“Subito un esercito europeo”. Parla David Sassoli

Terrorismo
sassoli-europa

Secondo il vice presidente del Parlamento europeo all’Europa manca un sistema di intelligence e di polizia unico. Ma soprattutto, è il momento di cominciare a parlare di un esercito comune. È chiaro inoltre che il richiamo francese non basta per far entrare i Paesi in guerra.

“I fatti di Parigi ci impongono da un lato un’attività immediata di intelligence e di attenzione al campo mediorientale dove si sta svolgendo il conflitto. Dall’altra parte, però, ci dicono che forse è arrivato il momento di pensare alla sicurezza comune nel medio-lungo periodo. All’Europa manca un sistema di intelligence e di polizia unico. Ma soprattutto, è il momento di cominciare a parlare di un esercito comune. Su questo abbiamo una grande chance che non dobbiamo farci sfuggire”. Se non esiste la bacchetta magica per sconfiggere il terrorismo, un punto da cui partire certamente sì, secondo il vicepresidente del Parlamento europeo David Sassoli.

Quali potrebbero essere i vantaggi di un esercito comune? 

In primo luogo rafforzerebbe la politica estera, sarebbe un forte deterrente e uno strumento politico fondamentale. E poi si risparmierebbe moltissimo razionalizzando una macchina militare che oggi è suddivisa in 28 paesi: abbiamo la seconda potenza militare al mondo per costi, ma non per produttività. Un esercito significherebbe anche proteggere meglio le frontiere, altro tema caldo di questo periodo. Inoltre, è un modo per evitare tagli ai bilanci nazionali che inevitabilmente pesano in questa lunga crisi economica. Un dato per tutti: l’Europa dal 2005 al 2015 ha tagliato il 10 per cento della spesa per la sicurezza. Nello stesso periodo, la Cina, solo per citarne una, ha investito il 167 per cento in più.

Come pensa ci si possa arrivare? 

Se ci sono Paesi che intendono mettere insieme i loro eserciti in una difesa comune, la cooperazione rafforzata, definita nel trattato di Lisbona, dà il diritto e la possibilità di farlo. D’altronde è la stessa cosa già successa con l’euro. Intanto possiamo dire che un’idea delle posizioni politiche l’abbiamo avuta nel marzo scorso quando il presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker ha lanciato un progetto di esercito comune. In quel caso ci fu una grande attenzione da parte italiana e un atteggiamento di grande interesse della Germania. Credo che sia il momento di rimettere la questione sul tavolo, ripartendo proprio da quelle posizioni.

Intanto la Francia invoca la clausola dell’art 42.7 del trattato Ue. È la prima volta che accade… 

L’Europa si affida alla solidarietà fra i Paesi membri in un quadro definito dal diritto internazionale e dalle disposizioni delle Nazioni unite. L’articolo che lei ha citato prevede il sostegno a uno Stato in caso di aggressione. In particolare prevede che se un paese è vittima di una “aggressione armata” nel proprio territorio, gli altri Stati hanno nei suoi riguardi “un obbligo di soccorso e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso”. Naturalmente questo deve essere fatto in conformità all’articolo 51 della carta delle Nazioni Unite…

Perché la Francia lo chiede? Può farlo? 

Questo è un punto importante su cui ragionare. A Parigi ci sono stati attacchi interni con un fortissimo richiamo ad atti di guerra provenienti da una centrale terroristica esterna. È come se ci fosse un’esportazione della guerra dal luogo in cui si sta svolgendo il conflitto, vedi l’attentato contro l’aereo russo e quello alle porte di Beirut. Per questi motivi Hollande ha tutto il diritto di invocare la clausola del trattato.

Come si tradurrà nella politica estera dei vari Paesi membri e in Italia? 

Quello francese è un richiamo a una solidarietà che si può tradurre in tanti modi. È chiaro che non basta per far entrare i Paesi in guerra e va sottolineato che non c’è soltanto l’azione militare. Tuttavia, premesso che il contrasto militare a Daesh deve continuare, come ha ricordato anche il ministro Gentiloni, l’Italia ritiene che sia necessaria innanzitutto una soluzione politica. Ricordo anche che ci sono tante altre azioni da mettere in campo: missioni umanitarie e di soccorso, consulenza e prevenzione dei conflitti.

Che ruolo avrà Bruxelles? 

Avrà la funzione di coordinamento. L’alto rappresentante rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri Federica Mogherini sta cercando di coordinare i rapporti per arrivare a una linea comune. Dopodiché saranno gli Stati membri ad assumere le proprie decisioni. Al di là degli interventi militari, in questi giorni si sta sviluppando un rapporto sulla difesa interna fra tutti gli organismi di polizia e intelligence. I rapporti tra la polizia francese e belga lo dimostrano. Molti parlano di falle nei sistemi di sicurezza, ma il commando degli attentati di Parigi non sarebbe stato sgominato senza i rapporti tra le varie forze di polizia.

C’è anche un tema economico. La lotta al terrorismo rompe il patto di stabilità, Valls ha dichiarato la Francia sarà costretta a oltrepassare i limiti sul deficit. Quale posizione assumerà la Commissione in questo senso? 

Oggi, per qualsiasi cittadino europeo la priorità è la sicurezza, su questo non c’è da discutere. Non esiste flessibilità che tenga. Tra l’altro, ricordiamoci che fino a quando il quadro della sicurezza interna non verrà rimesso in ordine, non potranno esserci investimenti e quindi non potrà arrivare una vera ripresa. Sul piano politico, poi, non possiamo certo riaprire questioni come quella greca: sarebbe il definitivo fallimento dell’Unione.

 

Vedi anche

Altri articoli