Fassino: “Da Matteo un vero sforzo unitario. Ora riconnettere partito e società”

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Il sindaco di Torino e presidente dell'Anci Piero Fassino durante la conferenza stampa svoltasi al termine della riunione al Ministero dell'Ambiente sull'emergenza smog, Roma, 30 dicembre 2015. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La carica innovatrice dell’azione di governo non sempre ha trovato il consenso sperato. Serve più dialogo, ma senza rallentare sulle riforme

Piero Fassino, le è piaciuto l’intervento di Matteo Renzi all’assemblea nazionale del Pd?

«Sì, direi che l’assemblea ha corrisposto alle aspettative della nostra gente, degli elettori e dell’opinione pubblica. Ho apprezzato il tono della relazione del segretario che ha tenuto insieme la rivendicazione giustamente orgogliosa dei suoi mille giorni di governo con una riflessione critica, netta e severa, sui limiti dell’azione di partito e governo che si sono riflessi nel voto referendario. Non ha nascosto la sconfitta e ha prospettato un “cambio di passo” nella vita del Pd e nel modo di costruire un rapporto con la società italiana per recuperare il consenso venuto meno».

La «fase zen» esisterà davvero o soltanto sui giornali?

«Un cambio di passo è necessario. È importante aver concentrato l’at – tenzione sui giovani e sul Mezzogiorno, sui tanti problemi che lo affliggono e che spiegano perché lì si è concentrato il No al referendum come manifestazione di un forte malessere sociale e politico. Più in generale, dobbiamo avere consapevolezza che il riformismo dall’alto rischia di non trovare consenso: bisogna riallacciare un rapporto di ascolto, interlocuzione e costruzione politica e programmatica con la società».

Cosa non ha funzionato?

«I mille giorni sono stati percorsi con slancio, a passo di corsa. Sono state messe in campo molte riforme: la scuola, il Jobs Act, le Unioni civili…».

Riforme che non puzzano, come ha sottolineato Renzi?

«Intanto riforme vere, sapendo che non esistono riforme perfette, e anche queste contengono limiti e contraddizioni. Ma hanno aperto un processo di modernizzazione che l’Italia aspettava da decenni. Penso alla legge sul Dopo Di Noi, di altissimo valore morale e sociale, come ai molti Patti sottoscritti con Regioni e grandi città per rilanciare gli investimenti pubblici».

Però?

«Questa forte carica innovatrice non sempre ha trovato il consenso sperato. Penso alla scuola, una buona riforma, che però ha creato disagio nel mondo degli insegnanti. La politica deve costruire i suoi contenuti insieme ai destinatari: cittadini, famiglie, imprese. Questa nuova fase non deve però rallentare la determinazione su innovazione e riforme, altrimenti sarebbe un passo indietro, bensì colmare la lacuna di un insufficiente rapporto tra riforme e Paese».

Alla fine Renzi si è dimesso da premier, ha rinunciato al congresso anticipato, non ha avviato rese dei conti. Perché la minoranza non ha votato la sua relazione?

«Renzi si è mosso esattamente come deve fare un leader, nel modo giusto. Orgoglioso delle sue scelte, determinato, ma senza chiudersi al confronto con chi la pensa diversamente e con tutte le anime che compongono il Pd. Il dovere di un segretario è aprirsi e riconoscere le differenze per fare sintesi. Le diversità sono ricchezza, non rischio. Domenica in Renzi ho visto uno spirito unitario chiaro e forte».

La minoranza, a quanto pare, non lo ha visto.

«Registro che intanto in assemblea non c’è stata contrapposizione. Non si è riprodotta la frattura della campagna referendaria. Gli interventi di Guglielmo Epifani e di altri esponenti della minoranza si sono collocati dentro la relazione del segretario e non fuori né contro. Questo è un primo passo positivo a cui spero ne seguano altri. Anche perché il nostro popolo chiede coesione e unità, a cui tutte le anime del partito hanno il dovere di corrisp ondere ».

Insomma, bisogna guardare il bicchiere mezzo pieno?

«La credibilità di un partito dipende anche dalla sua coesione e solidarietà. Spero che l’assemblea sia l’avvio di un percorso di ricomposizione del modo di stare nel Pd attraverso regole condivise. Credo che nessuno voglia più vedere le contrapposizioni aspre conosciute in campagna elettorale e mi auguro che tutti davvero le considerino definitivamente archiviate».

L’altra gamba di questo percorso è rappresentata dal governo. Nasce in condizioni troppo avverse o può durare?

«Un governo è un governo, che è sempre nella pienezza dei poteri. Non esistono governi di serie A o B. Gentiloni ha davanti a sé sfide non riconducibili all’ordinaria amministrazione: Mps e la ricostruzione del sistema creditizio, la legge di Stabilità e il rilancio di investimenti e crescita, la ridefinizione delle politiche europee, l’immigrazione, la drammatica sfida del terrorismo. Sono sfide non minori di quelle del governo Renzi».

In questo quadro, l’orizzonte del voto in primavera è realistico? «È evidente che questa legislatura è nata, dopo l’appello di Napolitano, per fare le riforme. L’esito del referendum ci dice che si sono arenate e che questa finalità è venuta meno. Dunque è corretto restituire la parola ai cittadini. Ed è evidente che avere una legge elettorale adeguata è una urgente priorità a cui da subito deve dedicarsi il Parlamento».

Un accordo sul Mattarellum si troverà?

«Il Mattarellum è un sistema concepito in un contesto bipolare e non tripolare come adesso, quindi occorre renderlo “compatibile”. Ma averlo proposto è giusto e lancia un messaggio preciso: non rinunciare al duplice obiettivo di tenere insieme rappresentatività e governabilità. Non rassegniamoci fatalisticamente al ritorno al vecchio proporzionale puro ante ’94 che non darebbe stabilità agli esecutivi. Partendo dal Mattarellum si può trovare un’intesa sulle integrazioni necessarie senza perdere l’ispirazione maggioritaria originaria».

Ovviamente dipenderà dalla legge elettorale, ma sono ipotizzabili le primarie prima del voto?

«I meccanismi di selezione dei candidati dovranno essere coerenti con la legge elettorale che si adotterà. Di certo dovrà esserci il pieno coinvolgimento dei cittadini e la individuazione dei candidati non potrà avvenire sulla base di sole decisioni delle segreterie di partito».

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