Ferrara: “La storia è finita nel 1989. L’occidente ha vinto, ma era già in crisi”

Politica
Giuliano Ferrara a Napoli per la presentazione del libro di Umberto Ranieri, 19 novembre 2014.
ANSA / CIRO FUSCO

“Se l’idea di esportare la democrazia con le armi era un errore, mi si dica qual era l’alternativa, dinanzi all’attacco del radicalismo islamico. Mi pare evidente che la nascita del Califfato o il disastro in Siria non dipendono dalle guerre di Bush, ma dalla ritirata di oggi”

Giuliano Ferrara è diventato buono, o forse non ha più voglia di litigare, fatto sta che esordisce dichiarandosi subito d’accordo con tutti: con il saggio di Biagio de Giovanni, che ha letto e apprezzato, e con tutti coloro che sono intervenuti successivamente. Però, perché è ovvio che c’è un però, il fondatore del Foglio sente «l’esigenza di semplificare».

Semplificare in che senso?

«Insomma, sì, d’accordo: la pianificazione, il primato del partito unico, il socialismo in un solo paese, la rivoluzione mondiale, la grande guerra patriottica… il comunismo è stato una grande epopea, una grande e tragica epopea, non c’è dubbio. Però è fallita. C’è poco da fare. Non era più fonte di consenso, aveva congelato culture, libertà, popoli, ed era stata anche piuttosto criminogena. Comunque sia il fatto è che è fallita. Dopodiché, non è che ha vinto il capitalismo. E nemmeno la democrazia, che come si sa si incarna in molti modi diversi…».

Bensì?

«Ha vinto quel che si chiamava il mondo libero, per usare un’espressione ideologica, retorica ma forse chiara. Cioè un aggregato di Europa occidentale e Stati Uniti pieno di disfunzioni, difetti, responsabilità, ma che negli ultimi due o tre secoli, in forme varie, col mito giacobino dell’eguaglianza o con quello parareligioso del perseguimento della felicità del sogno americano, è andato avanti e ha generato l’occidente moderno. Ha vinto questa congerie di cose dentro la quale è nata anche la spinta alla globalizzazione»

Con la globalizzazione, è stato detto, è nata anche l’illusione che quel modello, fondato sul primato del mercato, potesse essere la nuova forma universale di governo del mondo. Condivide?

«Che i mercati non bastino per governare il mondo è insieme vero e falso. Vero, perché persistono stati, frontiere, intelligence… ma anche falso, nel senso che se da un lato, come dice de Giovanni, c’è un nuovo orizzonte e non sappiamo come leggerlo, dall’altro, dico io, è un orizzonte intrascendibile. Anzi, da questo punto di vista, è vero che la storia è finita».

Come sarebbe a dire? Che la storia non sia finita era l’unico punto su cui erano tutti d’accordo.

«Ma sì. A meno che uno non pensi che siccome gli americani non si sono insediati con pieno successo a Baghdad, allora arrivano gli islamici a Parigi».

Vediamo se ho capito. Sta dicendo: è finita la divisione del mondo in blocchi, e non c’è niente che abbia preso il posto dell’Unione sovietica. In questo senso la vittoria del mondo libero è stata definitiva. Ma la fine della storia?

«La fine della storia vuol dire che l’occidente libero è diventato l’orizzonte del possibile e tutto il resto è un affannoso tentativo di partecipare alla bonanza. Ciascuno con i propri tratti, certo, dalla Cina all’America latina, ciascuno porta se stesso, ma tutti vogliono partecipare a una festa che ha ridotto la povertà nel mondo, che si misura con le tecnologie più avanzate, che esplora lo spazio e progetta viaggi su Marte, che cura la gente. Tutte cose di una certa importanza».

Ma come, e la crisi dell’occidente? E il disordine mondiale? E le nuove minacce?

«Sì, ma il problema non è il vuoto riempito dall’abile capacità di manovra di Putin o dalla Cina, che alla lunga secondo me dovrà misurarsi con il tema della compatibilità tra mercati aperti e la chiusura del suo sistema politico. Il problema è che l’occidente è culturalmente decomposto, non ha in sé un principio di autorità e unificazione che sia persuasivo. Ma questo problema non nasce nell’89, rimonta almeno agli anni sessanta. Voglio dire: se siamo incerti sul fatto che i detentori di pene vadano nel bagno dei maschi e le portatrici di vagina nel bagno delle femmine, se anche su questo bisogna legiferare, discutere, aprire un dibattito, come sta accadendo in America in questi giorni, beh, direi che l’incertezza è andata molto avanti».

