“Diamogli tempo ma Renzi si occupi di più del partito”. Parla Michele Salvati

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Il partito, l’ideologia, le primarie, il doppio ruolo di premier-segretario, il rinnovamento: otto anni dopo la sua nascita, il punto sul Pd con uno dei suoi principali teorici

È stato uno dei teorici più autorevoli del Partito democratico. Otto anni dopo gli abbiamo chiesto quanto di quell’idea originaria ci sia nel partito di oggi. Michele Salvati, economista e politologo vede il bicchiere mezzo pieno: “Il Pd di oggi si avvicina molto a quello che ci eravamo immaginati”. Non nasconde le difficoltà e percepisce tutta la delicatezza del momento. “Diamo tempo a Renzi, ma lui si occupi di più del partito”. Nella nostra chiacchierata parliamo di primarie e di rottamazione, del ruolo del premier-segretario e della necessità di una nuova elaborazione ideologica.

Professore, otto anni dopo la nascita del Pd, che partito abbiamo? Si avvicina a quella che era la sua idea originaria?

“Anche se non coincide perfettamente con l’idea di partito che avevamo allora, si può dire che si avvicina molto. Crollate le grandi ideologie del passato, dal comunismo alla visione dei democristiani di sinistra, l’ideale comune alla base della nascita del Partito democratico doveva essere quello che io chiamo ‘liberalismo di sinistra’. E così è stato, in questo senso si può dire che quello che abbiamo oggi si avvicina all’idea di partito riformista che avevamo otto anni fa”.

In questi otto anni il Partito democratico è cambiato molto e molto rapidamente. Dalla brevissima ma intensa suggestione del Partito del Lingotto con Veltroni alla ditta di Bersani, fino al partito del cambiamento di Renzi basato sul concetto forte di rottamazione. In quale di queste impostazioni si è ritrovato di più?

“Io mi sono ritrovato, da subito con l’impostazione iniziale di Veltroni, perché lui rappresentava l’idea di partito liberale di sinistra. Un partito che superava nettamente le due componenti ideologiche che hanno dato origine al Partito democratico, cioè quella democristiana di sinistra e quella comunista. Dopo di lui la cosa si è attenuata, le due componenti di un tempo, benché ideologicamente defunte, sono tornate ad emergere. Con Renzi è avvenuta una cosa che non poteva accadere con Veltroni: il superamento delle tradizioni precedenti. Renzi è il primo leader del Pd veramente post ideologico”.

Nei giorni scorsi uno dei ‘renziani della prima ora’, Matteo Richetti, ha dato voce ad un malcontento abbastanza diffuso. Partendo dalla constatazione che la rottamazione, soprattutto sui territori e specialmente nella scelte delle candidature, sia sostanzialmente fallita, ha lanciato un campanello d’allarme: “Il Pd – ha detto – è un partito senza identità”. E’ d’accordo?

“Non sono d’accordo con l’idea che il Pd sia un partito senza identità. Sono però d’accordo con il fatto che la rottamazione, intesa come necessario processo di cambiamento, sui territori non si sia ancora compiuta. Stiamo però parlando di un processo che è in corso ed estremamente difficile e complesso. Tenendo conto che Renzi ha dovuto lavorare sulla rielaborazione di un messaggio ideologico da una parte e su un’agenda di governo particolarmente fitta dall’altra, io gli concederei ancora spazio per affrontare la questione del partito”.

Se c’è un problema di gestione del partito, a fronte di quanto di buono sta facendo invece il governo, crede che la questione del doppio incarico premier-segretario debba essere rivista?

“Assolutamente no, non vorrei che si approfittasse di questa situazione per rimettere mano a quella norma. Tornare alla distinzione tra capo del governo e capo del partito porterebbe ad un dualismo che ad un certo punto diventerebbe insanabile con l’uomo del partito che inevitabilmente vorrebbe esercitare un’azione di controllo sull’uomo del governo. Io credo che il segretario, anche delegando, debba trovare le risorse che gli consentano di tenere sotto controllo la gestione del partito. Soprattutto per quanto riguarda il rapporto con i poteri locali, c’è bisogno di un partito forte. Se Renzi riesce a lavorare bene sull’ideologia, a far passare l’idea che l’essere dei liberali di sinistra è altrettanto sexy che essere dei rivoluzionari, penso che gli riuscirà anche meglio il lavoro di ricucitura sui territori. Sì, credo che Renzi debba ristudiare la forma di interazione personale con il partito e con le sue componenti”.

Primarie sì, primarie no. L’ultimo caso che sembra aver mandato un po’ in tilt il partito è proprio quello di Bassolino a Napoli. Secondo lei le primarie sono ancora uno strumento identitario del Pd e pensa sia necessario apportare delle modifiche allo statuto affinché non diano più adito a polemiche?

“Le primarie sono regolate bene, complessivamente. Pensare a modifiche in questo momento sarebbe folle, ma quando lo si potrà fare, lontano da appuntamenti elettorali, io una modifica la farei. Il successo delle primarie sta nel fatto che allargano la platea di votanti rispetto alla base classica del partito degli iscritti, dei militanti. Ma perché le primarie possano esercitare questo ruolo ci deve essere una partecipazione piuttosto elevata di persone. La modifica che farei è l’inserimento di un quorum: per esempio potremmo tenere contro del risultato delle primarie solo se andassero al voto almeno il 10-15% del numero di elettori che ha votato Pd alle precedenti elezioni. Dopodiché se la partecipazione non supera quella soglia, il partito ha il diritto-dovere di intervenire e scegliere il candidato”.

A proposito di primarie, a Milano c’è un dibattito aperto sulla scelta del candidato sindaco che succederà Giuliano Pisapia. Uno dei nomi forti è quello del commissario di Expo Giuseppe Sala. Come giudica la sua (probabile) candidatura?

“Sala è un bravo amministratore, che ha avuto un grande successo e una grande notorietà e che assicura di stare nell’alveo politico-culturale del Partito democratico. Perché non Sala dunque? Io vedo due problemi. Il primo, che spero non si avveri, è che qualche procuratore assetato di notorietà tiri fuori qualcosa che può essere successo durante l’organizzazione di una manifestazione così complessa e così grande come Expo. Se venissero fuori questioni che riguardano Sala nel bel mezzo delle primarie sarebbe un danno non di poco conto. Il secondo rischio della candidatura di Sala è che assomiglia troppo all’uomo per tutte le stagioni, al buon amministratore di condominio che non ha dietro un afflato politico di spessore”.

Sono anni che sentiamo parlare della necessità di rinnovamento della classe dirigente, della necessità per i partiti di fare selezione e formazione. Di fatto, secondo lei, come si forma un nuovo gruppo dirigente, solo attorno alle figure dei nuovi leader?

“I nuovi leader sono sicuramente essenziali, ma non bastano alla formazione di una nuova classe dirigente. Io credo che debba esserci una grande varietà di esperienze, anche professionali. Mi piace l’idea di nuovi leader che si dedichino con passione alla politica ma che abbiano anche altre competenze alla base, gente che non viva e non sia sempre vissuta di sola politica. Vi è poi la necessità, secondo me, che nel partito venga costruito un gruppo che si occupa di elaborazione ideologica e teorica. E’ assolutamente essenziale, soprattutto per una visione estremamente moderna di partito di sinistra come quella di Renzi”.

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