Dragonero da fumetto a fenomeno culturale

Dal giornale
dragonero-autori

Dal primo fantasy di casa Bonelli sono nati graphic novel, giochi di ruolo, due romanzi e presto una serie animata per Rai Fiction

Un romanzo. Nato da un fumetto. Che ha ispirato un gioco di ruolo. E ora diviene una rivista per ragazzi, ma presto sarà anche una serie tv animata prodotta da Raifiction. Tutto questo e molto altro è Dragonero, l’unico personaggio prettamente fantasy della Sergio Bonelli Editore, apparso in edicola nel giugno 2013, un successo da 50mila copie tradotto in molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti. In poco più di due anni, visto l’immenso successo la saga è divenuta letteralmente transmediale, espandendosi dalla carta al web, dai giochi alla tv, ed è giunta persino a due romanzi pubblicati da Mondadori, il secondo uscito proprio in questi giorni “Dragonero – Il risveglio del potente” scritto da Luca Enoch. È l’occasione per parlare con lui e l’altro autore delle serie, Stefano Vietti.

Vi aspettavate un simile successo per una serie come Dragonero?
LE: «In realtà no, ma molte cose erano pianificate fin dall’inizio. Nel progetto erano compresi fin da subito i romanzi e la serie tv».

dragonero-risveglio-del-potenteÈ risaputo che il compianto Sergio Bonelli non amava il genere fantasy e che per convincerlo avete impiegato anni. Come è andata esattamente?
SV: «Se vogliamo, il lavoro è partito addirittura nel 1995, alla prima cena Bonelli a cui partecipavamo entrambi. Eravamo trentenni allora e ci scoprimmo comuni appassionati di fantasy con un progetto già nel cassetto. Già in quegli anni nacque il nome della serie e del protagonista principale, Dragonero appunto. Nel momento in cui la casa editrice accettò la nostra idea di pubblicare romanzi a fumetti, cioè grandi storie lunghe più di 300 pagine, la nostra prima proposta fu naturalmente di partire con Dragonero. Nel 2007 uscì così quel “balenottero”, dal costo di quasi 10 euro. Fu un successo, vendette ben 40mila copie».

Fu allora che l’editore si ricredette, secondo lui «il fantasy non vende molto»… Voi gli avevate dimostrato il contrario?
LE: «Beh, in passato le proposte di serie fantasy erano sempre state bocciate e così ottenemmo solo il via libera per un secondo romanzo a fumetti. Quando eravamo a circa 100 pagine di sceneggiatura, giunse la sorpresa: l’assenso per una vera e propria serie, il primo fantasy di casa Bonelli. Era il 2010 e gli anni successivi li abbiamo passati a trovare i disegnatori e creare nel dettaglio tutto il mondo in cui la storia è ambientata».
SV: «Il nostro fu un vero e proprio “lavoro ai fianchi” di Sergio Bonelli. Il suo fu un progressivo convincimento. Non fece in tempo a vedere l’uscita del primo numero, ma visionò tutte le tavole di lavorazione. Il secondo romanzo confluì nelle prime quattro storie del fumetto. Ci diede l’imprimatur alla fine. Ci fu un pranzo subito dopo la firma del contratto per la serie, come si usa fare in casa editrice, e lui ci disse che era molto contento del lavoro e che era fiero di noi. Aveva firmato per un genere che non gli piaceva, ma era sereno e tranquillo».

Ci sono voluti tre anni di lavoro per giungere al prodotto finito?
LE: «È stato un lavoro lungo e condiviso. Per la graphic novel bastavamo noi due e Giuseppe Matteoni, il disegnatore. Per la serie siamo noi a scrivere e venti disegnatori. Per documentarci abbiamo viaggiato per castelli e manieri del nord Italia, fotografando tutto, dai paesaggi agli arredamenti. Molte cose non abbiamo neanche dovuto inventarle, c’erano già. Il nostro dossier creativo, la “cartella condivisa”, sembra un compendio di architettura, medicina, arte militare, urbanistica, religione e filosofia medievale».
SV: «Bisognava creare un mondo da zero. Un lavoro pasticciato avrebbe avuto un respiro corto, non avrebbe retto ben 30 numeri. La ricerca storica e iconografica ci aiutato tantissimo. Chiavi, serrature, cassapanche, armature, mobili, tutto era già lì. Un bell’esempio è l’arma di Myrva, che già esisteva: una pistola-ascia usata nel Medioevo: si sparava un colpo e poi la si usava come ascia perché non c’era il tempo per ricaricare».

