“Eccomi”, sono Patty Pravo e non vivo di nostalgia

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Il nuovo disco della cantante, che partecipa a Sanremo, è ottimo. “I ricordi, non tutti, mi mettono allegria perché aumentano la consapevolezza di aver vissuto un’epoca irripetibile”

Si intitola Eccomi l’album da studio numero 26 della cinquantennale carriera di Patty Pravo, iniziata giusto nel 1966 con quell’inno beat di Sonny Bono, But You’re Mine, che Gianni Boncompagni con il suo testo aveva fatto diventare Ragazzo triste. E ci si chiede subito quale potrà essere il tono di quell’”eccomi”: solenne e distaccato annuncio che la “Divina” è tornata, oppure un “eccomi” col punto esclamativo, più da “ragazza del Piper”, quale in fondo è sempre stata, alla vigilia di un lavoro che a dir poco la elettrizza? La risposta arriva nel giro di pochi secondi ed è un sollievo: “Ma certo, col punto esclamativo, solare e positiva. Eccomi significa che sono qua, finalmente, con questo disco che ha avuto una gestazione piuttosto lunga”.

Patty (Nicoletta Strambelli per l’anagrafe) è decisamente in uno stato di grazia. E ne ha tutte le ragioni: Eccomi è un ottimo lavoro, forse uno dei suoi migliori, con il bollino di qualità di Michele Canova, uno dei produttori top sulla piazza internazionale, registrato a Los Angeles, un parterre impressionante di autori (Giuliano Sangiorgi, Tiziano Ferro, Gianna Nannini, Pacifico, Emis Killa, Pacifico, Zibba, Rachele Bastreghi dei Baustelle, Giangi Skip, Samuel dei Subsonica, Tullio Mancino, Fortunato Zampaglione, Francesca Xefteris, fino a Mogol, padre e figlio) che, a prescindere dalle rispettive reputazioni e grado di fama, possono dire tutti la stessa cosa: “Se Patty Pravo ha scelto una nostra canzone ci sarà un perché”. Semplicemente perché lei sa scegliere, anzi, come dice “È la canzone che sceglie me. Quando succede ci corriamo incontro, ci abbracciamo ed è cosa fatta”. Una fortuna poter contare su questo criterio di selezione istintivo quando, così recitano le note stampa, il risultato finale è arrivato dopo l’ascolto di qualcosa come 700 pezzi. Manco fosse un Festival, tanto per rimanere in area Sanremo che è alle porte e sarà il suo nono. Ma molti mondi, molte anime, molte passioni, molte ossessioni, molte ragioni del cuore sono belle da vedere e da sentire quando orbitano senza mai entrare in rotta di collisione. Quando tra una ballata, una chanson, una ipnosi elettronica, un tango, una bella canzone di tre minuti (sembrano tornate in auge ed è un gran bene), o un flusso di parole che allinea il confine tra rap e poesia, è sempre la sua interpretazione il carattere dominante e vincente. Eccomi è uno di quegli album capaci di tirare fuori dal cappello un singolo di successo dopo l’altro. La precedenza se non altro per esposizione mediatica va a Cieli immensi, la canzone per Sanremo scritta da Fortunato Zampaglione, ma poi potrebbe essere la volta dell’altra sorpresa che Patty ha in serbo per il Festival: nella serata dedicata alle cover Patty Pravo canterà se stessa con Tutt’al più, un brano del 1970, che al posto del testo originale di Migliacci, avrà le parole, e la presenza, del rapper torinese Fred Di Palma. Poi potrebbe essere la volta di A parte te che Giuliano Sangiorgi ha regalato a Patty per il suo compleanno (“un regalo meraviglioso da un grande poeta”); o di Per difenderti da me di Ferro (“Tiziano si è commosso quando ha sentito come l’avevo cantata”), quindi Nuvole di Giangi Skip, cantautore irregolare e sanguigno sulle orme di Vasco incontrato – racconta Patty – “quando sono andata da lui perché il mio mixer si era rotto e sapevo che lui era bravo a ripararlo. Mi ha fatto sentire un po’ di canzoni che aveva scritto tra cui Nuvole che aveva già cantato, me ne sono innamorata subito”; e ancora Qualche cosa di diverso di Zibba (“ci conoscevamo da venti minuti e ha scritto per me questo pezzo meraviglioso”); e, ancora, Possiedimi scritta con Gianna Nannini al telefono.

