Fassino: “Urne a giugno, discutiamo ma con spirito unitario”

Pd
Il sindaco di Torino, Piero Fassino, durante la conferenza stampa di fine anno presso la Sala Colonne del Municipio, Torino, 29 dicembre 2015. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

L’ex sindaco di Torino: “C ’è un clima che non va bene, bisogna cambiare il modo di stare dentro questo partito”

Cosa pensi di tutte queste dichiarazioni per un congresso Pd subito?

«La lettura dei giornali di questi giorni mi ha creato un sentimento di grandissimo sconcerto e credo che i nostri elettori vivano un grande disagio: in un momento così delicato e difficile, non aiutano certo annunci o minacce di separazioni o scissioni e penso che tutto questo non offra un’immagine credibile del Pd, rischiando soltanto di favorire i nostri avversari politici. Avendo sempre speso il mio impegno politico per unire, mi permetto di fare un appello alla responsabilità e a non evocare e utilizzare parole e proposte che approfondiscano e aggravino una condizione di disagio e divisione nel partito. È compito di qualsiasi dirigente essere responsabile e avere a cuore i destini della comunità a cui appartiene, e non credo che il modo migliore per tutelare e riaffermare la funzione del Partito democratico sia quello di evocare scissioni. Che peraltro appartengono a un altro tempo: se c’è una cosa che non è popolare nell’opinione pubblica è l’ipotesi di dare vita a nuovi partiti. Anzi c’è una diffidenza nei confronti di quelli esistenti, figuriamoci se si evoca di farne altri. E poi quand’anche si desse vita a un nuovo partito del 10% quali sarebbero le sue prospettive e quale beneficio ne verrebbe al Pd, al centrosinistra e sopratutto all’Italia?».

Ma a livello di élite politiche il gioco piace moltissimo, sia a destra sia a sinistra…

«Non all’opinione pubblica, e soprattutto non piace ai nostri elettori. Che chiedono al Pd e ai suoi dirigenti una riflessione seria, approfondita, critica e autocritica sull’esito del referendum e sui problemi che il partito ha davanti, ma tutto questo lo chiedono perché si ritrovi coesione e unità e non perché si aggravino lacerazioni e divisioni».

A Rimini però Renzi non le ha tenute presenti, anzi ha saltato ogni risposta considerata provocatoria. Ma le divisioni ci sono, non è così?

«Mi pare evidente che tutti dobbiamo lavorare per unire, ciascuno di noi deve sentire la responsabilità di agire per consentire una riflessione, una discussione e anche l’assunzione di decisioni impegnative, in un clima di reciproco rispetto e di coesione. Penso sempre che a ogni dirigente deve essere chiesto di avere nella ricerca della sintesi la stessa determinazione che ha nel battersi per la propria opinione. Perché non si deve mai dimenticare che un partito è prima di tutto una comunità, di uomini e donne uniti da valori comuni e consapevoli di un destino comune».

Quale tra le voci critiche ti ha colpito di più?

«Non me la voglio prendere con questo o quello: ci sono toni fuori misura, c’è un clima che non va bene. Bisogna cambiare il modo di stare dentro questo partito, tornando al gusto di una sincera ricerca di ciò che il Pd deve fare per il Paese. E torniamo a riconoscere che se ci sono opinioni diverse ci si confronta, si discute, si cerca un punto di sintesi, fermo restando che se poi una sintesi non si trova vale un principio di maggioranza che guida la vita di qualsiasi organizzazione e partito del mondo».

Ma quello che dici non porta dritto dritto a un congresso anticipato?