Avrete avuto molte fonti d’ispirazione letterarie? Sono letture comuni oppure ognuno ha aggiunto il suo?
SV: «Naturalmente, su tutti c’è J.R.R. Tolkien, in cui ci ritroviamo entrambi. Ma poi le differenze sono molte e tutte confluite nella serie. Tra i miei autori preferiti ci sono Fritz Leiber, Stephen Lawhead, Michael Moorcock e Terry Brooks della prima saga di Shannara, che Luca però non ha letto. Ma soprattutto c’è Robert E. Howard che considero l’autore che maggiormente ha influenzato il mio modo di scrivere il fantasy».
LE: «Io sono anche un lettore di George R.R. Martin e Terry Pratchett. Poi ci sono libri di storia, geografia i diari di viaggio e soprattutto tanta narrativa. Sono sempre stato un appassionato di fantasy, da quando al liceo inciampai nel Signore degli Anelli. Fu amore totale, come per la fantascienza quando lessi il Ciclo della Fondazione di Asimov. Da aspirante fumettista, il mio sogno era realizzare una lunga saga fantasy o una space opera alla Guerre Stellari. Non sono del tutto d’accordo sul fatto che il fantasy sia un genere d’evasione perché parla di mondi lontani e inesistenti. Come nella fantascienza si può parlare criticamente del mondo di oggi, magari inventandosi futuri costruiti sulle perverse politiche attuali, così nel fantasy si può parlare di totalitarismo, monopolio delle lobby, razzismo, politiche guerrafondaie mascherate da interventi umanitari, come in uno specchio deformante sulla realtà odierna».

Quale valore aggiunto può dare tutto il mondo di Dragonero?
SV: «Il genere fantasy, visto così è stato aperto e chiuso da Tolkien. Il nostro è un fantasy raccontato da un gruppo particolare. C’è l’elfo, l’orco e l’umano. Ci piace gestire tutta la società come fosse multietnica. Gli orchi non sono solo malvagi al servizio di un signore oscuro. Sono una razza, in conflitto millenario con gli uomini, ma tollerati in molti Paesi. Anche i famosi Abominii vivono in uno spazio fisico, ci sono vari mondi non altre dimensioni. Non c’è nulla di trascendente».

Parliamo dei romanzi, ben due. Un’operazione simile forse si è vista solo all’estero con autori come Neil Gaiman o Alan Moore. Il primo romanzo, “La Maledizione di Thule” scritto da Vietti, ha un’atmosfera più howardiana e racconta qualcosa del passato della serie. Il secondo ha un sapore alla Ursula Le Guin, una saga epica. Come nasce l’idea?
LE: «Tutto faceva parte del progetto iniziale con aperture ai diversi media, in un’epoca in cui ancora non si parlava di transmedialità. Questo perché l’universo di Dragonero per noi è molto sfaccettato e complesso, un mondo molto adulto che affronta problemi reali come la convivenza delle diverse culture, non c’è solo il bianco e il nero, ma tutta una serie di personaggi che sono costretti a reagire alle avversità».

Scrivere un romanzo ha similarità con la stesura di una sceneggiatura di fumetti?
SV: «Nel mio romanzo la storia è incentrata molto sui personaggi. Mi sono così “lasciato andare” nella scrittura dentro uno stile asciutto ed emotivo, usando un tono più cattivo rispetto a quello per il fumetto e ne sono contento. Si è trattato di un esordio, il mio primo lavoro in prosa. Ho sempre amato scrivere racconti, ne ho creati diversi in questi anni, per mio piacere personale. L’ho sempre considerato un allenamento, se così vogliamo chiamarlo, che mi è servito moltissimo quando mi sono ritrovato sulle pagine del libro. La scrittura in prosa è tuttavia completamente diversa dalla sceneggiatura, è meno tecnica, più intima e solitaria. Devi fare i conti solo con te stesso, non c’è un disegnatore che dà vita a quello che scrivi. È meno ragionata e più istintiva. Tuttavia il fine ultimo è identico, sia per la prosa che per la sceneggiatura, cioè emozionare il lettore».

