniziato con Papa Bonifacio VIII che lo aveva stabilito per ogni 100 anni, poi si è passati a 50 anni e poi nel 1400 circa ad ogni 25 anni. La sua è stata una intuizione straordinaria e sorprendente».

Perché dedicarlo a due temi come la misericordia e la conversione?
«Innanzitutto per ricordare alla chiesa l’essenza del Vangelo. E perché, per Papa Francesco, la misericordia è il tema della vicinanza e della tenerezza di Dio, e io sono convinto che in questo momento sia un valore indispensabile. Papa Francesco ha parlato della “terza guerra mondiale frammentata”, viviamo un periodo di violenze, il secolarismo per l’Occidente vede l’allontanarsi dalla religione e dalla fede, è questa una fase di grandi cambiamenti culturali e basti pensare al dominio della tecnica e delle tecnologie. Il Papa desidera che le persone riflettano e sentano il desiderio di Dio ma non di un Dio giudice, pronto a punire, ma presente nelle nostre vite, che capisce e consola, che usa misericordia e che anche davanti al peccato è un Dio che perdona».

Leggendo l’Enciclica “Laudato Si’. Sulla cura della casa comune” che, come lei sa, abbiamo voluto pubblicare a puntate, vediamo scorrere un elenco di peccati e peccatori contro i guasti e le manomissioni del Pianeta e l’impatto delle politiche sociali sui più poveri. È un testo che sta avendo lo stesso impatto avuto dall’enciclica Rerum Novarum sul piano sociale, e invita alla mobilitazione. Si resta colpiti dalla forza con la quale la chiesa entra su temi politici e persino nei negoziati per il clima, e lo stile di Papa Francesco…
«Io credo che bisogna ritornare ad una espressione del Papa che, a mio avviso, è la chiave di volta per entrare nel suo pensiero e nella sua azione concreta. È quella che lui chiama “la conversione pastorale”. Non a caso anche in Laudato Si’, il Papa parla di una “conversione ecologica”. A mio avviso un punto fondamentale dell’azione pastorale è l’esigenza di cambiare paradigmi, stili e modi di vita, e questo perché ciascuno di noi ha anche una grande responsabilità verso tutto ciò che ci circonda, C’è l’esigenza di cambiare le nostre strutture spesso obsolete. Penso anche alle nostre parrocchie che non sono a volte delle comunità ma solo delle offerte di servizi che vengono dati. La conversione significa cambiamento e anche l’azione della chiesa come istituzione nei confronti degli organismi internazionale per le responsabilità che hanno su ciò che sarà il Creato, sul mondo che dovremmo essere capaci di trasmettere a chi viene dopo di noi. Per noi cattolici è fondamentale la trasmissione della fede ma questo oggi significa responsabilità di una generazione verso l’altra, quella responsabilità che tante volte a livello storico e culturale abbiamo perso. È un recupero fondamentale».

C’è qualche aspetto, un altro pilastro del pontificato del Papa che sfugge a noi media?
«Può sfuggire a molti il desiderio profondo del Papa per il cambiamento dei nostri comportamenti quotidiani. Le sue azioni, i suoi gesti, il suo modo di esprimersi che provoca molto la chiesa e cattolici, indicano di quali cambiamenti anche soggettivi ci sia necessità. Temo che sfugga proprio questa dimensione, dell’agire quotidiano che non è il pensiero o il meditare ma è la concretezza dell’agire. Personalmente, il giorno della sua elezione dissi che il Papa ci avrebbe stupito per i suoi gesti e i segni che dovranno però essere maggiormente capiti in profondità».

Ci stupirà anche durante il Giubileo?
«Il Papa ha scritto una bellissima riflessione sulla misericordia. Ma farà, di un venerdì al mese, un giorno dei segni concreti. Noi li stiamo preparando, e saranno segni spontanei e concreti che parleranno al di là di tanti discorsi».

Ciclicamente tornano a galla resistenze vaticane, escono documenti “riservati”, si parla addirittura di “corvi”. Per colpire il Papa e influenzare delle scelte del momento? Che effetto hanno sul Papa?
«C’è cattiveria, anche all’interno. C’è invidia, c’è gelosia, c’è chi vuole mantenere lo status quo e l’immobilità, c’è chi ha paura di ogni cambiamento e soprattutto nelle strutture e poi delle persone. Tante volte situazioni di potere acquisite non vogliono essere perse, e quindi scattano “scandali” che poi di fatto vanno a colpire direttamente la sensibilità del Papa».