Curiosa questa storia della canzone nata al telefono con Gianna Nannini.

“Lei era impegnatissima in un trasloco e non potevamo fisicamente incontrarci. Così facevamo le prove al telefono, lei accennava la melodia e io cantavo sopra il testo scritto da Pacifico. All’inizio le intenzioni di Gianna erano più hard, vedeva la canzone più esplicita, poi è diventata allusiva, con una certa carica sensuale. La cosa carina è che buona parte della telefonata se ne andava per le canzoni che dovevo cantare a Penelope, la bambina di Gianna, mia grande fan”.

Un’altra generazione conquistata. Battute a parte, come fa a rimanere sempre un punto di riferimento? Se lo chiede mai?

“No, non me lo chiedo perché non guardo mai indietro. Non vivo del passato, non conosco la nostalgia. I ricordi mi mettono allegria, naturalmente non tutti, perché aumentano la consapevolezza di aver vissuto un’epoca irripetibile e, forse, questo è il motivo per cui tutti noi di quella generazione siamo un po’ irripetibili. In un’epoca in cui nulla dura, siamo un punto fermo”.

Padri e figli nella stessa galassia del rock, come diceva Edmondo Berselli. Ma che effetto le fa, ad esempio, vedere Mick Jagger, 73 anni, correre avanti e indietro su un palco?

“Mi diverte tantissimo, ce ne fossero!”.

Lei è sempre stata una grande viaggiatrice, affamata di suoni, emozioni, visioni. Nel 1994 condusse in Cina la prima trasmissione via satellite con un’audience di un miliardo e trecento milioni di spettatori, cui seguì “Ideogrammi”, un coraggioso album sperimentale. Oggi viaggiare fa paura. Qual è il suo pensiero?

“Non è trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato che mi fa paura. Mi fa molta più paura l’appiattimento creativo che vedo in giro, la barbarie culturale che ci circonda, l’assenza di buoni compagni di viaggio”.

Ne abbiamo appena perso uno, David Bowie. La morte lo farà ancora più bello?

“Era già bellissimo, lo è sempre stato”.

Era una citazione, intendevo più grande.

“È stato e rimarrà un grandissimo artista, mito lo era già in vita. Un performer assoluto, impossibile attribuirgli una appartenenza, una categoria. Per un periodo ci siamo incontrati a Los Angeles nello stesso ristorante e ho avuto il piacere di conoscerlo. Gentile, piacevolissimo, elegante. Cosa si può dire di Bowie che non sia stato già detto?”.

Torniamo all’album. Molti autori importanti, ma anche diversi giovani che potranno mettere nei loro curricula che Patty Pravo ha scelto una loro canzone. È il suo modo di sentirsi un po’ talent scout?

“Fondamentalmente sono curiosa, mi piace lavorare con i giovani, scoprirli, valorizzarli se possibile. Ascolto moltissimo quello che hanno da dire i nuovi autori. Spesso hanno professionalità e arte da vendere, ma oggi tutto è più difficile. Le opportunità si sono moltiplicate, il web ha aperto spazi enormi, i talent si sono sostituiti alle direzioni artistiche delle case discografiche di una volta. La selezione è durissima. Comunque non mi sentirà mai parlare male di un talent: non sono tra chi sostiene che oggi Bob Dylan o Lucio Battisti non sarebbero mai venuti fuori perché non cantavano abbastanza bene. È una sciocchezza, sarebbero venuti fuori comunque”.

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