«Il congresso Pd è previsto da Statuto entro quest’anno. Quando farlo è legato al passaggio elettorale. Come sappiamo su quando andare al voto ci sono ipotesi diverse, prima dell’e state oppure a fine mandato e dunque a inizio del 2018. Ricordo che, con segretario Bersani, ragionevolmente non si fece il congresso a fine 2012 perché c’erano elezioni ormai alle porte: si valutò allora che bisognava concentrare tutte le forze nella campagna elettorale, postponendo il congresso a dopo le elezioni anche per tenere conto dei risultati elettorali. Ricordo peraltro che subito dopo il referendum Renzi propose di andare al Congresso e la gran parte dei dirigenti, di tutte le correnti, sostennero che occorreva darsi il tempo necessario. È chiaro che una scadenza elettorale ravvicinata, consiglia di convocare il congresso dopo le elezioni; se invece alle urne si andrà più avanti il congresso sarà prima del voto. Il prima o il dopo non dipende da un capriccio. Intanto dipende dalla discussione sulla legge elettorale. Il Pd ha avanzato una proposta ed è il Mattarellum, su cui finora non c’è stata una risposta dalle altre forze politiche. Hanno altre proposte? Lo dicano. Se però non ce ne sono e non si vuole neanche il Mattarellum, occorre prendere atto di quello che la Consulta ha detto esplicitamente: che l’Italicum, modificato dalla sentenza, è “vigente e applicabile”».

C’è però anche un governo in carica: chi decide di farlo dimettere?

«Infatti il problema non è una decisione unilaterale del Pd, ma a quale conclusione arriva il confronto tra le forze politiche, e questa è legata a che risposta si dà al problema della legge elettorale».

Il Pd però è esploso, l’immagine che dà oggi è davvero di un partito al capolinea…

«Ed ecco il mio appello alla responsabilità. Confrontiamoci seriamente sui nodi che abbiamo di fronte e su come possano incidere sul passaggio elettorale. Ad esempio: al momento c’è un referendum indetto su voucher e appalti che rischia di trasformarsi nella replica di quello costituzionale, dove i temi della riforma costituzionale sono stati messi da parte e si è usato il referendum per destabilizzare il governo e Renzi in particolare. Il referendum sui voucher è un altro momento per destabilizzare il Pd e il suo segretario? Perché se l’intenzione è questa, il partito democratico ha il dovere di vederla e ogni dirigente di assumersi le proprie responsabilità. Secondo punto, la legge di Stabilità che si farà in autunno sarà molto impegnativa, perché l’Italia non regge più un debito al 135% del Pil, situazione che riduce le risorse per sostenere investimenti e crescita e ci mette in una condizione di continua debolezza in Europa. Una legge di stabilità che affronta un nodo così impegnativo è bene venga fatta da un governo a fine legislatura o da uno che invece ne ha davanti una intera? E ancora: ipotizziamo che prevalga la scelta di andare a elezioni a fine legislatura: come si argina la campagna – che non farà solo Grillo, perché sarà amplificata da tutti i media – sul fatto che non si va al voto perché i parlamentari vogliono prendere il vitalizio ? Ho evocato tre temi su cui chiedo una riflessione: come si vuole gestire il passaggio referendario; come gestire la legge di Stabilità; come ci si mette al riparo da una campagna qualunquistica e antipolitica che però può fare presa sull’opinione pubblica. Sono passaggi non banali, per decidere quando andare al voto. Si può e si deve discutere di quali benefici o problemi comportano, e non tanto al Pd ma sopratutto per il Paese».

Ma in che sede si può farlo?

«Intanto a febbraio c’è la Direzione del partito ».

Sembrano talmente labili queste direzioni di partito, si discute più fuori…

«Questo è il vizio di molti dirigenti, preferiscono parlare nei corridoi che nelle assemblee. È necessario e urgente ripristinare un metodo: che tutti quelli che quando si formano gli organi dirigenti vogliono esserci a tutti i costi, poi ci vengano e dicano la loro, e lì si discuta e decida».

E il tema posto da Macaluso, secondo cui non si può fare un G7 sotto elezioni?

«È evidente che eventuali elezioni anticipate dovranno essere svolte in tempi che non si sovrappongano a scadenze così impegnative come il vertice di fine marzo sul 60° dei Trattati dell’Unione europea e il G7 di maggio ».

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