Fassino: “Appoggio Renzi per far vivere nel Pd la sinistra delle riforme”

Pd
20170219_FASSINO_U

L’ex segretario Ds: non sono acritico, vedo dei limiti come sulla scuola. Abbiamo bisogno di un riformismo da attuare insieme al popolo

Sgombrato il campo dai sospetti circa la corsa al voto a giugno, adesso si può finalmente parlare di politica. Almeno ci spera, Piero Fassino, ultimo segretario Ds, tra i fondatori più convinti del Pd e tra coloro che più si sono spesi per evitare la scissione che invece si è consumata. Una scissione, spiega, di cui non riesce a cogliere le ragioni politiche, tanto più da parte di chi ha un’idea diversa da Matteo Renzi, «il congresso serve a questo, a fare una discussione e anche una battaglia, sulle idee». Dunque, un errore la scissione. Ma gli errori non stanno solo da una parte. All’ex premier, che sosterrà nella corsa alla segreteria dice: «Attenzione ai riformisti calati dall’a l to senza il sostegno del popolo e senza un partito ».

Tramontata definitivamente l’ipotesi del voto a giugno?

«Avendo fissato le primarie il 30 aprile è chiaro che non si parla di elezioni anticipate a giugno, non ci sarebbero i tempi e questo non è soltanto un dato tecnico, è un dato politico. È la conferma di quello che abbiamo detto in Assemblea: il congresso non ha come oggetto la durata della legislatura, che è affidata all’attività del governo. Il governo Gentiloni è nella pienezza dei suoi poteri, un esecutivo del Pd la cui composizione è analoga per il 90% al governo precedente. E il Pd lo sostiene in tutto il suo mandato. L’oggetto vero del congresso è la definizione della strategia del Pd alla luce da un lato della sconfitta referendaria e dall’altro, dalle scadenze che abbiamo davanti: dalle elezioni amministrative di primavera, all’eventuale referendum su voucher e appalti, alla legge di Bilancio ».

Legge di Bilancio che si annuncia lacrime e sangue. Sicuro che il Pd non sia tentato di andare al voto a settembre per evitare una campagna elettorale post-manovra?

«Intanto bisogna capire come andrà a finire la discussione in corso in queste settimane in Europa sul fiscal compact, da cui dipende la modalità con cui gli Stati dovranno fare i propri bilanci. Quanto al voto a settembre, credo che dipenda dal governo. Spetterà a Gentiloni e Padoan stabilire se dovrà essere il loro esecutivo a varare la legge di Bilancio o un esecutivo legittimato dalle urne. Per il Pd l’orizzonte di questo governo è di fine legislatura, se nel frattempo subentreranno valutazioni diverse si ve drà».

Fassino, questo congresso nasce sulle macerie di una scissione, seppure lenta e silenziosa. Anche Vasco Errani se ne va. Quanto peserà questa lacerazione?

«In questi giorni leggo con grande attenzione le motivazioni addotte da chi ha lasciato il Pd. Continuo a non vedere delle ragioni politiche fondate perché non viene evocato un progetto alternativo a quello che il Pd ha perseguito in questi anni; non vengono evocati dissensi di natura strategica tali da giustificare un’inconciliabilità a fondamento della scissione si avanzano una serie di riserve su passaggi che ci sono stati, dal jobs act alla legge elettorale. Tutto legittimo, ma queste sono ragioni da portare dentro un congresso: è quello il momento in cui si discute, si fanno le battaglie e si presentano proposte alternative».

Roberto Speranza l’ha detto: il motivo è Renzi. Il Pd di Renzi.

«Di ogni segretario si giudica la politica, non può esserci un pregiudizio sulla persona. Su ognuno di noi si possono evocare pregi e difetti, ma non si sta dentro o fuori un partito sulla base del giudizio che si dà a chi lo dirige. Ad un partito si aderisce per i suoi valori, i suoi programmi. Non voglio dire che sia del tutto ininfluente il segretario del momento, ma non lo ritengo un motivo sufficiente per una scissione. Tre anni fa c’era un altro segretario, dopo Renzi ce ne sarà un altro ancora. I valori del Pd, invece, sono sempre gli stessi: quelli su cui si fonda».

A proposito dei valori a cui ispirarsi, quali dovrebbero essere le parole d’ordine della mozione programmatica di Renzi? C’è qualcosa che va cambiato su lavoro, riforme, partito?

