Ellekappa: io, l’anarchica che vota Sì

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Laura Pellegrini, una delle disegnatrici più acute e taglienti «Le riforme? Sono in attesa dai tempi della Bicamerale, figuriamoci se mi faccio sfuggire l’occasione»

Ellekappa, al secolo Laura Pellegrini, romana de Roma, bionda ricciolutissima, disegnatrice satirica tagliente e perfida almeno quanto è timida. Tanto tempo fa imperversava una volta la settimana su Tango e poi quotidianamente su l’Unità; alla fine è approdata a La Repubblica, dove ancora oggi vive, vegeta e colpisce chiunque arrivi a livelli eccessivi di ipocrisia.

Laura Pellegrini, in arte Ellekappa, lo sai che esistono ancora persone che non sanno che dietro questo strano pseudonimo si nasconde una disegnatrice donna? Misantropia o timidezza?

«Intanto ti ringrazio per aver chiarito a tutti che sono una disegnatrice donna, così se dopo questa intervista qualcuno vorrà insultarmi potrà farlo usando gli aggettivi propri del genere. Per quanto riguarda la seconda domanda, all’inizio era timidezza, ora è decisamente misantropia».

La passione politica e la passione satirica sono nate insieme o quella satirica è nata per sopperire alle delusioni della prima?

«Prima è venuta la passione politica, credo che all’epoca fosse imprescindibile. Appartengo a quella generazione che ha vissuto dall’adolescenza in poi tra una strage di Stato e l’altra, e tu sai bene di quale clima parlo. Per intenderci: portavo allora un eskimo innocente… Poi, più tardi, provare a fare satira politica è stata più che altro un’esigenza, per poter partecipare per interposte battute a quella tumultuosa realtà politica. Del resto le prime cose che ho visto e che mi hanno fortemente condizionato sono state le strisce di Up il sovversivo di Alfredo Chiappori, un dirompente squarcio di luce in quei tempi di informazione paludata».

Sei mai stata militante di qualche associazione o di qualche partito?

«Per un anno o poco più ho frequentato il circolo anarchico Carlo Cafiero della Garbatella, ma la mia volontà di cambiare il mondo aveva sempre le ore contate perché i miei erano della corrente di pensiero “questa casa non è un albergo” e alle otto di sera, rivoluzione o meno, dovevo tornare a casa. Poi a 17 anni ho incontrato quello che sarebbe diventato il compagno della mia vita, un irriducibile marxista che ha smontato metodicamente (sai come siete fatti voi marxisti) tutte le mie velleità anarchiche, e quella esperienza è finita lì. Insieme, poi, abbiamo partecipato a tutte le iniziative e manifestazioni della sinistra extraparlamentare. Praticamente ogni sabato un corteo, che tra l’altro ci risolveva pure il problema di cosa fare visto che non avevamo una lira».

Però l’anarchia è un po’ come la religione cattolica: qualcosa in fondo ti rimane sempre. A me quest’anarchia residuale che amo molto è servita per non cadere nelle trappole fideiste. In pratica per riuscire a far vignette contro l’ipocrisia anche quando gli ipocriti erano del mio partito. Mi fa l’idea che tu sei sulla stessa lunghezza d’onda, o no?

«Bè, il libero pensiero è il minimo sindacale nel nostro lavoro. Ma nel tuo caso, altro che anarchia residuale: tu sei irrimediabilmente anarchico. Sei riuscito a sovvertire l’ordine costituito del Pci con quell’adunata sediziosa permanente che era Tangoo e hai capovolto mille volte la tua vita professionale per non sentirti imbrigliato da schemi prefissati. E mi sa che devi avere anche un forte residuo religioso… Anche quando inchiodi alle loro responsabilità “gli ipocriti del tuo stesso partito” si capisce che lo fai senza astio e che tutto sommato sei pronto a voler loro bene di nuovo e a conceder loro ancora una chance. Nella tua dimensione politica e artistica è contemplato il perdono. E io, da questo punto di vista, sono molto diversa da te: con tutta la buona volontà, proprio non ci riesco».

Allora, vista la storia della nostra sinistra, ce ne saranno parecchi di quelli che aspettano inutilmente il tuo perdono.

«Premesso che ritengo del tutto improbabile che ci sia qualcuno che non dorma di notte in attesa del mio perdono, comunque sì, effettivamente la lista è lunga. Dunque annoieremmo i lettori della mia amatissima Unità passando ad esaminarla. Però non voglio sorvolare sul primo di questa lista e, dato che non voglio fare nomi perché sarebbe antipatico, ci limiteremo a chiamarlo subcomandante Fausto. Hai presente quel tipo talmente integro nei suoi principi di una sinistra intransigente che per ben due volte ha fatto cadere i governi di sinistra e ha riconsegnato il Paese alla destra? Hai presente quello con la erre blesa che si batteva fino al suo ultimo golfino di cachemire per i “opevai” e invece ha disintegrato l’Ulivo e ha regalato il governo a Berlusconi? Hai presente il raffinato interprete della gauche plurielle che ora trova con il popolo di Comunione e Liberazione quella connessione sentimentale gramsciana che non aveva trovato con il popolo di sinistra che lo implorava di non far cadere il governo dell’Ulivo? Quello che non aveva paura di affrontare i padroni nella loro stessa tana e per questo la sera andava al Gilda? Bè, qualche indizio sulla sua identità te l’ho dato. Poi fai te».