Si notano alcune analogie tra i due romanzi, sia nello stile che nel contenuto. Vi siete dati delle linee base da seguire per evitare troppe differenze?
SV: «Sì, è vero. Nella serie regolare il lavoro è più semplice perché ognuno segue le sue storie. Ci siamo sempre coordinati però per la continuity generale. E ci siamo anche divisi i personaggi. A me piace molto muovere Alben, mi ci ritrovo: ad esempio, anch’io come lui soffro di vertigini. L’importante è a livello di soggetti e di coerenza dei personaggi».
LE: «L’editor di Mondadori è rimasto sorpreso per come i protagonisti nei due romanzi si muovessero in maniera coerente e ci ha detto che di solito i suoi interventi nelle saghe che sono all’inizio è proprio far sì che i personaggi non abbiano comportamenti poco coerenti».

Mentre ne La Maledizione di Thule il protagonista era indubbiamente Ian e in parte Alben, direi che in questo libro Enoch si sia voluto dedicare più ai comprimari. Alben da vecchio saggio e guida diventa un uomo normale travolto da eventi causati anche da lui. Myrva, la sorella di Ian, si rivela invece come una grande tecnocrate, donna determinata e guerriero duro.
LE: «Sì, Myrva in certe situazioni tira fuori risorse insospettabili, come è tipico dei miei personaggi femminili, mentre ho voluto esplorare aspetti nascosti del luresindo Alben che sono molto più nelle mie corde». Questo è un buono spunto. Enoch, lei è autore di serie cult come Sprayliz e Gea, per Bonelli, in cui ha inserito con naturalezza personaggi gay o lesbiche. Anche nel Risveglio del Potente compare un personaggio dalla sessualità ambigua. È il fantasy che le dà tutta questa libertà?
LE: «Sì, il genere fantasy è narrativamente più libero di altri generi classici, come che so può essere il western. Si può immaginare una società in cui la condizione omosessuale non condannata né biasimata. Nel Trono di Spade di George Martin, ad esempio, ci sono personaggi apertamente omosessuali, ben tratteggiati, con una spiccata personalità. Nel romanzo, in un capitolo ho introdotto anche una società matriarcale di guerriere che utilizzano i maschi solo a fini riproduttivi. È chiaro che in una società che si è sviluppata in questo modo, i legami affettivi delle guerriere sono unicamente tra donne».

Altre novità future aspettano i lettori?
LE: «La graphic novel Dragonero – Le origini sta facendo faville in libreria. Proprio ieri è uscito invece il magazine Dragonero, con una lunga avventura inedita e a colori, oltre a molti articoli tematici: sarà una pubblicazione annuale. Poi lo Speciale a colori disegnato da Gianluca Pagliarani, che uscirà a luglio prossimo. Il progetto Dragonero Young, che ha come target pubblico molto più giovane, Riccardo Crosa sarà il disegnatore capo e Ian, Gmor e Myrva hanno 13 anni e ne combineranno di tutti i colori: ci lavoriamo da un anno e sarà in piena continuity con la serie regolare. Poi c’è la collaborazione con la Raifiction per la serie animata che per ora è solo all’inizio. A settembre prossimo siamo stati invitati a Dozza, vicino Bologna, per Fantastika 2016, una manifestazione tutta dedicata ai draghi. E per quanto riguarda i romanzi posso rivelare che l’editore è molto soddisfatto e ci ha chiesto di andare avanti. Siamo già all’opera sul terzo volume… Così Dragonero sarà una trilogia!».

 

(Nella foto gli autori: Luca Enoch (destra) e Stefano Vietti a Lucca Comics and Games 2015. Foto © Alessio Vissani)

Vedi anche

Altri articoli