Fedeli: “Terremoto, gli studenti non perderanno l’anno scolastico”

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La ministra: nessuno stop anche a chi non avrà i 200 giorni di presenza obbligatoria

Gli studenti delle zone colpite dal terremoto finiranno regolarmente l’anno scolastico e non subiranno alcuna ripercussione anche se non hanno frequentato per tutti gli ordinari 200 giorni previsti. E a settembre non ci saranno cattedre ballerine. Alla ministra all’istruzione Valeria Fedeli tutti riconoscono (anche grazie alla sua formazione nel sindacato) una spiccata vocazione al confronto (qualcuno direbbe alla “mediazione”). Il che per un mondo come la scuola con tanti protagonisti (studenti, genitori, insegnanti, personale non docente) forse è l’unica strada per raggiungere obiettivi. «Certo che mi confronto. Perché la scuola non è di qualcuno, è di tutti. Qui lavoriamo ad alleanze e scelte trasversali, impegnandoci tutte e tutti, almeno su questo aspetto che riguarda le nuove generazioni, cioè il futuro del Paese, ad un confronto senza pregiudizi e mirato a concreti punti di condivisione».

Mi pare giusto, però l’importanza di un metodo è che faccia raggiungere l’obiettivo. Il suo qual è?

«Completare, senza tradirne l’impianto, le riforme avviate, lavorando per attuare, equilibrare, anche migliorare se necessario».

Un impegno concreto?

«A settembre il nuovo anno scolastico deve partire nelle migliori condizioni, le studentesse e gli studenti dovranno avere tutti i docenti in cattedra e una scuola che funzioni fin dal primo giorno. E molto concreto è anche il nostro impegno per le pari opportunità e contro ogni forma di discriminazione».

Tema sensibile. Lei è stata attaccata, anche personalmente, da vari ambienti conservatori e di destra proprio per questo motivo.

«Lo so, ma rimango convinta che il sapere deve essere un fattore di uguaglianza, uno strumento di pari opportunità, teso a formare una cittadinanza piena e consapevole».

Ora l’emergenza è garantire l’istruzione pubblica nelle aree colpite dal terremoto.

«Proprio per questo nell’ultimo decreto del governo abbiamo deciso di inserire anche delle norme che riguardano gli edifici scolastici e la vita delle studentesse e degli studenti perché la scuola è sinonimo di speranza, forza, futuro».

C’è però anche il rischio che quegli studenti perdano l’anno per le troppe assenze fatte non per loro diretta responsabilità…

«Non succederà. Abbiamo deciso di intervenire per salvaguardare l’anno scolastico delle studentesse e degli studenti che stanno vivendo una situazione particolarmente difficile e inserito nel cosiddetto decreto terremoto una norma precisa: anche con meno di 200 giorni di attività didattiche effettivamente svolte, l’anno scolastico sarà valido. La scuola è un presidio fondamentale, irrinunciabile. Si è visto anche in questi mesi durissimi per le popolazioni colpite dal terremoto e dal maltempo. Noi vogliamo fare tutto il possibile per supportare la scuola, per farne il centro della ripartenza nei Comuni interessati dal sisma».

Ci saranno deroghe anche per i giorni di frequenza minima necessari per svolgere gli esami di Stato?

«Sì, e in più faremo una circolare per riaprire le iscrizioni nei Comuni di Abruzzo, Umbria, Marche, Lazio colpiti dal terremoto o, come nel caso di molte zone dell’Abruzzo, dal maltempo. Lo facciamo per rispondere a un’esigenza che ci è stata espressa da Regioni, enti locali, organizzazioni sindacali, famiglie e studentesse e studenti. Quindi dopo che sarà terminato il periodo in cui è possibile iscrivere on-line le ragazze e i ragazzi al primo anno –il 6 febbraio –riapriremo una finestra dal 13 febbraio al 7 marzo appositamente per le famiglie delle zone investite da sisma e maltempo ».

Parlava di risposta a un’esigenza espressa tra gli altri da organizzazioni sindacali, famiglie, studenti. I quali però, ministra, insieme anche a docenti, associazioni, forze politiche chiedono di rivedere diversi aspetti della riforma della scuola e le stesse deleghe approvate dopo il suo insediamento. Che risponde?

«Ho cominciato ascoltando, confrontandomi, cercando soluzioni il più possibile aperte e condivise. E continuerò a farlo per completare, senza tradirne l’impianto, le riforme avviate. Che vanno attuate e, laddove necessario, migliorate. Il ministero sarà aperto, pronto a dialogare e condividere. Mi aspetto di trovare in tutti gli interlocutori lo stesso atteggiamento. Su un tema come quello della scuola, che riguarda le nuove generazioni, cioè il futuro del Paese, ci deve essere spirito di collaborazione e confronto di merito, non delegittimazione di opinioni diverse o conflittualità pregiudiziale».

Ascolto, dice, confronto. Che però poi devono cedere il posto alle decisioni.

«Ma certamente. Le dirò di più: nel confronto non ci deve essere nessun fraintendimento e nessuna confusione di ruoli. Ascolto e dialogo servono a migliorare la qualità delle scelte, ma ciascuno deve essere consapevole del proprio ruolo e della propria responsabilità. E le scelte finali restano di competenza del Parlamento, del governo e del ministero, nel rispetto dell’autonomia educativa».

A proposito di autonomia educativa: condizione necessaria, anche se non sufficiente, sono le risorse economiche. In questo caso cosa risponde a chi lamenta la scarsità dei finanziamenti per la formazione degli studenti?

«Potrei ad esempio rispondere citando il Piano operativo nazionale appena presentato, un piano di investimenti di 830 milioni finalizzato a rendere la scuola più aperta, inclusiva, innovativa».

Tante volte si sono visti simili piani, con cifre altrettanto elevate, rimanere sulla carta senza produrre poi nulla di concreto.

«Non sarà così. Abbiamo già predisposto 10 bandi, ciascuno su un tema specifico – dal potenziamento della conoscenza delle lingue all’educazione alimentare e ambientale, dall’alternanza scuola-lavoro all’e ducazione degli adulti, dall’educazione all’imprendito – rialità alla creatività digitale – a cui tutte le scuole d’Italia potranno partecipare».

Se ne avranno il tempo e non cambino le regole col prossimo governo, verrebbe da dire pensando a chi parla di elezioni anticipate… Secondo lei quando è meglio andare a votare?

«Non è una discussione che mi appassiona. Io dico solo: mai avere paura delle elezioni, purché ci siano gli strumenti per farle, cioè una legge elettorale per la Camera e per il Senato. Dopodiché la politica decide. Se il Parlamento e il governo sono in grado di andare avanti, di fare ciò che serve al Paese, si arriva a scadenza naturale. Se non ci sono le condizioni, il Parlamento e il Capo dello Stato ne prenderanno atto».

Un’ultima domanda sul Pd: si va verso una scissione?

«Mi auguro proprio di no. Uno dei capisaldi della responsabilità politica è la capacità di aggregare, non di frantumare. E un Partito democratico deve essere per sua natura pluralista. Spero che la discussione sulla scissione appassioni pochi e non venga praticata da nessuno

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