Non ho capito bene a chi alludi. Ti riferisci ad una persona del nostro recente passato o a D’Alema nel nostro immediato futuro? Anche se, a pensarci bene, non ha la erre moscia.

«Non facciamo di questi paragoni. Nei miei sentimenti D’Alema non potrebbe mai appartenere alla categoria del disprezzo. Da sempre D’Alema è stato il mio mito, il leader della sinistra che più ho stimato e ammirato, di cui mi fidavo ciecamente. Dunque provo solo dolore per le sue posizioni attuali. E non me le spiego, perché nell’attuale segretario del Pd vedo solo la prosecuzione di D’Alema con altri Renzi. Furono D’Alema e Veltroni, in nome della realpolitik, a entrare nel Camper di Craxi nel 1990 per cercare un accordo con quello che a sinistra veniva considerato un vero nemico, che Berlinguer aveva già definito un giocatore di poker, e con le nubi di Tangentopoli che si stavano addensando su tutti i craxiani. Fu sempre D’Alema a informare Occhetto che doveva andarsene in quanto “tecnicamente obsoleto”: dunque la rottamazione non l’ha inventata Renzi. E il duro scontro con la Cgil di Cofferati, sindacato definito dal mio leader Maximo “sordo e grigio”. Come dimenticare l’estenuante fase della Bicamerale con Berlusconi per le riforme costituzionali e poi, per inseguire l’elettorato leghista, la famosa riforma del Titolo V approvata a colpi di maggioranza. Insomma, il massimo che può rimproverare a Renzi è che lo stia copiando, e pure bene visto che qualche risultato riesce a ottenerlo».

Bè, cara Elle, mi sembra che in queste frasi che hai appena pronunciato ci siano qualche centinaio delle tue vignette ben raccolte e messe in fila. Ma quanta fatica c’è dietro ogni vignetta? Quanta passione politica per decifrare attentamente gli avvenimenti di una giornata e di un periodo storico?

«Effettivamente le vignette mi aiutano a tenere il filo della memoria storica degli avvenimenti perché ogni evento lo vivo con intensità. Sai perfettamente tutta la fatica che c’è dietro una vignetta, mettici poi che io sono malata d’informazione, e dunque c’è un notevole lavoro di approfondimento su ogni argomento. Io comincio a litigare con il mondo di prima mattina con la rassegna stampa di Massimo Bordin, e proseguo allegramente con la lettura dei giornali, dei siti, mi ascolto le dirette parlamentari e quelle delle Direzioni del Partito. A proposito, sebbene a me serva molto ascoltare gli interventi delle Direzioni del PD, sono d’accordo con te che lo streaming stravolga il dibattito interno. Quindi capisci bene con quali e quanti danni morali proseguo poi a realizzare concretamente la vignetta, che non arriva mai perché sono sempre alla ricerca di quella migliore, che sappia rappresentare bene tutta la rissa mentale che ho scatenato per pensarla. Poi una volta disegnata e inviata in redazione passo la sera a tormentarmi che no, non andava bene e avrei potuto farla meglio. Insomma, quel che si dice avere un rapporto sereno con il proprio lavoro».

Ma se ti tormenti così tanto per una vignetta, quanto ti sei tormentata per giungere alla conclusione di votare “sì” senza se e senza ma al prossimo referendum costituzionale?

«Ora di preciso non saprei quantificare esattamente l’entità del mio tormento nel decidere di votare “sì”. A occhio facciamo zero. Primo perché sono anziana e notoriamente tutti gli anziani votano “sì”.Secondo, perché ero già favorevole alle riforme costituzionali della Bicamerale, e dunque sono diciotto anni che le aspetto. È da allora che sono convinta che le riforme possano dare una scrollata a questa palude stagnante che è il nostro Paese, dunque votare “sì”è solo la conclusione di una fin troppo lunga attesa. E a questo proposito scusa se cito una mia vignetta dell’epoca che rappresentava tutto l’esasperante senso di impotenza provato dopo il fallimento della Bicamerale: “Meglio essere rivoluzionari che riformisti. Almeno non si fa niente lo stesso, però in grande”.Terzo, perché votare in compagnia di fascisti, leghisti e della setta eterodiretta da un algoritmo dell’azienda Grillo-Casaleggio Associati, proprio non potrei. Che vuoi farci, è più forte di me, sono anziana».

L’ho capito. Ed è questo l’unico vero motivo per cui voti “sì”, giusto?

«No, no, non scherziamo, detto fra noi, i veri motivi per cui voto “sì” sono che tengo famiglia, sono una venduta, mi hanno promesso soldi, prendo ordini da Bilderberg, J.P. Morgan e dalla P2 in persona e, non ultimo, ho già un patrimonio di insulti personali raccolti ai tempi in cui mi sono dichiarata favorevole alla bicamerale che non voglio vada disperso».

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