“Ecco perché il Sì al referendum è di sinistra”. Parla Luigi Berlinguer

Referendum
Il presidente dei garanti, l'ex ministro Luigi Berlinguer, nel corso di un briefing tenutosi presso la sede del Coordinamento delle Primarie del Centrosinistra Italia.BeneComune a via Tomacelli, Roma, 29 novembre 2012. ANSA/ANGELO CARCONI

L’ex ministro dell’Istruzione: “Semplificare il sistema istituzionale è una necessità urgente”

«Votare Sì è di sinistra, non possiamo sempre dire di no, con il rischio che ci teniamo questi vecchi arnesi come il Senato che legifera, il Cnel e le Province». Luigi Berlinguer, classe 1932, ex ministro dell’Istruzione nei primi governi ulivisti e presidente della commissione di garanzia del Pd, ha sottoscritto l’appello della Sinistra per il Sì.

Si sta già mobilitando per il Sì?
«Ho già iniziato a recarmi a qua e là in varie iniziative ad hoc per discutere del referendum e promuovere il Sì. Intendo impegnarmi molto, perché sono convinto che sia una battaglia politica profondamente giusta. Rispetto chi la pensa diversamente, ma secondo me è indispensabile».

Perché?
«Condivido la sostanza della legge di revisione costituzionale, approvata secondo tutte le regole dal Parlamento. E condivido l’assoluta necessità di cancellare l’esistenza del Senato legislativo e politico, di cancellare il Cnel e le Province. Semplificare il sistema istituzionale secondo me è una necessità urgente».

Non teme, come i sostenitori del No, che non ci siano abbastanza contrappesi tra poteri?
«No. Io sono d’accordo con chi dice che in alcuni punti la legge non è bellissima, si sarebbe potuta scrivere meglio, ma se metto sulla bilancia il vantaggio che viene all’Italia dalle abrogazioni e sull’altro piatto le brutture della scrittura, pesa molto di più il cambiamento. Non ci possiamo più tenere questo Senato».

Sarebbe possibile riscrivere un’altra riforma?
«Non è impossibile, ma quanto tempo ci si è messo a farla e da quanto tempo la sinistra, a cominciare dal Pci e anche dopo, avrebbe voluto fare queste riforme? Sono tempi lunghissimi, lo sappiamo, l’Italia non li può aspettare, allora perché rinviare tanto? Nessuno mi garantisce che possa essere scritta meglio. Intanto c’è questa, ci sono delle imperfezioni che si possono correggere nella prassi, ma così almeno si acquisiscono i vantaggi della riforma».

Perché ha aderito all’appello della Sinistra per il Sì?
«Votare Sì è di sinistra ma è anche un voto nel rispetto della Costituzione. Sono sicuro che una parte considerevole dei No mirino a buttare giù Renzi, o per esplicita ammissione o per non espressa volontà. Personalmente questo mi addolora, perché non si può legiferare in materia costituzionale avendo degli obiettivi di natura partitica».

Si riferisce a Massimo D’Alema?
«Non solo, mi riferisco a tutti quelli che dicono o pensano: liberiamoci di questo Renzi. Se si fa un ragionamento così vuol dire che non si ama la Costituzione ma la si utilizza come una clava. Ci vuole più rispetto per la Carta, si vota per quello. Certo, Renzi per primo ha fatto l’errore clamoroso nel dire: mi dimetto si si perde, non mi dimetto… Io però andrò a votare senza coinvolgerlo».

L’unico modo è parlare nel merito, spiegare la riforma.
«È l’unico modo. Ci sono istituti come il Cnel, il Senato, le Province, vecchi arnesi dannosi nel processo istituzionale italiano, quindi bisogna chiuderla e cancellarli. Punto e basta. Ma secondo me questa discussione investe anche l’idea della sinistra, della battaglia del cambiamento. Una sinistra che non vuole cambiare o che si attarda a farlo non è una sinistra. E tenersi il Senato com’è, o il Cnel, contraddice all’idea di creare un sistema istituzionale moderno. Dico questo perché la vocazione della vecchia sinistra è il “no”, per troppo tempo è stata la forza del no. In molti casi giusto: il no contro le ingiustizie, le iniquità, contro il “male”, ma tutto questo si combatte anche con una capacità costruttiva, propositiva».

Dice queste cose alla sinistra dem?
«A noi, a certi ambienti della sinistra. Dicendo “no” ci sentiamo meglio, perché dire “sì”ci fa essere perfezionisti, rinviando sempre volendo fare meglio, ma alla fine ci si accorge che il sempre solo meglio è nemico del bene. O che si continua ad aspettare la “città del sole”, restando costantemente al buio a dire no. Se la nuova legge costituzionale fosse contro la democrazia e la libertà lo capirei. Nel caso della Costituzione, ci sono parti che non possono essere toccate e altre che è necessario cambiare. Nel ‘48 la Carta, all’articolo 51, ha trattato le donne in forma arcaica, avevamo una Costituzione bellissima ma arretrata sul tema femminile. Nel 2003 le donne hanno cambiato l’arti – colo 51 introducendo il diritto alle pari opportunità, non c’èra. Hanno fatto male a usare una revisione costituzionale? No, hanno camminato con la storia».

Nessun pericolo per la democrazia, come dice il fronte del No?
«Non è vero, non si tocca la democrazia. Io ho fatto il capogruppo alla Camera per i Progressisti e ho verificato che nei confronti della prepotenza del governo la dialettica fra Camera e Senato, l’allunga – mento delle procedure, creavano tante occasioni perché le lobbies potessero ridurre la capacità di decidere in Parlamento. Non è vero che due Camere sono più democratiche di una, allora perché non farne cinque. Una forte assemblea parlamentare è molto più decisiva di due. L’argomento della libertà non c’entra nulla».

Secondo lei l’Italicum va cambiato?
«Sì, è assolutamente indispensabile rivederlo, ma è un tema a sé e va trattato con l’intero Pd e gli altri partiti. Ma separando la legge elettorale dal voto sulla Costituzione».

Bersani, Cuperlo, sbagliano a condizionare il Sì al cambiamento dell’Italicum?
«Non giudico nessuno. Renzi farebbe un errore a non discutere la legge elettorale, ma è un errore anche condizionare con questa cosa il voto sulla Costituzione. Una vittoria del No avrebbe questo straordinario risultato: che ci teniamo il Senato e l’Italicum, accidenti che successo! Per me il Senato va cambiato, ma Renzi apra subito la discussione sull’Italicum per costruire un’alleanza ampia».

Per D’Alema è un “pastrocchio che spacca il Paese. Che ne pensa?
«La sua è una battaglia politica che non condivido. Anche abolire il Senato legislativo è una battaglia politica, per me è giusta e urgente».

Vedi anche

Altri articoli