Che storia è realmente quella delle lettera dal Sinodo di alcuni Cardinali che hanno poi disconosciuto? Nel Sinodo c’è davvero uno scontro tra due grandi visioni teologiche, due schieramenti?
«Non parlerei però di scontro ma di confronto. C’è un confronto serrato, e questa è l’impronta del dialogo con le motivazioni che ogni schieramento porta. Però, in tutta sincerità né mi sorprende né mi preoccupa. Non mi sorprende perché questa è la storia della chiesa, e chi conosce la storia di questi venti secoli non può non sapere che ci sono state sempre posizioni differenziate che non hanno mai impedito l’unità. Ci sono momenti come questi di grandi cambiamenti che vedono confrontarsi posizioni di chi chiede la stabilità della dottrina e di chi dice che la dottrina ha bisogno di essere confrontata con le esigenze del mondo contemporaneo. È un dibattito che arricchisce e non impoverisce, che spinge a uscire dalle sabbie mobili, ad accettare le sfide e a dare risposte. Non sappiamo ancora quale sarà il prossimo futuro, ma ci siamo già dentro. Per quanto la mia opinione possa valere, noi siamo in un periodo tra la fine della modernità e ciò che sarà la prossima epoca. È un periodo di passaggio destinato ancora a durare».

Come finirà il sinodo sulla famiglia, dalla comunione ai divorziati alla nullità del matrimonio?
«Il sinodo risponde alla grande sfida culturale in atto. Ha la sua prima grande preoccupazione nel sostenere la famiglia e accompagnare le persone che vivono in difficoltà o che hanno vissuto il dramma del fallimento del primo matrimonio. Su questo si ritrova con la decisione del Papa, presa a settembre, che ha reso più semplice il processo di riconoscimento della nullità del matrimonio, un passo avanti molto importante. È la grande sfida della chiesa di fronte a tutte quelle situazioni di credenti risposati civilmente, verso le quali la chiesa deve avere accoglienza. Sono situazioni irreversibili, ci sono matrimoni precedenti che risalgono a 25 anni prima, ci sono i figli. La chiesa deve fare uno sforzo ulteriore per togliere tutte quelle forme di discriminazioni che nel corso di questi ultimi anni si sono accumulate nei confronti di queste persone».

È uno dei momenti più bassi nei rapporti tra Vaticano e Campidoglio, due sponde mai così lontane. Mancano 42 giorni all’apertura della Porta Santa e lei si sente tranquillo?
«Guardi, sarò molto sincero. Gli impegni che sono stati presi tra Vaticano e l’altra sponda del Tevere sono stati presi a livello governativo. Il nostro primo interlocutore è stato e rimane il governo italiano. Il governo ha delegato alcune competenze. Alla Regione i trasporti e la sanità e al Comune accoglienza, viabilità, decoro. Fino ad oggi ricevo assicurazioni. Io da 45 anni vivo a Roma, ho visto la sua trasformazione in bene e il degrado. Però continuo ad avere fiducia nei romani. Avremo bisogno di accogliere tanti pellegrini, penso ai 100 mila ragazzi che saranno qui dal 22 al 25 aprile e dovremmo chiedere alle scuole, alle parrocchie, alle famiglie di ospitare giovani in sacco a pelo. Penso alla settimana di febbraio con l’esposizione delle spoglie di Padre Pio. Non dubito che ciò avverrà. Abbiamo chiesto di proteggere i pellegrini nel percorso verso la Porta Santa, alcuni marciapiedi, scivoli per disabili. Debbo dire che ad oggi continuo ad essere rassicurato che le opere fondamentali saranno realizzate. Il realismo mi fa dire che aspetto qualche giorno poi però dovrò ricordare che l’8 dicembre è alle porte».

Il Giubileo potrà essere una seconda Expo?
«Se ci rimbocchiamo tutti le maniche e corrispondiamo il più possibile al desiderio del Papa che sia un evento profondamente spirituale. Il Papa è rimasto molto scosso dopo l’annuncio nel vedere i titoli dei media che parlavano solo in termini di business. La prima preoccupazione è esprimere segni concreti di misericordia perché sia vissuto come evento spirituale. Servirà anche alla classe politica perché bisogna diventare di nuovo progettuali e capaci di esprimere al meglio la vocazione della politica».

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