Fabrizio Ferracane: “Quanto è difficile far emergere le piccole eccellenze in Italia”

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Dopo il successo ottenuto con “Anime nere”, l’attore siciliano è tornato sul grande schermo con “Uno per tutti” di Mimmo Calopresti

Il regista americano, Joseph L. Mankiewic, più volte premio Oscar (Un letto a tre mogli ed Eva contro Eva), diceva spesso: “Se dovessi scegliere tra un attore che ‘sente’ il suo ruolo e un attore che lo ‘capisce’ prenderei sempre il secondo. L’ideale, naturalmente, è una combinazione dei due. L’attore che pensa e che può controllare le sue emozioni è un grande attore, ma l’attore che gioca sulle sue emozioni e non pensa è troppo diffuso nella nostra epoca”. E quando si incontra sul grande o piccolo schermo o sulle tavole di un palcoscenico Fabrizio Ferracane si ha l’impressione che risponda esattamente alla sintesi auspicata dal regista.

Ferracane viene da lontano sia geograficamente che teatralmente. La sua Mazara del Vallo, terra di pescatori e leoni di mare, è una Sicilia silente e operosa, così come il suo essere attore è un esercizio lento e costante di stile e originalità. Sia se lo vedi in Sutta scopa a teatro o accanto a Giorgio Panariello in Uno contro tutti da poco uscito nelle sale, si riesce a gustare e a comprendere la sua forza attoriale di un professionista cresciuto nel rumore del lavoro e fuori dalla retorica di un mondo che può anche appassire. I suoi tratti sono ruvidi e schivi, il suo sguardo basta per riempire la scena o un’inquadratura, i suoi capelli tendenti ormai al bianco sono la metafora migliore della stagionatura dell’arte. “Guarda che gli attori sono quasi tutti banali, egoriferiti, quando ci parli ti annoi”, mi diceva sempre un vecchio collega giornalista. Non è certamente il caso di Ferracane, che ha le idee abbastanza chiare anche sul mondo intorno.

Fabrizio Ferracane, il grande pubblico ti ha conosciuto per Anime Nere, film rivelazione della scorsa stagione cinematografica che ha avuto il merito di raccontare la ‘ndrangheta e la società ancestrale che c’è intorno. La tua carriera però comincia molto lontano, sulle tavole del palcoscenico.
La prima volta che sono salito sul palco avevo 13 anni, recitavo in Miseria e nobiltà di Scarpetta, interpretavo Peppiniello e ancora sento addosso la bellezza del pubblico di Castelvetrano, il paese dove sono cresciuto, che applaudiva. A 18 anni vidi dei cartelloni in strada che proponevano dei provini teatrali per una scuola di Palermo e memore dell’esperienza di Peppinello decisi di provare. La scuola di teatro di chiamava Teatès ed era diretta da Michele Perriera, che mi disse che nel mio cognome c’era qualcosa in più. Fu un’esperienza bellissima che mi portò a Roma dove ebbi la fortuna di mescolarmi e di fare laboratori con maestri come Mimmo Cuticchio, Emma Dante, Martinelli. Un tempo i laboratori duravano di più e formavano moltissimo. Oggi sono degli incontri concentrati nel fine settimana che lasciano poco addosso.

Essendo il tuo mondo di provenienza, che giudizio dai dello stato di salute del teatro italiano?
E’ una fase negativa e stagnante, solo gli stabili hanno qualche risorsa in più invece il circuito off è fermo. Ogni volta che devi portare in scena delle repliche o un nuovo allestimento è sempre più dura e difficile.

Forse questo vale anche per il cinema. Ad esempio Anime nere, un piccolo capolavoro che ti ha portato una nomination al David di Donatello e il Globo d’oro come miglior attore protagonista, è stato molto in sordina ha visto una riscoperta tardiva rispetto all’uscita in sala.
Esattamente, i discorsi sono sovrapponibili perché nel nostro Paese il grande pubblico indirizzato dalla stampa, dal costume generale presta l’occhio sempre alle stesse cose, così le piccole eccellenze fanno una fatica immane ad emergere. Anime nere è stato talmente forte da scardinare questo sistema, grazie anche ai David e alla rimessa nelle sale.