«Io appoggio Renzi perché tutte le ragioni per cui abbiamo fondato questo partito dieci anni fa sono attuali. Dieci anni fa abbiamo fatto quella scelta perché abbiamo percepito che di fronte alle sfide nuove che il nuovo secolo ci poneva c’era bisogno di un pensiero nuovo. E se guardo a quello che ci accade intorno, in Italia e nel mondo, avverto ancora di più la necessità che una forza progressista, di sinistra, sia capace di avere un pensiero fortemente innovativo in sintonia con la società italiana. Renzi interpreta questa tensione all’innovazione di cui abbiamo bisogno. Dieci anni fa abbiamo fatto il Pd perché si trattava di mettere in campo una stagione di riforme economiche, sociali, istituzionali, per modernizzare il Paese e se guardo all’Italia di oggi vedo che ancor di più l’esigenza di superare arretratezze strutturali che ci portiamo dietro da anni e Renzi ha il profilo giusto. E quando abbiamo fondato il Pd eravamo convinti che questo partito potesse riformare la sinistra in Europa, potevamo sembrare presuntuosi, oggi non è così, basta guardare a quanto sta avvenendo in Francia o in Spagna».

Nessuna critica a Renzi?

«Ci stavo arrivando. C’è bisogno di una sinistra che sia capace di mettere in campo delle riforme coraggiose, ma il mio sostegno a Renzi non è acritico, vedo anche i limiti che ci sono stati nell’azione di questi anni». Quali i maggiori? «Sostanzialmente due, che abbiamo il dovere di affrontare. Il primo limite è che non basta che si pensino delle riforme giuste se non le accompagni con un’azione forte nei confronti dei destinatari a cui sono rivolte. Se non ti poni il problema di accompagnare la realizzazione di una riforma con la costante cura di una relazione con i soggetti per i quali la pensi, se non ti preoccupi di seguire la sua gestione e la sua implementazione concreta, il rischio è che quella riforma non sarà capita. Attenzione a un riformismo dall’altro, che sia senza popolo. Noi abbiamo bisogno di un riformismo da attuare con il popolo».

Pensa alla riforma della scuola?

«Esatto. Con quella riforma noi abbiamo stabilizzato 100mila persone, la più grande stabilizzazione mai fatta in Italia, abbiamo stanziato 4 miliardi di euro e nonostante questo abbiamo avuto gran parte del corpo docenti contro. È evidente che ti devi domandare dove hai sbagliato, cosa non ha funzionato».

Cosa non ha funzionato, secondo lei?

«Non ha funzionato in un rapporto di confronto, di discussione e anche di battaglia politica».

Non è stato un errore rompere con tutti i corpi intermedi?

«Noi dobbiamo fare un ulteriore sforzo: non si può bypassare il sistema della rappresentanza, sia politica sia sociale. Intendiamoci, c’è una crisi della rappresentanza, dai sindacati, ai partiti alle associazioni di categoria, ma non possiamo rallegrarci di questa crisi perché una democrazia che non abbia un sistema di rappresentanza forte è una democrazia snervata, esposta a tutte le pulsioni di qualsiasi tempo. Dobbiamo chiederci, al contrario, come noi siamo capaci di sollecitare e favorire una riforma anche di questi soggetti. E questo ci porta alla seconda questione nodale: non si gestisce una fase riformatrice senza un partito. Noi in questi anni abbiamo affidato tutta l’azione di riforma al governo. Non basta. Una riforma devi farla vivere in una società e in questo è il partito a dover svolgere un ruolo fondamentale».

Sul congresso è piombata l’inchiesta Consip che vede coinvolti Luca Lotti, Tiziano Renzi e Michele Emiliano che sarà sentito come testimone.

«È responsabilità di tutti noi, in primo luogo dei candidati, garantire che sia una campagna elettorale che consenta a ogni iscritto e a ogni cittadino che voglia partecipare a questo dibattito, di farlo in un clima di rispetto reciproco».

Non è mai stato tentato, neanche per un attimo, di appoggiare Andrea Orlando al congresso? In fondo è una sua creatura.

«Andrea è uno dei ragazzi del vivaio Fassino, come Maurizio Martina, Federica Mogherini, Marina Sereni e Enzo Amendola. Sono affezionato ad Andrea, apprezzo il suo lavoro, ma credo vada detta una cosa. Sarebbe sbagliato pensare che chi viene dalla sinistra possa riconoscersi soltanto in un candidato che abbia la stessa storia. Abbiamo fondato il Pd come partito plurale, capace di far convivere storie e culture diverse. Io e tanti altri, che veniamo dai Ds, sosteniamo Renzi con i nostri valori, la nostra storia e la nostra cultura politica e per far vivere nel Pd la sinistra delle riforme».

Vedi anche

Altri articoli