Dente: “Non scrivo canzoni per andare incontro al pubblico, ma per portarlo da me”

Musica
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Abbiamo parlato con il cantautore di Fidenza all’indomani dell’uscita di “Canzoni per metà”, il suo sesto album in studio

schermata-10-2457678-alle-18-33-30Giuseppe Peveri, in arte Dente, dopo una decina d’anni di carriera e un cammino che lo ha portato a crescere passo dopo passo, arriva a Canzoni per metà con le idee chiare. Ci ha parlato di quello che è, ad oggi, il suo sesto album in studio e ne sono venuti fuori 5 temi fondamentali che ruotano intorno alle sue nuove canzoni: a partire da ciò che lo ha influenzato nella scrittura, passando per le modalità di registrazione del disco, per arrivare a tracciare alcune coordinate della musica italiana indipendente di oggi.

Lasciamo alle sue parole il compito di sviscerare i motivi più rilevanti della nostra chiacchierata

 

Ispirazioni

“Una delle principali ispirazioni per il mio nuovo disco è il primo album di J.J. Cale, Naturally. In realtà è un album che ascolto da sempre, ma questa volta mi ci sono soffermato con la consapevolezza di voler ascoltare cosa succede al suo intero, come sono state ottenute certe cose che ci sono dentro; mi sono informato e ho letto degli articoli al riguardo. È un disco dei primi anni settanta in cui c’è un uso copioso di batterie elettroniche, direi primordiali, tipo quelle con i tempi preimpostati delle tastiere. La stessa cosa l’ho fatta anche io nei pezzi di questo lavoro: non ho utilizzato un batterista, ma ho suonato anche la batteria vera sui loops che andavo selezionando. Non essendo un batterista ho cercato, attraverso i miei limiti, di far uscire qualcosa campionando e ricamandoci sopra; quindi si tratta di batterie per metà vere e per metà artificiali: il risultato è particolare e ne sono soddisfatto, perché da un limite è nata una caratteristica a mio parere peculiare.”

Canzoni brevi

“Secondo la mia idea iniziale avrei dovuto registrare il disco tutto in casa, poi però la registrazione casalinga si è rivelata troppo povera e quindi sono andato in studio, a Livorno, ma con l’idea di farlo totalmente da solo. Il problema è venuto fuori quando mi sono accorto che c’erano tanti strumenti a disposizione e ho voluto giocare con tutto quello che trovavo. Le canzoni però erano già quelle, e questa raccolta (tutti i miei dischi sono raccolte di canzoni) è un insieme di brani che hanno un senso legati tra loro, che stanno bene insieme. Nei miei album ci sono stati sempre brani molto brevi, degli sketch, ma stavolta ho un po’ calcato la mano su quel versante.”

La solitudine

“Una scelta. Quando ho fatto la pre-produzione del disco l’ho fatta a casa mia, nel mio studiolo, e mi ha influenzato il fatto che fossi da solo. Intenzionalmente da solo. Mi sono comprato anche degli strumenti per poter far tutto per conto mio: sintetizzatori che non possedevo, perché prima c’era la band. Devo dire che mi piace il pop di qualità che sta uscendo in questo periodo a livello indipendente, ma io sono andato dalla parte opposta rispetto a quello che gli addetti ai lavori si aspettavano di ottenere da me. E infatti il disco ha spiazzato molto, si aspettavano tutti il disco super pop, ma non l’ho fatto: non perché non sia in grado, ne ho già realizzati in passato, ma perché voglio la libertà di poter fare quello che mi pare, non voglio andare verso il gusto del pubblico, ma voglio che il pubblico venga verso il gusto mio. Questo significa anche prendersi la libertà di registrare un album completamente in solitaria.”

La musica di oggi

“La cosa che non mi piace della musica oggi, e non parlo dei miei colleghi indie nei quali trovo una spiccata naturalezza, ma del mainstream, è che gli artisti vanno verso il gusto del pubblico: gli vanno incontro e quindi vuol dire che stanno dietro una fila, non davanti. Io invece voglio essere uno che sta davanti alla fila: mi esprimo come meglio credo, con grande sincerità e se piaccio bene, ma se non piacciono va bene lo stesso. Non voglio fare delle cose per accattivarmi chiunque sia. Ho sempre inciso dischi diversi uno dall’altro, quello prima era molto più pop di questo”.

Ciclicità

“Da un bel po’ di tempo la musica italiana indipendente si sta muovendo e sta crescendo. Vedo una ciclicità in tutto ciò: i cicli di solito durano una decina di anni. In questo senso mi ha fatto molto piacere una e-mail che ho appena ricevuto: un ragazzo mi ha scritto che spesso i suoi artisti preferiti a un certo punto fanno un disco che lo induce ad abbandonarli e a dimenticarli: una cosa che capita anche a me come ascoltatore. Ma poi mi ha scritto che con me questa cosa non è ancora successa, che si stupiva del fatto che continuassi a cambiare facendo dischi che gli piacciono. Credo che questo aspetto, l’essere immuni dalle mode del momento, sia legato alla sincerità, al mio non volermi compromettere.”

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