Non teme di finire a fare l’equivalente delle beghine che negli anni sessanta inveivano contro i capelloni e i giovani senza più i valori di una volta. Insomma, che alla fine il suo non sia semplicemente una forma di misoneismo? Non necessariamente tutto quel che è nuovo è cattivo…

«Ma no…».

Perché mai quello che lei chiama disordine non potrebbe essere semplicemente un ordine nuovo e diverso?

«Perché non ha dimostrato di esserlo».

Però, disordinatamente o meno, nel complesso oggi stiamo meglio di come stavamo venti, trenta o quarant’anni fa. O no?

«Non nelle facoltà umanistiche delle università americane. Non nel nostro modo di comprendere il significato della tecnologia e della scienza. Non nel riduzionismo biologico e scientista che caratterizza l’ideologia contemporanea. No, non direi che stiamo tanto meglio».

Non sarà che, a causa della delusione per come si è chiusa la stagione delle guerre di Bush, dall’idea molto ottimistica che fosse possibile ridisegnare il mondo intero a misura della nostra idea di democrazia siamo passati a un pessimismo cosmico?

«Se vogliamo dire che dopo la fine della guerra fredda, che si è chiusa con la vittoria dell’occidente, l’idea di un’egemonia americana che si estendeva al mondo, l’american century dei neocon, non ha funzionato, va bene. Per carità, su questo sono fondamentalmente d’accordo con le analisi di de Giovanni e di tutti quelli che sono intervenuti…».

Anche con Paolo Mieli, che a proposito dell’illusione di esportare la democrazia con le armi d ice che m a i più darà la sua adesione a interventi con una proiezione democratico-illuministica di quel genere?

«Io su questo attendo che mi si prospetti un’alternativa. Quel che si è capito, dopo che dalla rivoluzione iraniana del ’79 siamo arrivati agli attacchi alle Twin Towers e al Pentagono nel 2001, è che c’era un grande assalto al mondo libero in nome di disvalori, di un profetismo radicale islamico assai meno moderno del marxismo e con conseguenze pure più distruttive. Di fronte a questo, aspetto che mi si dica qual era l’alternativa. Non mi pare sia un’alternativa la riluttanza di Obama, e di Trump, con il punto interrogativo Clinton, a impegnare l’America, per vie che possono essere più multilaterali o più unilaterali, in guerre di civiltà, che significa esportare un modello politico incompatibile con profetismi radicali ma perfettamente compatibile con l’Islam non politico. Nessuno mi convincerà che la colpa della nascita del Califfato o del disastro in Siria sia di Bush. Mi sembra evidente che questa situazione dipende dal ritiro, non dall’attacco».

Sarà. Resta comunque il fatto che anche l’attacco non è andato benissimo, alla fine dei conti. E forse è anche per questo che oggi prevale il “ritiro”…

«Ma alla radice del ritiro cosa c’è? Anche lì, c’è qualcosa che risale agli anni sessanta. I media riflettono una cultura e questa nuova cultura dice che per fare le guerre non basta il realismo di una presidenza americana che cerca di affrontare la minaccia strategica del radicalismo islamico. Serve invece un grande talkshow mondiale, con Tony Blair, Colin Powell, il ministro degli Esteri francese di allora, Villepin, mediato da Kofi Annan. E alla fine tutto è misurato con il metro di un talkshow. E così i quattromila morti americani non sono trattati come eroi morti in guerra, ma come vittime del governo che ce li ha mandati. Ecco, tutto questo rimanda per me a un certo modo di essere e di ragionare dell’occidente che mi pare impastato di una certa vena di follia».

Addirittura?

«Noi abbiamo vissuto l’ottantanove come il buio oltre le ideologie, rischiarato dalla possibilità che la storia fosse finita con la vittoria dei migliori. Poi ci siamo accorti che questo schema non ci permette di leggere il mondo. D’accordo. Ho però il dubbio che le questioni che abbiamo di fronte abbiano radici più profonde, che tenderei a vedere nel dilagare della postmodernità, del decostruzionismo, non come categorie accademiche ma come nuova grande filosofia della storia. Tutto ciò che è stato grande e classico, dalla letteratura alla filosofia, anche nelle rotture di continuità ha avuto un rapporto con il passato. A un certo punto, invece, si è deciso di farne a meno e inventarsi una cosa nuova, che alla fine approda nei cessi del North Carolina dove, siccome siamo tutti un composto di uomo e donna, non si sa più cosa fare, e nascono anche dei problemi di traffico».

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