Fabbrini: “Trump non è Reagan, ha vinto con la destra estrema”

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Republican presidential candidate Donald Trump prepares to leave after casting his ballot in New York, Tuesday, Nov. 8, 2016. (ANSA/AP Photo/Richard Drew) [CopyrightNotice: AP]

Fabbrini è americanista e direttore della School Government della Luiss

Sergio Fabbrini, americanista e direttore della School Government della Luiss, chi è Trump? Un repubblicano o un Ogm?

«Non è un repubblicano se lo intendiamo come esponente della cultura politica conservatrice entro i limiti del new deal che si è sviluppata negli Usa dopo il secondo Dopoguerra. Ma anche il partito non è più quello di Bush padre e di Reagan, è cambiato dall’interno. Quello che coniugava valori di mercato e competizione con ordine interno e responsabilità internazionale è finito con l’affermazione di di Newt Gingrich nel ’94».

E cosa c’è al suo posto?

«Un partito a maggioranza molto più radicale ed estremista che mette in discussione i valori di fondo dell’America del Dopoguerra. Si radicalizzano obiettivi come la deregolamentazione, la detassazione, la restituzione dei poteri dal governo federale agli Stati. I nuovi repubblicani esprimono componenti radicali sul piano religioso, le comunità protestanti irish-scottish, fondamentalisti della Costituzione come della Bibbia, diffidenti verso lo Stato e molto aggressivi in politica estera».

In questo quadro, lei metterebbe i repubblicani, molti dei quali hanno avversato Trump, tra i vincitori?

«È stato un humus molto favorevole a Trump, ma lui è andato oltre. Parla di se stesso come leader di un movimento che dovrà fare i conti con il partito. Ha lanciato un’Opa, ma non è detto che riesca. Non è certo che avrà un governo omogeneo e nasceranno tensioni oggi imprevedibili».

Quali tensioni immagina?

«Il vicepresidente Mike Pence viene dalla destra fondamentalista, il presidente no. Credo che Trump prenderà posizione a favore di Israele, ma non vede la Russia come il diavolo laddove per la destra Putin è il nemico. Insomma, Trump ha portato oltre la radicalizzazione ma non necessariamente più a destra».

Qual è il collante tra queste due componenti?

«La cultura politica che tiene insieme la coalizione è l’isolazionismo, il nazionalismo economico. L’idea di tornare dentro le frontiere è un elemento profondo della tradizione americana, ci sono stati cicli come le oscillazioni di un pendolo. È una risposta alla globalizzazione che, a differenza della Gran Bretagna – molto più piccola e con meno risorse – passa attraverso un radicamento reale. Non è detto però che funzioni. Diciamo che per ora l’asse tra la destra e Trump ha sconfitto Silicon Valley, gli investitori progressisti che hanno investito molto su Hillary».

Che America sarà nei prossimi 4 anni?

«Intanto, tra due anni ci saranno le elezioni di mid term. Ricordiamoci che in quell’occasione, in risposta alla riforma sanitaria di Obama, i repubblicani cambiarono gli equilibri del Congresso impedendo al presidente di governare per la seconda metà del mandato. Sono clausole di salvaguardia inserite saggiamente dai costituenti. O Trump si dimostra molto pragmatico, e per ora non sembra, o sarà la chance per ridurne la spinta isolazionista. Gli interessi commerciali verso Europa e Asia si faranno sentire ».

È uno scenario realistico?

«L’America è spaccata come una mela. E la mela di Cupertino ha interessi troppo forti per essere contenuti dentro le frontiere. Diversi da quelli degli operai del Kansas o della classe media del Wisconsin. Anche tra Boston e gli Stati rurali c’è un conflitto aperto».

Trump è l’erede di Reagan nel terzo millennio?

«Reagan non era un outsider, anche se si comportava da tale, e certo aveva una visione internazionale. Trump ha una visione selettiva del ruolo americano: bombardare dove serve e poi ritirarsi. La tradizione multilateralista che va dall’Onu a Obama è stata fermata. Non so se per sempre».

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