Livi Bacci: “Esodo destinato a durare. L’Europa deve organizzarsi”

Dal giornale
Tre gommoni con 300 migranti a bordo complessivamente sono stati soccorsi ieri (domenica 23 agosto) a nord delle coste libiche da motovedette della Guardia costiera di Lampedusa, in tre distinte operazioni. I migranti tratti in salvo sono stati trasbordati a bordo dell'unità Dignity One. Lampedusa, 24 agosto 2015. ANSA/GUARDIA COSTIERA

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Il demografo Livi Bacci: accogliere i profughi è un obbligo internazionale oltre che civile. “Ma la popolazione Ue continuerà a decrescere”

L’ondata migratoria e le sue ricadute demografiche per il Vecchio Continente. Oltre l’emergenza. L’Unità ne discute con uno dei più autorevoli demografi italiani: il professor Massimo Livi Bacci. Docente di Demografia alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze, Livi Bacci è stato presidente onorario dell’Unione internazionale dello studio scientifico della popolazione.

Milioni di persone fuggono dall’inferno di guerre, sfruttamento, pulizie etniche, regimi sanguinari, povertà assoluta. Professor Livi Bacci, non è riduttivo continuare a parlare di “emergenza” umanitaria?

«Guardiamo la carta geografica: l’Europa confina a oriente e a sud con una vastissima area dove i conflitti armati sono di casa, oramai da anni, dall’Ucraina all’Iraq, dalla Siria alla Libia. Un’area che a sua volta è contigua con vaste regioni altrettanto lacerate e instabili: Afghanistan, Yemen, Sudan, Corno d’Africa, e altri Paesi della fascia sub-sahariana. I milioni di rifugiati o dislocati, e le masse impoverite dai conflitti cercano disperatamente vie di uscita alla loro situazione. Giordania e Libano, con una popolazione uguale a quella della Lombardia, ospitano più di 2 milioni di rifugiati, e il loro numero è in aumento. L’Italia e l’Europa debbono rendersi conto che non stiamo vivendo una “emergenza” destinata a riassorbirsi in poco tempo, ma una situazione quasi strutturale che è destinata a protrarsi – magari con modalità e numeri diversi – per parecchi anni. È fin troppo scontato dire che occorre prepararsi con un’azione che si dispieghi nel lungo periodo e non con interventi “emergenziali”. Ovviamente l’azione deve essere politico-diplomatica, ma anche organizzativa. Non sarei sorpreso se il numero di rifugiati in Europa si trovasse raddoppiato o triplicato nel giro di poco tempo».

In Europa c’è chi pensa di poter affrontare questa situazione ergendo muri o inasprendo l’azione dipolizia. Al di là dell’aspetto umanitario, e guardando alla dimensione del fenomeno, come giudica l’agire dei propugnatori del “pugno di ferro” contro i migranti?

«C’è un caleidoscopio di forze politiche, in Italia e in Europa, che manipola la questione migratoria a puri fini elettorali. Che distorce i fatti, alimenta la paura per bassi fini elettorali. E che spesso, purtroppo, è vincente. Che deliberatamente confonde il normale fenomeno migratorio, mosso da fattori economici e di convenienza, e attratto da una forte domanda di lavoro da parte delle famiglie e delle imprese, con l’eccezionalità dei flussi provocati dalle guerra e dai conflitti. Facendo di ogni erba un fascio. Ora, sulla prima forma di migrazione, che sicuramente va governata bene, sono legittimi punti di vista anche molto diversi. È legittimo chiudersi, ed è legittimo aprirsi, e il dibattito politico deve prodursi soppesando le convenienze delle varie posizioni. Ma sul secondo tipo di migrazione – quella prodotta dalla fuga dalla guerra – non c’è dibattito che tenga: le convenzioni internazionali, e prima di esse, il senso di civiltà, impongono la civile accoglienza».

Dal punto di vista demografico, quale impatto può avere, soprattutto per l’Europa, questo “esodo biblico”, tenendo anche conto del declino demografico europeo?

«Non eccessivo. Si tenga conto che le ultime (2015) proiezioni delle Nazioni Unite prevedono una diminuzione superiore al 20% della popolazione europea tra i 20 e i 60 anni, tra il 2015 e il 2050, nell’ipotesi che l’immigrazione continui sui livelli all’incirca pari a quelli degli scorsi anni».

L’Europa si è divisa sulle quote di migranti da suddividere tra gli Stati membri dell’Unione, mentre si continua ad annaspare sulla definizione di una politica migratoria comune a livello europeo. Da cosa nasce, a suo avviso, questo corto respiro europeo e su quali basi dovrebbe fondarsi una politica migratoria comune?

«Il Trattato di Lisbona stabilisce che la scelta del numero di immigranti – quelli economici, non i rifugiati e richiedenti asilo – da ammettere resti una prerogativa esclusiva di ciascun Paese. Quindi ogni Paese fa ciò che vuole; uno può chiudersi, un altro può aprirsi senza coordinamento alcuno. Ci sono 28 politiche migratorie diverse nella Ue. Altra cosa è l’accoglienza dei rifugiati: secondo il Trattato di Dublino, un rifugiato deve essere accolto (e la sua domanda esaminata) dal Paese alla cui frontiera bussa, ed eventualmente deve rimanerci. Come può cavarsela la Grecia, sulle cui coste arriva un numero di rifugiati pari a quello che raggiunge l’Italia, e che ha un Pil che è un settimo di quello dell’Italia? Le attuali regole potevano andar bene quando i rifugiati erano qualche migliaio all’anno, ma adesso sono centinaia di migliaia!».

Dalle fila della Chiesa, si sono levate voci autorevoli, a cominciare da quella di Papa Francesco, contro i respingimenti forzati.

“Respingerli – ha affermato Bergoglio – è un atto di guerra”. Ma la via dell’integrazione non è certo in discesa. Quali sono, a suo avviso, gli ostacoli principali da rimuovere? «L’eccezionalità della situazione ci dice che l’Europa non potrà cavarsela con le briciole dei suoi bilanci. Occorreranno molte risorse non solo per l’accoglienza – sappiamo che i campi profughi sono prigioni che non beneficiano nemmeno delle garanzie della legge penitenziaria – ma per far vivere normalmente, e per anni, il richiedente asilo o chi l’asilo l’ha ricevuto. Occorrerà favorire il loro impegno lavorativo, magari escogitando qualche forma di legislazione ad hoc. È necessario un forte coordinamento europeo e forme di condivisione degli oneri che molti Stati vedono come fumo negli occhi».

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