La libertà conquistata che scatena la violenza sulle donne. Intervista a Cristina Comencini

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La regista, scrittrice e sceneggiatrice parla della serie tv “Di padre in figlia”, un racconto sui cambiamenti della famiglia

«Il patriarcato in Italia è finito, ma adesso è il momento più difficile per le donne, dobbiamo sentire anche dentro di noi la parità, saper cedere alcuni ruoli, rischiare anche di perdere qualcosa». Cristina Comencini, regista, scrittrice e sceneggiatrice, è autrice del soggetto della serie tv Di padre in figlia, un racconto sui mutamenti della famiglia e della società italiana dal 1958 agli anni 80.

Nella serie è ben rappresentato il Veneto contadino, povero, arcaico e dominato dal patriarcato. Le cose sono cambiate moltissimo, ma esiste ancora, nell’Italia più profonda, questa impostazione tutta al maschile?

«La fiction racconta il più grande cambiamento che sia avvenuto in Italia dal dopoguerra ad oggi, anche se la serie si ferma agli anni 80. È cambiata la posizione della donna nella società, nel lavoro, nella famiglia e questo ha modificato il contesto sociale e i rapporti».

Un cambiamento avvenuto solo grazie alle donne e alle loro battaglie?

«Quello nell’economia e nel lavoro no, la fiction è ambientata in Veneto, una regione poverissima che diventa poi fra le più ricche d’Italia, la trasformazione delle relazioni nella famiglia e nella società sì, perché l’acquisizione da parte delle donne dei loro diritti e di un ruolo in primo piano ha fatto sì che anche gli uomini dovessero cambiare nel rapporto di coppia o come padri verso le figlie, infatti nella serie alla fine le donne prendono in mano il potere, la situazione si ribalta».

Giovanni Franza, il padre ben interpretato da Alessio Boni, sembra una figura estrema, purtroppo molto reale in quell’epoca. Esiste ancora, magari al Sud, una tale forma di patriarcato?

«Franza è un personaggio forte, ma il padre padrone esisteva in Veneto come in Sardegna. Adesso in Italia il patriarcato come organizzazione sociale e familiare è finito ovunque. Anche in Sicilia, terra che amo molto, le ragazze si sono emancipate, a sopravvivere sono le tradizioni. Quello che esiste ancora, invece, è la contraddizione interna all’uomo tra la realtà dei diritti acquisiti delle donne e il sentire profondo, psicologico, riconoscerli. Sono cambiamenti lenti, culturali, ci vuole tempo, le leggi contribuiscono ma non bastano, bisogna “rivedersi” in questa trasformazione. Ecco, in questo senso credo che la fiction possa aiutare».

La figlia più consapevole, Maria Teresa, interpretata benissimo da Cristiana Capotondi, già da bambina sa come funziona quando nasce il figlio maschio che il padre aspettava come un punto d’onore, e dice: “si sa, i maschi comandano sempre sulle femmine”. Un destino introiettato, allora. Non è più così?

«Be’ nella storia la bambina si ribella, crescendo, così come anche la madre prende consapevolezza, si emancipa, aiutata anche nel rapporto solidale con la ex prostituta (Francesca Cavallin l’attrice, ndr)».

Quanto della vecchia cultura patriarcale è all’origine di ciò che spinge al femminicidio tanti uomini, praticamente uno al giorno?

«Non tanto il patriarcato quanto il ricorso arcaico alla violenza, ma la novità è che i femminicidi si scatenano tanto più cresce la libertà delle donne, la libertà di scegliere, di lasciare. E questo scatena la violenza, perché per gli esseri umani l’abbandono è doloroso, ma per molti uomini essere lasciati è una ferita narcisistica enorme. Saperla accettare, considerare un rapporto paritario fa parte di quei cambiamenti lenti, anche se il mondo per le donne è cambiato tantissimo in cinquant’anni, rispetto all’immobilità millenaria: dal diritto di voto, tardivo, al diritto di famiglia, al divorzio e all’aborto ».

Come è avvenuto?

«Le donne durante la guerra lavoravano mentre gli uomini erano al fronte, poi hanno fatto anche loro la Resistenza e nel dopoguerra erano già un nuovo soggetto, la democrazia si definisce nel senso costituzionale con il diritto di voto entrando a pieno titolo nella società. Poi naturalmente il femminismo negli anni 70, quel senso di identità collettiva e individuale delle donne, la scoperta della sessualità, il rapporto con i figli».

La sessualità nella fiction è presente, fra pregiudizi, paure e liberazione dalla sottomissione.

«Sì, anche in modo dirompente, sia nell’esuberanza di Elena, la seconda figlia, che nella voglia di viverla pienamente delle altre donne. Anche lì le cose cambiano, come il rapporto con i figli, una delle figure diventerà un padre vero quando la moglie si allontana. Quindi la libertà delle donne magari inizialmente fa perdere forza agli uomini ma può renderli più consapevoli e partecipi, rispetto ai figli».

Dopo il femminismo si diceva che gli uomini avevano perso un ruolo, erano demoralizzati. Ora i rapporti di coppia sono più risolti e paritari?

«Non sono ancora risolti e sono molto complicati. È difficile amarsi in modo paritario o fare figli in parità, sia per gli uomini che per le donne. Possono esserci abbandoni, solitudine e, se nella società i diritti sono acquisiti, nel privato, nella famiglia e nella sessualità si devono trovare modalità nuove di rapporto».

Nella società, per quanto le donne siano sempre più presenti, non c’è una totale parità, dalle differenze di stipendi alla carenza nei ruoli apicali anche in politica. C’è molto da fare?

«Stiamo facendo un grande lavoro, il passaggio dalla fase di rivendicazione a quella del sentire appieno il nostro ruolo. È difficile pensarci soggetto alla pari degli uomini, ma con la nostra differenza. Eppure la nostra forza è la coscienza di sapere, provare, anche rischiare. Perché nella società spesso abbiamo un handicap ma a volte siamo noi donne a porcelo, invece dobbiamo cambiare insieme agli uomini, non sono più d’accordo con il separatismo. Però le donne devono rischiare, avere ruoli apicali comporta abbandoni, delle perdite, meno tempo con i figli. Ecco, le donne dovrebbero saper cedere all’uomo anche le cose da fare. La paura di mollare è un male antico».

Lei ha scritto il soggetto ma la regia è di Riccardo Milani. Come mai ha scelto di non dirigere la serie?

«Perché lavorando per la Rai ho pensato che fosse meglio affidarlo a un regista più esperto di televisione. E poi eravamo tutte donne, da Titti Andreatta a me alle sceneggiatrici, mi sembrava giusto che fosse il regista fosse un uomo. Infatti è stato giusto così, è bella e gli attori sono tutti bravissimi».

A cosa sta lavorando? Un film, un libro?

«A uno spettacolo teatrale, una commedia che fa riflettere. Tempi nuovi, ispirato a Gramsci. Debutterà al Festival di Napoli il 10 e l’11 giugno a Palazzo Reale, con Ennio Fantastichini e Iaia Forte più due giovani attori. Riguarda l’impatto dei cambiamenti così veloci che viviamo, a partire dall’elettronica, per dire che non possiamo raccontare la storia perché non ne abbiamo il tempo, un attimo dopo è già cambiata».

 

*Nella foto Cristiana Capotondi in un scena della serie che andrà in onda da martedì 18 aprile in prima serata su Rai Uno

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