Una storia di ‘ndrangheta che si plasma con la storia di un’economia parallela del nostro Paese, un affresco antropologico di un fenomeno mafioso inesplorato. Come è stata la lavorazione di un film così articolato e complesso?
Quello che il pubblico ha visto sullo schermo è stato figlio di una produzione complessa e lunghissima. Ad esempio all’epoca del film ho vissuto per quattro mesi tra Africo e Bianco; nei primi due mesi sono stato a contatto con gli abitanti, con la natura e già vivere quei posti mi donava qualcosa in più nel mio personaggio che era silenzioso, che aveva un mondo in conflitto nella sua testa. Abbiamo raccontato una Calabria inedita, una ‘ndrangheta che il grande pubblico ha sempre sotteso, una società delinquenziale che vive nel lusso milanese ma sgozza bestie in montagna, ma è anche la storia della banalità del male derivante da uno sgarbo finito male.

Sei tornato sul grande schermo, nei panni di Gil, protagonista del nuovo film di Calopresti, Uno per tutti, una storia noir e di amicizia, una miscellanea filmica che agisce su tanti registri narrativi. Come è stato lavorare con Mimmo Calopresti? 
Mimmo è stato un carissimo compagno di viaggio ma anche un ottimo comandante. Un regista con le idee molto chiare che ti mette davanti quello che si farà e come vuole la scena e la temperatura e riesce a scaldare tutti in modo da ottenere quello che si era prefissato. E poi sorride e gli piace far stare bene le persone e secondo me è una bellissima qualità.

Gil, il tuo personaggio nella pellicola, che tipo è? 
Gil è un padre apprensivo, determinato, permaloso, che non dimentica nulla. Uno di quei padri in parte assente per ovvi motivi di lavoro e che come succede oggi è presente poco e quando lo è presta maggiore attenzione ai modi e al come, è un padre che abbraccia poco, ma nonostante questa sua freddezza per il figlio è disposto a fare la qualsiasi , andare contro la legge, contro l’amico che la legge la rappresenta (Giorgio Panariello, ndr). Gil pensa che tutto sia sul tavolo del supermercato, che tutto si possa acquistare, come se tutto fosse giustamente vendibile, ritiene che basta mettere mani al portafoglio che basta mettere la firma dove non va messa, senza esagerazioni, per ottenere le cose. Ha un rapporto con una moglie che in realtà non ha. E’ un uomo appassito, deteriorato nel tempo e che forse neanche cerca di dare un valore ai suoi giorni, ma cerca costantemente solo in punto di disfatta e si rende conto della parola “perdita”.

Sei anche presente nel film Fantasticherie di un passeggiatore solitario, un lungometraggio particolare girato con alcune tecniche di animazione. Come è stata a livello attoriale questa prova, così diversa da film intensi e drammatici? 
Il film è di Paolo Gaudio, un giovane regista, che a mio avviso avrà un gran futuro. Mi sono divertito molto mettendomi completamente a disposizione di Paolo per realizzare delle situazioni parecchio divertenti. Ho conosciuto la stop-motion e varie tecniche di animazione, sono stato seduto un’ora su un divano e ho tolto una giacca in mezz’ora, ma il risultato è davvero divertente. Un film fantastico sia per il genere che per il risultato ottenuto. Ho girato questo piccolo ruolo prima di Anime nere e di Uno per tutti perché credo bisogna sostenere il cinema giovane fatto da autori e registi poco noti, con risorse minime ma dalle grandi idee e potenzialità. Comunque da gennaio ritorno al mio primo amore, il teatro con due testi uno di Giampiero Rappa ed un altro con la regia di Gianluca Merolli, Yerma, un testo poco noto di Garcia Lorca.

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