De Andrè, quello che abbiamo ancora

Dal giornale
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Dori Ghezzi: “In America gli chiedevano ‘ma come mai lei così bravo qui non è famoso?'”

Non chiamatela antologia. E neppure box, o cofanetto. Perché Fabrizio De Andrè in studio è un’opera. Opera omnia, anzi, che si lega in un continuum ai 16 cd live di tre anni fa. Questa volta i dischi sono 14, ovvero la discografia ufficiale di Faber (da Volume Uno ad Anime Salve) più un album che contiene i singoli. E oggi come allora a rendere ancora più prezioso, irripetibile e pregevolissimo il progetto è un libro di 196 pagine a colori con interviste, foto spesso inedite, testi, recensioni, aneddoti, curiosità, testimonianze degli amici e degli estimatori (da Gian Piero Reverberi a Franz Di Cioccio, passando per Nicola Piovani, Francesco De Gregori, Massimo Bubola, Mauro Pagani fino a Ivano Fossati, solo per citarne alcuni). E’ un oggetto che trasuda amore, attenzione, devozione, bello anche soltanto a guardarsi, a sfogliarlo. Dietro questa complessa produzione, così sentimentale e puntigliosa, che ricostruisce la genesi di una parabola artistica che va dal 1975 al 1998 c’è ancora una volta la Fondazione De Andrè Onlus, e quindi Dori Ghezzi.

Quanto è difficile Dori essere custode di una memoria tanto sfaccettata, complessa?

Con la Fondazione cerchiamo di lavorare con lo stesso scrupolo, la stessa serietà di Fabrizio. Quindi ogni pubblicazione è un percorso a sé, una storia propria, realizzata con grandissima cura, senza trascurare alcun particolare. Da sola non ce l’avrei mai fatta. Accanto a me c’è uno staff straordinario che si impegna giorno dopo giorno, che tiene in vita l’opera di De Andrè con passione e minuzia, con amorevole attenzione. E oltre a persone come Elena Valdini, Liliana Azzolini, Claudia Gatti ed Enrico Rotelli ci sono gli amici che Fabrizio ha incontrato lungo il suo cammino, testimoni a loro volta di un percorso non solo artistico, ma esistenziale. Una grande ricchezza a nostra disposizione per mantenere viva, potente e inalterata, la memoria.

Lei ha il legittimo timore che tra case discografiche e studi di registrazione siano disseminati anche brani inediti di suo marito. Come vi tutelate?

La Fondazione vigila e controlla per quello che è possibile. Soprattutto per evitare sfruttamenti illegittimi. Poi ci sono anche le variabili impazzite, magari fan che in buona fede e solo per affetto pubblicano on line un frammento live o cose del genere. In quel caso lasciamo perdere, perché Fabrizio è eredità di tutti finché non c’è l’utilizzo del suo patrimonio d’arte a fini commerciali.

De Andrè fu anche contestato, soprattutto negli anni Settanta, dalla critica specializzata, penso ad esempio a un disco come Storia di un impiegato. Tanto che in un’intervista a Maurizio Bianchini del Mucchio Selvaggio in occasione dell’uscita di Crêuza de mä parlava di una stampa nostrana esterofila, “sdraiata su uno sconfortante conformismo”.

De Andrè nella sua lunga carriera non ha mai fatto promozione in senso stretto. Ha realizzato le sue opere e rispettato il pluralismo delle opinioni. Ha ricevuto quasi sempre attestati entusiastici per la forza poetica e musicale che sapeva esprimere e nello stesso modo, quando un suo disco non è stato compreso, ha avuto il garbo e il coraggio di accettare le posizioni altrui. Certo la passione per i prodotti stranieri di certa stampa è una pecca che la scena italiana ha sofferto, fortunatamente un fenomeno che si sta attenuando, si sta smussando. Del resto, altrove, non è così, c’è attenzione per qualunque artista purché sia di valore. Ricordo che Joan Baez, parlando a lui e De Gregori chiese: ma come mai voi due che siete così bravi non siete famosi in America?

