Don Ciotti: «Le sferzate di Francesco fanno bene»

Dal giornale
Pope Francis blesses faithfuls wearing Don Diana's stole given to him by Don Luigi Ciotti (l) at the end of a prayer vigil for victims of mafia violence in Gregorio VII's Church in Rome, 21 March 2014. Giuseppe Diana was a priest murdered by mafia. ANSA/ CLAUDIO PERI

Don Luigi Ciotti e le parole pronunciate dal pontefice sui faraoni nella Chiesa «Come diceva Rosario Livatino, non basta essere credenti, bisogna essere credibili»

Papa Francesco prende a frustate i mercanti del tempio e don Luigi Ciotti, presidente di Libera, plaude alle parole del pontefice: «Il papa ha detto parole che sferzano le coscienze: “Non si può parlare di povertà e vivere come dei faraoni”. C’è forse altro da aggiungere? La fede nel Vangelo va testimoniata con coerenza, come aveva capito un cristiano vero, il giudice Rosario Livatino: “non basta essere credenti, bisogna essere credibili». Le st rade del Papa venuto da lontano e del prete che ama abitare i marciapiedi si sono più volte incontrate. All’indomani dell’elezione pontificia di Bergoglio, nel corso dell’annuale raduno di Libera in ricordo delle vittime di mafia, qualche amico scherzò con don Luigi: «Con il nuovo papa diventerai segretario di Stato». Era una battuta, ma rendeva l’idea del mutato clima dentro la Chiesa, sancito il 21 marzo 2014 nell’incontro del papa con Libera e le vittime della mafia. Nelle foto dell’abbraccio si vedono papa Francesco e don Luigi camminare prendendosi per mano. Per la prima volta il prete scomodo per la Chiesa e per la mafia (Totò Riina lo ha condannato a morte) è stato riconosciuto e abbracciato da un papa. Da fratello a fratello.

Lei quest’anno ha compiuto 70 anni e ha vissuto da prete molte stagioni ecclesiali. Come potrebbe definire questo tempo della Chiesa?

«Un tempo di speranza e quindi d’impegno. Francesco ha indicato la strada di una radicale conversione al Vangelo, per tornare a essere una Chiesa povera per i poveri, una Chiesa che ama e che dunque è amata. Ma è una strada impegnativa, difficile, in salita e, al tempo stesso, in profondità. La speranza richiede passo deciso, perseveranza e unione di forze».

Sono forti le reazioni a questo pontificato. Da quali ambienti provengono?

«Da tutti coloro che, nei più svariati ambiti – laici e ecclesiali, politici e economici – si oppongono alla costruzione di giustizia sociale. Il che significa dignità, lavoro, libertà per tutte le persone, quindi, in senso lato, riconoscimento, diritti, benessere, pace».

Martedì prossimo inizierà a Firenze il convegno della Chiesa italiana. Il 10 novembre ci sarà anche il papa. Che cosa si aspetta?

«Che sia un passo importante nel cammino di rinnovamento promosso da Francesco. Cammino che inizia da una purificazione dal potere, da una spoliazione dei beni superflui. Non dimentichiamo che, appena eletto, il papa parlò di una “Chiesa in uscita”, protesa alle periferie geografiche e esistenziali. Il rinnovamento passa attraverso un’immersione nel mondo, un contatto diretto con le ingiustizie, le discriminazioni, le violenze che schiacciano la vita di milioni di persone. La speranza non la si costruisce se non si conosce il volto della disperazione. Sono i poveri a indicarci la strada del domani».

Papa Francesco ha rimesso al centro della Chiesa un figura scomoda come don Milani. E con lui altri personaggi discussi, spesso emarginati, si pensi a Romero. Durerà la primavera ecclesiale di papa Bergoglio?

«L’invito a guardare figure come don Milani o l’arcivescovo Romero, non è perché se ne faccia dei “santini”, delle immagini da custodire con devozione. Ma per assumerne l’eredità etica e spirituale, fare nostro l’impegno, l’inquietudine e il coraggio che ha caratterizzato le loro vite. E lo stesso vale per altre figure luminose di Chiesa che sono care al papa, come il cardinale Martini e padre Michele Pellegrino. Sono cristiani che hanno saldato il Cielo e la Terra, la carità e i diritti, e che ci hanno insegnato che non basta aiutare i poveri, bisogna anche denunciare le cause politiche e economiche della povertà e fare il possibile per rimuoverle».

Con papa Francesco come cambia il rapporto tra Chiesa e mafia?

«Le parole del Papa segnano una soglia di non ritorno. Non ci sono più alibi, non c’è più spazio per le prudenze e le reticenze del passato. L’invito ai mafiosi alla conversione, durante l’incontro con i famigliari delle vittime a Roma nel marzo 2014, e poi la scomunica delle mafie e dei loro complici pronunciata a giugno in Calabria, a Cassano sullo Jonio, stabiliscono una volta per tutte l’incompatibilità fra mafia e Vangelo».

Anche Wojtyla e Ratzinger avevano attaccato la mafia.

«Sì, è vero, anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, in modi diversi, dettati da un diverso temperamento, avevano denunciato il male mafioso, ma la denuncia di Francesco aggiunge un elemento di più. Il papa ha capito che le mafie traggono forza da due fattori. Da un lato la corruzione morale e materiale, che inquina le relazioni e deruba le speranze. Dall’altro un sistema finanziario che ha perso, salvo eccezioni, ogni senso etico e legame con il bene comune. Francesco ha colto il nesso tra le mafie e un’economia di rapina, separata dalla vita e dai bisogni delle persone, colpevole di disuguaglianze sempre più inaccettabili. Il suo è un grande disegno etico, sociale, politico e spirituale, teso ad affermare la dignità inviolabile della persona contro la sua riduzione a numero, a strumento, a proprietà».

Per la politica italiana cosa significa avere un papa come Francesco?

«Un bell’intralcio per chi crede che la politica sia gestione, conservazione e perpetuazione del potere. Una speranza e una salutare spina nel fianco per chi vive la politica come servizio al bene comune o, come disse Paolo VI, “la più alta e esigente forma di carità”».

C’è chi teme che la stagione di papa Francesco possa finire presto. È’ anche il suo timore che le forze avverse e gli intrighi vaticani possano prevalere?

«Dipende da tutti noi, uomini di fede e laici. Sarebbe ingenuo, oltre che ingiusto, caricare il papa di tutte le nostre aspettative, aspettare che sia lui a toglierci le castagne dal fuoco, purificare la Chiesa dai poteri e dalle ipocrisie e al tempo stesso sollecitare i potenti della Terra a politiche rispettose del bene comune e della dignità umana. Il papa non credo si aspetti consensi, tanto meno applausi. Chiede un risveglio delle coscienze che si traduca in responsabilità. Chiede che tutte le persone oneste e volenterose si impegnino per costruire il bene in questo mondo».

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