Elio Germano: “Quando recito dimentico me stesso”

Cinema
Italian actor/cast member Elio Germano arrives for the premiere of 'Alaska' at the 10th annual Rome Film Festival, in Rome, Italy, 23 October 2015. The festival runs from 16 to 24 October. ANSA/CLAUDIO ONORATI.

L’attore 35enne premiato al Festival del cinema di Lecce: “All’anagrafe sono giovane, in realtà mi sentirei pronto a essere già nonno, non padre”

Qualcuno, non a torto, ha osato tracciare il paragone con quel gigante del nostro cinema che è stato Gian Maria Volontè. Probabilmente, sul piano del talento la distanza non è impercorribile, e si riduce notevolmente se il confronto si sposta sul piano dell’impegno civile e su quello dell’inaudita energia messa al servizio della ricerca del senso profondo del lavoro di attore. Ma Elio Germano, romano con origini molisane, ha un handicap rispetto a Volonté e agli altri grandi di quella generazione di attori che ha incantato il mondo: pedala da solo, per usare il gergo ciclistico. Le sue straordinarie interpretazioni, per la maggior parte, restano tali in film che non lasceranno una lunga traccia, o in qualche caso sono incastonate in un buon film, ma finora non sono mai state congiunture preziose di un capolavoro. Volonté aveva incontrato sul suo percorso grandi maestri, quali Francesco Rosi ed Elio Petri, che hanno saputo cucirgli addosso opere-culto del calibro di “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto” piuttosto che “Il caso Mattei”.

Germano, invece, pur avendo lavorato con i migliori registi della sua generazione, da Ozpetek a Virzì, da Luchetti a Martone, non ha mai incontrato autori di quell’immensa levatura, per quanto, da giovanissimo, abbia fatto in tempo a farsi dirigere da Ettore Scola in “Concorrenza sleale”. Benchè abbia soltanto 35 anni, l’altra sera, a Lecce, al 17mo Festival del cinema europeo, Elio Germano è salito sul palco per ricevere dal direttore della manifestazione Alberto La Monica “L’Ulivo d’Oro” in omaggio alla sua vasta e varia carriera. Al termine della premiazione, è stato proiettato il recente “Alaska”, di Claudio Cupellini, che assieme ad altri nove titoli con Germano protagonista (da “Il passato è una terra straniera”, di Daniele Vicari, a “Il giovane favoloso”, di Mario Martone) arricchiscono l’ampio cartellone del Festival leccese.

«All’anagrafe, risulto ancora di giovane età, ma in verità, mi sento vecchio dalla nascita – ci ha stupito l’attore romano -. Forse non sarei preparato a essere padre, ma mi sentirei prontissimo a essere nonno: se potessi saltare questa fase di mezzo, lo farei». Sul grande schermo Elio Germano ha raccontato il disagio esistenziale e la crisi del nostro tempo nei ruoli di padre, figlio, fratello, marito, e talvolta li ha anche cantati con il suo gruppo musicale “Bestierare”: ha un’idea di come uscirne? «Purtroppo, non ho la saggezza degli anziani, è più per indolenza che tendo a sentirmi vecchio. Perciò, non so dare risposte certe. Mi piacerebbe pensare che nell’etimo di questa parola ci sia il termine cre-sci-ta. E non mi riferisco a un senso economico. Sono convinto che per uscire dalla crisi occorre impostare i valori in maniera diversa, in maniera più umana».

«La musica, come il teatro, mi dà la possibilità di sbagliare da solo – ha aggiunto Germano -. Riprenderemo Céline sul palcoscenico, ma soltanto in date sparse. Con la band, poi, ci esibiremo il 6,7 e 8 maggio, a Roma, alla festa di Emergency. Nel cinema, invece, il risultato di un’interpretazione non è correlato al talento dell’attore perché un film è il risultato di un lavoro corale. Come attore, ogni volta che mi calo in un personaggio, che sia il “Leopardi”, di Mario Martone, o il ragazzo de “Il cielo in una stanza”, di Carlo Vanzina, cerco di uscire da me stesso per essere quell’altro. Il tentativo dell’attore è quello di dimenticarsi il più possibile. Perciò, quando interpreto un personaggio il mio desiderio è di sparire nella storia che raccontiamo». E sono quasi pronte due nuove storie per il grande schermo: “La tentazione”, di Gianni Amelio, che forse approderà alla Mostra di Venezia, e il film francese “L’ami”, di Renaud Fely. “Sulla “Tentazione” non posso dire molto, altrimenti il maestro Amelio si arrabbia – chiarisce Germano -. Questo film, tratto liberamente dal romanzo di Lorenzo Marone, mi ha riportato a Napoli, dopo il Leopardi di Martone. Il mio personaggio, Fabio, è stato quasi del tutto riscritto da Amelio, perciò è diverso, più libero, del protagonista del romanzo».

Fabio è un ingegnere del Nord catapultato nel caos e nel labirinto, affascinante e pericoloso, dei mille strati di Napoli. Come il romanzo, il film ha al suo centro un femminicidio. «Nel film francese, invece, sono San Francesco – ha ammesso, non senza qualche reticenza -. Però la vera protagonista de “L’ami” è la comunità “di pazzi” su cui ruota la storia, comprese le relative complessità politiche». Come di consueto, il Festival di Lecce ha previsto due incontri alla casa circondariale ed Elio Germano è stato al centro del primo appuntamento con i detenuti di Borgo San Nicola, che, poi, hanno assistito alla proiezione de “La nostra vita”, di Daniele Luchetti.

«Sei anni fa, a Cannes, quando ritirai il premio per questo film, lo dedicai agli italiani che fanno andare avanti il Paese, nonostante la cattiva guida della politica di allora – ha ricordato Germano -. Oggi, voglio rivolgermi a quell’Italia sempre sconfitta. Provengo da un quartiere popolare e so bene che il luogo dove si nasce e si cresce ha un suo peso in questo tipo di storie». Per restare nella politica, l’attore romano, pur sorvolando sulle sue preferenze per il candidato-sindaco di Roma, ha espresso apprezzamenti per Stefano Fassina e Virginia Raggi: «Negli ultimi anni, a Roma, sono sorti spazi animati da persone che hanno risposto alla crisi con attività di volontariato: dalle palestre popolari ai servizi ai malati di Sla. Sono un centinaio e alcuni hanno ricevuto l’ingiunzione di sgombero. Credo che queste realtà vanno salvaguardate, non criminalizzate. Quella gente opera gratuitamente, integrando il proprio lavoro quotidiano. E non pagare quei servizi equivale a un grosso risparmio per il Comune. La tutela dell’umanità: ecco di che cosa dovrebbe occuparsi la politica».

E sui David di Donatello? «Di solito premiano film andati bene nella sale – ha osservato l’attore, che ha vinto tre volte il principale premio cinematografico italiano – Stavolta, credo che i premi siano andati nella direzione giusta. Sono molto contento per “Jeeg Robot”, di Gabriele Mainetti e il “Racconto” di Matteo Garrone, due film che segnano nuovi percorsi. L’arte segue strade innovative e difficili. L’assenza di Checco Zalone dalla lista dei premiati? Non so quanto conti dare una spiegazione: non c’è perché non l’hanno votato. Forse, è stata preferita una popolarità più alta».

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