“Europa a due velocità? L’unico modo per salvare l’euro”, parla Fitoussi

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L’economista francese; “Già Delors parlava di “avanguardia” un gruppo di Paesi di testa, con una politica fiscale comune: l’Italia sarebbe tra loro”

Il cantiere europeo sembra riaprirsi, sotto la pressione degli appuntamenti elettorali e delle «forze anti-sistema». Angela Merkel ha parlato di Europa a due velocità, salvo poi dire di essere stata fraintesa. Ma il tema non è affatto nuovo. Anzi: è stato valutato già da tempo. Un’area euro a due velocità, con Paesi più integrati in testa. Per Jean-Paul Fitoussi, economista a Sciencespo, sarebbe l’unico modo per avviare l’integrazione politica e salvare la moneta unica dai colpi dei populisti e dalle tensioni transatlantiche.

Professore, lei ha capito cosa si intende per Europa a due velocità?

«È un progetto vecchio, se ne parlava già da tanto. C’è da dire che lo abbiamo già realizzato con l’euro: oggi l’Europa è a due velocità. Ci sono i Paesi che hanno la moneta unica e quelli che non ce l’hanno. Ma quando si parla dell’euro a due velocità si intende dire che un certo numero di Paesi possono andare avanti nella loro integrazione. In altre parole, esiste un gruppo che procede più velocemente degli altri. Già Jacques Delors, quando era il presidente della Commissione europea, aveva proposto questo modello. Lui parlava di avantgarde, avanguardia, che significa quelli che vanno più veloci degli altri, ma che non si staccano dagli altri. Con il tempo il gruppo più lento potrà raggiungere quello di testa al verificarsi di certe condizioni».

Chi farebbe parte dell’avanguardia? «L’avanguardia dovrebbe essere composta dai sei Paesi fondatori dell’Europa. Tra loro ci dovrebbe essere un governo federale, o almeno dovrebbe essere sviluppata la seconda gamba, che oggi manca ancora all’Europa, cioè quella politica fiscale comune».

Secondo lei Merkel ha fatto riferimento a questo modello? «Non so proprio cosa intendesse esattamente: in queste cose il diavolo sta nei dettagli, che per ora restano indefiniti. Ma quando si parla di due velocità sicuramente vuol dire che una parte dei Paesi è più veloce, e dunque va verso una integrazione politica più forte».

Sarebbe quindi un modello europeista, non germanocentrico. «Certo, è europeista. Se si avviasse questo processo ci sarebbe un riconoscimento che il sistema com’è adesso non funziona, perché a 28 Paesi è difficile pervenire a una decisione. Quindi meglio provare con un gruppo ristretto di Paesi che si conoscono bene, da più tempo, e si uniscono».

Sicuro che l’Italia stia nel gruppo di testa? «Ma sì, certamente. Non solo perché l’Italia è un Paese fondatore, ma perché altrimenti l’Europa a due velocità non esisterebbe. Per questo dicevo che il diavolo è nei dettagli. Se pensassimo infatti che il gruppo di testa è formato dei Paesi che non hanno debito, e che gli altri debbono seguire, il meccanismo non funzionerebbe. Non ci sarebbe coesione tra questi due gruppi di Paesi: alcuni sono entrati molto più tardi degli altri nell’Unione. I parametri con cui definire il gruppo di testa non devono essere come quelli di Maastricht, di politica di bilancio, ma prettamente politici».

Cosa rischia chi non entra nel primo gruppo? «Niente. L’Europa a due velocità non ha come conseguenza che altri Paesi siano maltrattati: la zona euro continua, l’Unione europea continua, non cambia nulla. Non si tratta di un sistema di esclusione. Chi è nel secondo gruppo non dovrebbe essere abbandonato».

Questo modello è una risposta ai populismi? «Lo è perché il populismo è fondato sul nazionalismo, quindi riuscire a costruire l’integrazione è sicuramente una risposta. Finora, con la zona euro da una parte e gli altri Paesi dell’Unione dall’altra, si è registrato un fallimento. La zona euro è stata gestita male, e proprio da questo è nato il populismo».

E se non ci si dovesse riuscire? «Senza questo l’euro cade, perché il populismo vincerà dappertutto. Non perché la gente è populista, ma perché ne ha abbastanza di soffrire, ne ha abbastanza della disoccupazione di massa, ne ha abbastanza di non avere un futuro».

Se dovesse vincere Le Pen, la Francia se ne andrà dall’euro? «Se vince Le Pen io me ne vado, vado in Italia. Comunque, battute a parte, e chi lo sa se se ne andrà, se avrà il coraggio di tagliare i legami con l’euro: da un partito populista non ci si può aspettare la coerenza. La verità è che se Le Pen vince non si sa quello che accadrà».

Più integrazione vorrebbe dire anche condivisione del debito? «Su questo esistono già tante proposte: condividere il debito fino al 60% del Pil, lasciando il resto gestito a livello nazionale già sarebbe un buon passo avanti. Avere l’armonizzazione fiscale, emettere eurobond, istituire un’Autorità fiscale che controbilanci quella monetaria. Le proposte tecniche ci sono da tempo ».

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