“Ecco perché al referendum voterò Sì”. Parla Luciano Violante

Referendum
Foto Roberto Monaldo / LaPresse17-09-2013 RomaPoliticaPalazzo Chigi - Presentazione della relazione finale della Commissione per le Riforme IstituzionaliNella foto Luciano ViolantePhoto Roberto Monaldo / LaPresse17-09-2013 Rome (Italy)Presentation of the final report of the Commission for Institutional ReformsIn the photo Luciano Violante

Intervista al costituzionalista ed ex presidente della Camera: “È una riforma equilibrata, non possiamo stare alla finestra”

Come voterà al referendum costituzionale in autunno?
«Voterò si. È una riforma che riprende le linee essenziali di molti progetti degli anni passati. In particolare corrisponde a quella che fu impropriamente chiamata “bozza Violante” e che fu approvata senza voti contrari nella commissione Affari Costituzionali alla Camera».

Nel merito, qual è il suo giudizio sui contenuti della legge Boschi?
«È un complesso di norme equilibrate tra di loro. Sono state sottratte alcune competenze alle Regioni ma esse, attraverso i consiglieri regionali, parteciperanno alla legislazione nazionale e al controllo dell’azione del Governo. In secondo luogo, la riforma pone finalmente un freno decisivo all’abuso dei decreti legge. In complesso, ne esce un sistema di poteri equilibrato».

Eppure le critiche alla riforma sono feroci. Perché, se è un’architettura che funziona?
«Ricordiamoci che Gaetano Salvemini definì la Costituzione del ’48 un cumulo di sciocchezze. La Cassazione e il Consiglio di Stato contestarono addirittura la validità giuridica della maggior parte delle norme della Costituzione del 1948. Le riforme di questa portata cambiano i rapporti di forza. Generano perciò inevitabili reazioni. Le critiche vanno rispettate, ma sono inevitabili in testi di questa complessità. E sono in qualche modo inevitabili anche i pregiudizi politici».

Si riferisce alle critiche politiche o a quelle tecniche?
«A entrambe. Ripeto: è impossibile che una riforma, soprattutto costituzionale, sia esente da obiezioni. Tra quelle tecniche, alcune sono fondate ma non tali, a mio avviso, da legittimare il voto contrario ».

Quali critiche considera fondate?
«Ad esempio, le Regioni a statuto speciale mantengono una condizione di privilegio che mi sembra ingiustificato. Le modifiche costituzionali non si applicheranno e continueranno a godere del regime precedente. Capisco la necessità di trovare i voti in Senato, ma non ne condivido l’esito».

Quanto conta, alla fine, quello che lei ha chiamato il pregiudizio politico?
«La questione di fondo è cogliere il senso dell’alternativa. Vogliamo conservare il sistema esistente che non funziona e che si cerca di cambiare da trent’anni, oppure aprire a nuovo sistema che si basa sulla fine del bicameralismo perfetto, sull’introduzione del referendum propositivo che non è mai stato concesso prima ai cittadini, sull’obbligo per il Parlamento di calendarizzare le leggi di iniziativa popolare?

Al netto dell’Italicum, la riforma aumenta i poteri del governo?
«Non mi pare. Sono gli stessi poteri e gli stessi limiti che ha il premier inglese, il cancelliere tedesco o il presidente spagnolo. Il governo non potrà porre la fiducia al Senato; non potrà abusare dei decreti legge ma in compenso potrà chiedere il voto a data fissa su suoi provvedimenti; tutte le politiche del governo saranno sottoposte al controllo del Senato ».

Il nesso tra l’esito del referendum e la sorti del governo rischia di rivelarsi un boomerang per Matteo Renzi?
«Credo che Renzi non abbia fatto bene a personalizzare in forma plebiscitaria il tema. È stato un errore, infatti il premier se ne è accorto e ha cambiato atteggiamento.Dettoquesto, èinevitabilechein caso di vittoria del voto negativo il governo ne tragga le conseguenze. Cameron, che non aveva detto di volersi dimettere in caso di Brexit, ha dovuto farlo. I fatti politici hanno la loro forza a prescindere dalla volontà dei singoli».

A destra c’è la rivendicazione aperta di votare No per mandare a casa il governo. A sinistra, invece?
«Sì, a destra c’è questo atteggiamento, che non condivido ma capisco. A sinistra vedo atteggiamenti diversi e non omogenei. Io credo che il dibattito delle prossime settimane dovrebbe essere rispettoso delle posizioni di tutti, senza irrisioni o sarcasmi. Questa può essere una grande occasione di civilizzazione del dibattito pubblico e di progresso nella discussione sui temi della democrazia, libertà e competitività italiana. E, mi permetta di dirlo proprio su questo giornale, non condivido la rubrica sui “pinocchi” per quanto tenuta da un eccellente studioso. Bisogna rispettare chi la pensa diversamente».

Mancano pochi mesi al referendum, ci sarà tempo di farla?
«Se si vota a novembre, penso di sì. Se ne discuterà soprattutto alle Feste dell’Unità. L’impressione è che manchi un dibattito che vada oltre una posizione pro o contro Renzi».

Non tutto il Pd è convinto di questa battaglia. Questo la colpisce o è un segno della fase politica?
«Mi sembrerebbe strano che qualche parlamentare del Pd votasse No al referendum. Devo dire, con tutto il rispetto per i compagni che la pensano diversamente, che chi ha votato la riforma dovrebbe stare nel campo del Sì».

La partita però si combatte prima, dato che i due fronti sono testa a testa. C’è la terza via: quella che il ministro Boschi ha chiamato «stare alla finestra».
«Non si può stare alla finestra. Si decide dell’Italia di domani».

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