De Mita: “Berlinguer fu conservatore e rivoluzionario”

Berlinguer
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L’ex segretario Dc parla dei suoi rapporti con Berlinguer: “Pensava di realizzare il comunismo senza gli errori del comunismo e poi voleva conservare il processo democratico”. “Era delicato nei modi, mi ricordava Aldo Moro”

Sul dibattito sulla figura e sull’eredità storico-politica di Enrico Berlinguer, oggi interviene Ciriaco De Mita, segretario della Democrazia Cristiana dall’82 all’89 e Presidente del Consiglio dall’88 all’89.

Presidente Ciriaco De Mita, guardandolo trent’anni dopo la sua morte Enrico Berlinguer era conservatore o rivoluzionario?

“Credo che queste siano categorie astoriche. Conservazione e progresso si riferiscono a una lettura non più adeguata. Se le recuperiamo, vanno collocate nel contesto storico: come si può definire Berlinguer conservatore se era impegnato a fare la rivoluzione? Se poi non si fece, non possiamo dire che non fu un bene. La storia è un insieme di processi determinati dal pensiero, che però cambia a seconda dei fatti”.

Lei come lo giudica?

“Lo valuto per come l’ho conosciuto e per i suoi comportamenti. Il problema è che pensava di realizzare il comunismo senza gli errori del comunismo. Era conservatore, perché voleva conservare il processo democratico, e rivoluzionario, sebbene per fortuna la rivoluzione non riuscì. La sua esperienza era in continuità con la posizione del Pci in Italia: un partito popolare non estraneo alle dinamiche democratiche. Anche negli equilibri internazionali, come dimostrò l’apertura alla Nato”.

Voi due che rapporti avevate?

“Con lui avevo un rapporto molto franco. Per certi versi mi ricordava Aldo Moro, era delicato nei modi. Una volta, non so che espressione usai, mi rispose: “Ringrazio Dio che siamo amici perché un sardo avrebbe risposto in maniera diversa”. Sa, la famosa vendetta sarda…”

Dopo la fine del compromesso storico, le cose cambiarono? O la fiducia tra voi rimase?

“Nell’agosto del 1982, io ero diventato segretario della Dc da poco quando il Psi trovò un pretesto per aprire la crisi di governo. Un decreto sul petrolio che fu bocciato dalle Camere. Pertini, che era in vacanza, annunciò il ritorno a Roma per sciogliere il Parlamento. Berlinguer però mi fece sapere che il governo sarebbe rimasto in carica. I socialisti allora cambiarono parere e rimasero al loro posto. Io per dispetto suggerii a Spadolini di rifare lo stesso governo. E lui non cambiò nulla”.

Sembra che pur distanti, tra di voi ci fosse un dialogo. Quali argomenti vi separavano?

“Tra noi c’era grande comprensione ma diversità di fondo. Per me il cambiamento passava per il rinnovo delle istituzioni. Berlinguer era meno sensibile, per non dire indifferente, al tema. Quando nacque la commissione Bozzi nell’83 gli proposi di mandarci persone attente al rinnovamento costituzionale. Noi democristiani andammo tutti: io, Ruffilli, i capigruppo parlamentari, e proponemmo norme che portavano al superamento del bicameralismo perfetto. Berlinguer invece non entrò e non seguì la questione”.

D’Alema in un libro racconta di una riunione del Pci a Roma, il 5 giugno 1984, in cui Berlinguer lanciò il referendum contro la scala mobile e disse che dopo le Europee di giugno si sarebbe aperta la crisi di governo e si sarebbe fatto un nuovo esecutivo con De Mita e senza Craxi. Pochi giorni dopo il leader comunista morì e non se ne fece nulla. Lei ne era a conoscenza?

“Il mio ultimo colloquio con Berlinguer fu all’inizio di maggio. Ero in Sicilia, mi fece chiamare e ci incontrammo a casa di Tatò. Con lui c’era Pecchioli, io ero solo. Mi chiese di aprire la crisi di governo, risposi che era un po’ complicato perché dovevano esserci delle ragioni. Si accalorò al punto che mi disse: “Possibile che mi preoccupo più io della Dc di te?”. Allora gli chiesi quale sarebbe stato il comportamento del suo partito se io avessi rotto con i socialisti. Non mi rispose e pensai che la cosa fosse finita lì”.

