Fassino: “Chi è di sinistra vota No? Solo un luogo comune”

Referendum
Il sindaco di Torino, Piero Fassino, durante la conferenza stampa di fine anno presso la Sala Colonne del Municipio, Torino, 29 dicembre 2015. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

L’ex segretario Ds e fondatore del Pd: “Un bene la fine del bicameralismo paritario”

“Non vedo alcun pericolo per la democrazia, e l’anomalia in Europa è l’avere un Parlamento con due Camere che fanno la stessa cosa”: ne è convinto Piero Fassino, ex sindaco di Torino e presidente Anci fino a ottobre, è stato ministro e segretario dei Democratici di sinistra.

Perché ha scelto di aderire alla Sinistra per il Sì?

Questa riforma contiene proposte che fanno parte da sempre del patrimonio della sinistra, è infondato il luogo comune secondo cui chi viene da una storia di sinistra non può che votare No. È il contrario, chi viene dalla sinistra non ha alcun imbarazzo a votare Sì. Il superamento del bicameralismo paritario era una proposta sostenuta dai Ds ed entrata nel programma dell’Ulivo con cui Prodi vinse nel ‘96. Il superamento delle Province come articolazione statale: lo lanciò Cossutta come responsabile Enti Locali del Pci a metà anni 70. O la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni, gli stessi amministratori chiedono di rivedere le materie concorrenti; o l’abolizione del Cnel, che non ha più ragione d’essere.

Nessun pericolo per la democrazia?

Ci sono anche delle innovazioni sul piano della democrazia diretta: il referendum non solo abrogativo ma propositivo, lo Statuto delle opposizioni; il fatto che la Consulta debba esprimersi sulla legittimità delle leggi elettorali. E poi non c’è alcuna dilatazione dei poteri del premier, di cui si parla tanto: restano come sono oggi, così come quelli del presidente della Repubblica. Stento a vedere una deriva plebiscitaria, per questo ho scelto di aderire alla Sinistra per il Sì, sottoscritta da donne e uomini che vengono tutti da una storia di sinistra pur con collocazioni diverse all’interno del Pd.

Il fronte del No contesta il Senato delle Autonomie composto da sindaci e consiglieri regionali.

Il modello del Bundestag, la Camera legislativa che dà la fiducia al governo, e del Bundesrat, il Senato delle Autonomie, non solo c’è in Germania ma anche in Francia, dove il Senato è scelto con elezioni di secondo grado che coinvolgono gli amministratori locali. Semmai l’ano – malia in Europa è avere un Parlamento con due Camere che fanno la stessa cosa, mentre in molti paesi si differenziano le funzioni e una delle due Camere è legata alle autonomie locali. Poi bisognerà discutere come eleggere i senatori. Ci sarebbe voluta una presenza più ampia dei Comuni, nella legge elettorale spero che abbiano il massimo di rappresentatività e di legittimazione.

Secondo D’Alema la riforma è “un pasticcio che spacca il Paese”, complica il processo legislativo e mina la democrazia. Che ne pensa?

Io rispetto tutte le posizioni, anche del No, ma sarebbe meglio se si facesse una campagna elettorale senza estremizzazioni o che non si facciano caricature delle posizioni altrui. Lo dico a tutti. Ma ripeto, non vedo attacchi alla democrazia. Credo che lo stesso D’Alema sappia che non si riuscirebbe a buttare via questa riforma per farne una “semplice con tre norme”. È fuori dalla realtà, D’Alema stesso propose una riforma molto ampia e complessa con la Bicamerale, certo non di tre misure.

Il referendum è diventato strumento di lotta politica dall’iniziale personalizzazione?

È un errore usare il voto sulla Costituzione avendo un obiettivo diverso, per dire sì o no a Renzi o per creare nuovi schieramenti. Così come non credo sia giusto dire “l’Anpi e la Cgil votano No e Marchionne Sì”, perché votano No anche Brunetta, Salvini e Casa Pound. Ognuno esprima le sue opinioni ma stiamo al merito, sia una discussione laica e non una crociata. E su questo siamo in ritardo.

La minoranza dem ha condizionato il Sì alle modifiche sull’Italicum e il fronte del No ne fa una battaglia.

È una forzatura stabilire, per un obiettivo di parte, un nesso automatico fra Costituzione e legge elettorale. La Carta varrà con ogni sistema di voto, sono slegate: Berlusconi e Prodi hanno vinto entrambi sia con il Matterellum che con il Porcellum. Discutiamo delle modifiche all’Italicum, purché ci sia la maggioranza in Parlamento. Finora il centrodestra ha detto che ne parlerà solo dopo il referendum. È la conseguenza dell’ave r creato quel nesso sbagliato.

Come cambierebbe la legge?

Il ballottaggio in un sistema tripolare determina risultati che alterano l’effetti – va rappresentatività di chi vince, come si è visto nel voto amministrativo di giugno. Così come è legittimo riflettere se il premio di maggioranza debba essere dato a una lista o alla coalizione.

Che ne pensa di quello che succede a Roma? L’M5s va meglio a Torino?

Roma dimostra che per governare che non basta vincere le elezioni se non si ha una classe dirigente e un progetto di governo. Quanto a Torino, starei attento a mitizzare Appendino. Capisco che mediaticamente è suggestiva la dialettica Raggi cattiva, Appendino buona, perché la differenza non sta nelle persone, ma nell’eredità. Appendino ha preso una città in piedi, e nonostante ciò le prime mosse sono una sequenza di no – alla Tav, alla città della Salute e ad altre opere – che mette a rischio il futuro della città. Certo, l’M5s per uscire dalle sue difficoltà dice no anche alle Olimpiadi, mentre se fossero intelligenti dovrebbero fare il contrario, rilanciare sui Giochi, ma non possono farlo perché sono prigionieri del loro massimalismo.

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