“Dopo ogni burrasca arriva la bonaccia”. La scelta di Roberto, musicista del mare

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Roberto Soldatini ha deciso di lasciare tutto e prendere il mare, senza lasciare a terra le cose più importanti per lui: il violoncello e un pianoforte

Da cinque anni in mezzo al mare. E Denecia – un Moody 44 del 1994, lungo 13,10 metri e largo 4,20 – è diventata la sua casa. A fargli compagnia, ci sono un violoncello, che ha trecento anni, e un pianoforte.

roberto 2“Quando ho venduto il mio appartamento e comprato una barca a vela, lasciato la città e il palcoscenico, non ho abbandonato il mondo – racconta Roberto Soldatini, romano, classe ’60, direttore d’orchestra, compositore e violoncellista -. Volevo ritrovare un’armonia e una bellezza che non vedevo più nella città in cui ho vissuto per cinquant’anni, Roma, liberarmi di tante paure, ma, soprattutto, dare un senso nuovo alla mia vita, dopo la morte dei miei genitori.  Certo, avrei potuto scegliere un’altra città, ma – come mi disse una volta un greco cieco che ho conosciuto in uno dei miei viaggi –  non sarei riuscito a vedere quello che vedo ora, dopo aver imparato a guardare, girovagando senza meta per mesi e mesi, da un’isola all’altra, da una baia all’altra, da un Paese all’altro.

Mai avrei immaginato di vendere la mia casa e di fissare la mia residenza su una barca, mai avrei immaginato di navigare da solo. Quando cinque anni fa ho cominciato, ero diretto a Marsiglia. Aspettavo degli amici, avrei fatto il viaggio con loro. Ma non si sono presentati. Così, senza rimandare, il giorno successivo ho scelto una rotta, preso delle carte nautiche e mi sono avventurato. All’inizio, senza esperienza, ho avuto paura. Oggi mi sento più forte. Navigo e certe volte sono al timone con gli occhi chiusi, per sentire meglio i movimenti della barca e anticiparli, il vento, il suono del mare e delle onde che si frangono sulla prua. E’ l’armonia perfetta che solo una sinfonia di Mozart forse riuscirebbe a raggiungere.

Vivere e navigare su una barca sono diventati un modo per scoprire che non ho paura della solitudine, e che, dopo le burrasche, arrivano le bonacce. Ho imparato ad apprezzare la mia compagnia e mi sono scoperto coraggioso. Su una barca, da solo, ti rendi conto delle distanze che percorri e ne assapori ogni miglio. Treni veloci e aerei accorciano le distanze, ma riducono anche la capacità di comprendere il mondo. Sulla mia Denecia, ovunque io sia, mi sento a casa.

Quando parto per un viaggio non ho bisogno di fare le valigie, preoccuparmi di cosa portare, magari scordando il caricabatterie o uno spartito. E’ sempre tutto con me: il mio guardaroba intero, il mio frigorifero, il mio bagno, i miei libri, i miei dvd, la mia musica. Su una barca devi alleggerirti ed io mi sono liberato di oggetti inutili, oltreché di condizionamenti. Ho una radio ed un televisore, collegato ad un computer, che uso per vedere film. Scendo dalla barca solo per fare la spesa e andare ad insegnare al conservatorio di Potenza”.

Su Denecia, quiete, ma anche grandi sfide.

“E’ vero, dormo cullato da un lieve dondolio, posso gustarmi un aperitivo al tramonto con i gabbiani che svolazzano sulla barca, leggere un libro accucciato in cabina con il ticchettio della pioggia sulla coperta. Ma devo affrontare da solo i momenti di grande difficoltà. Nella mia prima avventura, quella che ho raccontato nel mio primo libro “La Musica del mare” (Nutrimenti), mi sono fratturato un piede e sono tornato da Atene a Roma, navigando solo, con una gamba ingessata. Come fosse il karma del mio piede destro, lungo la rotta narrata nel nuovo libro “Sinfonie Medirerranee” (Nutrimenti), la chiusura accidentale di un gavone della barca ha amputato il secondo dito di quel piede. Un’altra volta ho attraversato lo Ionio, dalla Grecia all’Italia, con una burrasca. Avevo entrambi i piloti automatici rotti e sono dovuto stare al timone per dodici ore, senza poter fare pipì, né mangiare. Non avrei potuto lasciare la guida neanche per un attimo. Ovvio, ho provato una grande paura. E so che di situazioni così difficili dovrò affrontarne altre, ma non ho intenzione di ricomprare un appartamento e tornare alla vita precedente.

Non potrei più vivere senza l’emozione di approdare su un’isola che non conosco, mollare gli ormeggi per tornare a navigare, incontrare nuova gente, tuffarmi in una baia dall’acqua cristallina, nuotare fino a terra e passeggiare su una spiaggia deserta, cambiare città senza programmi, affrontare una burrasca, entrare poi sano e salvo in porto e rendermi conto di quello che sono riuscito a fare, tornare dagli amici dopo tanti mesi, stare al timone da solo, ascoltando il suono del vento, quello che rigenera gonfiando le vele, quello delle onde che si frangono, dello scafo che le solca e vedere i delfini quasi danzare a poca distanza dalla mia barca.

Mi è successo una volta, mente suonavo il Cigno di Saint Saens. Sensazioni forti che mi hanno cambiato e che ispirano le mie composizioni. Di sicuro, sto realizzando un sogno. Certe volte, al tramonto, mentre suono, sulla prua della barca, l’acqua assume un colore argenteo, mentre il cielo passa dal rosso al blu notte e il suono avvolge ogni cosa. Quello che cercavo era l’armonia. L’ho trovata in questo splendore, nella natura. Nella sua infinita, ineguagliabile grandezza, ci sono già molte delle risposte che cerchiamo. Come avevano intuito già gli antichi. Volevo tornare all’essenziale e conoscere meglio me stesso. Ci sono riuscito. Mi sento libero. Quello che mi manca è solo un grande amore, che cerco da anni”.

La prossima per Roberto, che da tre anni trascorre l’inverno a Napoli, sarà una rotta-tournée: presentazioni di Sinfonie mediterranee e un concerto. Farà il giro della Sicilia e della Sardegna. “Mi allungherò forse alle Baleari e a Barcellona – dice-  in rotta per la Costa Azzurra, dove presenterò La musica del mare, pubblicato in francese. Il prossimo anno, però, tornerò nell’Egeo per lavorare al terzo e al quarto libro, che ho già iniziato a scrivere”.

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