Invece?

“Quando feci il governo nel 1988 incontrai Natta e Occhetto durante le consultazioni. Spiegai che riforme auspicavo per una legislatura costituente, dalla stabilità dell’esecutivo al ruolo guida del premier. Occhetto si dichiarò a favore, io gli chiesi qualcosa di più dell’opposizione: una partecipazione al processo. Natta obiettò che le avrei fatte con i socialisti e io gli raccontai del mio colloquio con Berlinguer. Natta mi disse. “Non è che non ti ha voluto rispondere, non ha potuto. Perché quando poneva la questione nel Pci non c’era una risposta comune””.

Berlinguer era più avanti del resto del Pci, come sostengono in molti?

“Avrei capito una posizione pubblica. Il dramma del Pci è che al suo interno c’erano posizioni diverse ma non si sono mai scontrate politicamente. A mio avviso, il personaggio da celebrare sarebbe Pietro Ingrao: affrontava le questioni, lo trattavano male, ma aveva un disegno. Avevamo un dialogo sulle istituzioni, sia pure con origini e accenti diversi”.

Secondo lei, da cattolico, Berlinguer promosse il referendum sul divorzio per calcolo politico o convinzione personale?

“Ho seguito bene quella vicenda. All’epoca del varo della legge nella Dc il gruppo di Andreotti sposò la posizione – a mio avviso poi rivelatasi sbagliata – di stabilire l’impossibilità di divorziare. Durante un viaggio in Urss, un gesuita di grande intelligenza, Padre Castelli, mi disse: potreste stabilire un doppio regime, chi si sposa con rito civile potrà divorziare, chi si sposa in chiesa no. Forse non era una proposta da rifiutare. Invece scegliemmo la strada dell’opposizione, la legge sul divorzio passò e scattò la campagna referendaria. Nacque una convergenza tra la preoccupazione di Forlani di non fronteggiare uno scontro e il desiderio di Berlinguer di evitarlo”.

Non ci riuscirono però.

“Si ipotizzò un accordo che tenesse conto delle condizioni dei figli minori nella rottura degli equilibri matrimoniali. Modificando qualche norma si sarebbe potuto evitare il referendum. Il negoziato fu gestito da Cossiga e l’accordo c’era. Ma nei socialisti sorse un movimento contrario, e saltò tutto. Ci preparammo per il referendum, e in una riunione dei dirigenti Dc io e Andreotti fummo contrari a schierarci in modo violento”.

È vero che Berlinguer le disse che per lui la proprietà privata era come il peccato originale per i cattolici?

“Ci vedevamo di frequente a casa di Tatò, in una traversa di via del Corso. Andavamo con le scorte, ma non trapelò mai nulla. Un giorno tentavo, come sempre, di riportarlo sulle dinamiche istituzionali mentre lui era attentissimo alla questione femminile. Erano i due pilastri delle nostre conversazioni. E lui, arrossendo e premettendo di non volermi offendere, mi disse quella frase. Pensai che fosse un modo di dire. Invece, dopo la sua morte, durante i lavoro preparatori della Bolognina trasmessi da Radio Radicale sentii suo figlio usare la stessa espressione. Allora capii che era un pensiero profondo”.

Alla fine di tutto, che ricordo conserva di Enrico Berlinguer?

“Io sono democristiano da quando sono nato, ma non sono mai stato anticomunista. La mia esperienza con lui è stata umanamente bella. Apparteneva a quel genere di persone che prima di decidere riflettevano, ipotizzavano, lavoravano per persuadere. I comportamenti politici sono determinati da quelli umani, a loro volta nutriti di opinioni. Altrimenti la democrazia rappresentativa diventa una farsa. Ricordiamoci che anche nei regimi autoritari si vota, ma non è mandato: è delega”.

Crede che corriamo questo rischio?  

“Noi della Dc nella fase finale ci siamo illusi di realizzare la democrazia compiuta e abbiamo sciupato l’occasione che aveva come protagonisti due grandi forze popolari. Ora l’alternanza è tra protesta e occupazione del potere. Se non allarghiamo la condivisione la partita si chiuderà con la prevalenza di uno. E cambieremo sistema di rappresentanza”.

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