Decaro: “Non sono un super eroe, garantisco la legalità a Bari”

Legalità
Il Sindaco di Bari Antonio Decaro dopo la riunione al Viminale con il ministro dell'Interno Angelino Alfano, le altre Regioni e l'Anci, sul piano di accoglienza dei migranti, 17 giugno 2015 a Roma. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Il sindaco minacciato di morte dai clan della criminalità organizzata. E alla sinistra romana dice: «Votate Giachetti, ritroviamo lo spirito dell’Ulivo»

«Un sindaco non può avere paura, ma la dico con Giovanni Falcone: “Il problema non è stabilire se uno ha paura o meno, ma come non farsi condizionare dalla paura». Antonio Decaro, 45 anni, sindaco di Bari del Pd, ha ricevuto minacce di morte dai clan della criminalità organizzata, con frasi intimidatorie sulla sua bacheca Facebook, ora all’esame della Polizia postale. Lui continua il suo lavoro, ieri ha partecipato alle iniziative in giro per la città, fra strette di mano e selfie con i cittadini.

Sindaco, anzitutto solidarietà. Cosa è successo? Non è la prima volta che riceve minacce.

«Un sindaco è abituato alle minacce, ne ricevo parecchie anche sui social, certo questa volta sono più pesanti. È successo tutto durante la Festa del Patrono, San Nicola di Bari, fra sabato e domenica scorsa con il clou dello scontro lunedì. La polizia municipale stava effettuando dei controlli sui venditori abusivi che occupano il lungomare, cercando di far spegnere le cosiddette “fornacelle”, le braci su cui cuociono carne e pesce. Alcuni gruppi della criminalità organizzata, invece, cercavano di farli restare aperti. I clan hanno messo in atto uno scontro con lo Stato, usando gli abusivi, per affermare il loro predominio sul territorio, infatti assegnano gli spazi agli ambulanti abusivi e fanno estorsioni a quelli legali».

Quindi ci sono stati gli scontri con la polizia? Lei è stato minacciato anche in quel momento?

«I clan, aizzando gli abusivi, cercavano di far chiudere i chioschi regolari, hanno tirato spiedi roventi contro la municipale, tutto allo scoperto, infatti sono in corso indagini, finché la polizia non ha reagito con una carica e alla fine l’abbiamo avuta vinta. A me hanno tentato di non farmi entrare nella Basilica di San Nicola, ma li ho anticipati, sono entrato prima che mi vedessero… Poi ho chiamato i gestori delle attività regolari che, spaventati, volevano chiudere le botteghe. Ho detto loro: fate lo Stato, siete voi la città, non dovete cedere. E infatti hanno aperto. Perché la città non ha bisogno di super eroi, bensì del coraggio dei cittadini che fanno il loro dovere ogni giorno, anche sul lungomare».

Scusi, ma lei non ha la scorta?

«No, ho rinunciato. Perché sarebbe un peccato, per una città bella come Bari, se il sindaco girasse con la scorta».

Ha paura?

«Come diceva Giovanni Falcone, “il problema non è stabilire se uno ha paura o meno, ma come non farsi condizionare dalla paura”, al di là se uno abbia del coraggio o magari solo incoscienza. Comunque ho sentito grande solidarietà da tutti, cittadini e politici. I primi a chiamarmi al telefono sono stati i consiglieri di opposizione che mi hanno detto: se non puoi stare tu nella Basilica, veniamo anche noi».

E da parte del governo si sente aiutato?

«Sì. Il ministro Alfano ha mandato a Bari l’esercito, quando ci sono stati gli omicidi al quartiere San Pio mesi fa; i militari sostituiscono in alcuni presidi le forze dell’ordine che invece sono impegnate nella lotta alla criminalità sulla strada e per la sicurezza urbana».

Lei ha firmato la lettera dei sindaci a Mattarella. Cosa chiedete?

«I sindaci sono il front office, il presidio sul territorio che è sempre sotto pressione, quindi hanno bisogno di una mano. La lettera serve a dire alla politica: non ci utilizzate come strumento di lotta politica con le varie vicende delle inchieste. Almeno però con il governo Renzi non ci sono più tagli ed è saltato il patto di Stabilità, possiamo decidere le cose da fare per la città. Direi che la situazione tende a migliorare».

Ha firmato il Patto per il Sud proposto dal premier? Il governatore della Puglia Emiliano traccheggia…

«Lo firmerò nei prossimi giorni. E anche la Regione credo stia per farlo. Io sono stato il primo a chiedere che si stilasse un patto per le città metropolitane. Sono 230 milioni per 41 Comuni che si hanno direttamente».

In queste amministrative la sinistra è divisa. A Roma Fassina rischia di essere escluso ma la scelta di Sel e Sì, per ora, è quella non favorire il Pd. Cosa suggerirebbe?

«Di votare Giachetti. Non ci possiamo dividere. Qui per dieci anni ha governato Vendola in Regione, tra il Pd e Sel c’è un rapporto forte anche se a volte la dialettica è aspra. Ma bisogna restare uniti, io sono di quelli che dicono: ripartiamo dall’Ulivo».

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