A proposito di America, fu proprio David Byrne, ex leader dei Talking Heads, a sturarci in qualche modo le orecchie inserendo Crêuza de mä tra i suoi dischi preferiti degli anni Ottanta. Lo disse al Rolling Stone e d’improvviso l’Italia si svegliò dal torpore.

Già, Byrne ha spesso raccontato anche di aver “piratato” il disco per farlo ascoltare ai suoi amici, decine e decine di cassette duplicate per diffondere il “verbo” di De Andrè. Così un’estate andammo a salutarlo durante un suo concerto all’aperto, a Verona. Si parlarono a modo loro, con una certa difficoltà, perché Fabrizio aveva studiato il francese. Però fu un bell’incontro. E non solo. Byrne è innamorato di tutta la famiglia. Pensi che ha usato in un suo disco, Feelings, il riff di un pezzo di Cristiano, Gli Invincibili, citandolo come uno degli autori del brano che apre quell’album. La canzone si intitola Fuzzy Freaky.

Tornando a Crêuza de mä: parliamo di un disco che forse, ancora, non è stato del tutto metabolizzato. Un’opera di snodo, cruciale, perché recupera la lingua, in questo caso il genovese, come nella grande tradizione della musica popolare ma lo arricchisce di suoni preziosi, profondi, contemporanei e inusuali.

È vero. Un’alchimia perfetta tra mio marito e Mauro Pagani. Fabrizio aveva in testa da tempo questo progetto, quando individuò Mauro come partner ideale, nacque un gioiello.

Sta pensando anche a un film sulla vita di suo marito.

Sì, è uno dei progetti che stiamo perseguendo. Ma per prima cosa dobbiamo trovare l’attore in grado di vestire i panni di Fabrizio dall’infanzia alla vita adulta. Gli sceneggiatori Francesca Serafini e Giordano Meacci (gli stessi di Non essere cattivo di Claudio Caligari, ndr) hanno immaginato un vero e proprio biopic. Vedremo se riusciremo a realizzarlo nel modo in cui lo abbiamo pensato.

Il regista comunque dovrebbe essere Luca Facchini, lo stesso che ha realizzato un documentario su Fernanda Pivano. Un giovane autore italiano e non, per esempio, Wim Wenders che è un grande estimatore di De Andrè.

Di Facchini conosco il linguaggio e lo condivido. E’ un regista consapevole che fa parte di una certa corrente, una sorta di Beat Generation contemporanea, del quale ho grande stima. Wenders avrebbe voluto organizzare un concerto in onore di Fabrizio in America e poi realizzarne un documentario. Purtroppo ancora non è riuscito nell’intento.

Tra i progetti della Fondazione, per il 2016, c’è anche un doppio concerto con il sostegno dei Conservatori di Roma e Milano in onore di De Andrè. Tante cose importanti in ballo, insomma.

Ci muoviamo se vediamo all’orizzonte scenari interessanti e meritevoli. Dopo Anime Salve, Fabrizio aveva in mente un disco che voleva intitolare Quattro Notturni, aveva immaginato sonorità diverse per ognuno dei lavori: uno virato verso il jazz, un altro più etnico, un altro che guardasse al rock e infine uno dai timbri e dalla struttura classica. Aveva individuato anche gli artisti per questa impresa. Purtroppo non c’è stato tempo. Così con il supporto dei Conservatori di Roma e Milano e con lo staff di musicisti che voleva con sé, abbiamo pensato di mettere in scena i Notturni, saranno evidentemente suggestioni, visto che di fatto manca la composizione vera e propria di De Andrè. Stiamo lavorando perché tutto questo, entro un anno magari, possa accadere.

Suo marito, 16 anni dopo, è ancora presente come faro, punto di riferimento, ispirazione. Ho letto che riceve una quantità cospicua di tesi di laurea, soprattutto che hanno come tema La buona novella. Perché proprio quel disco secondo lei?

È un’opera altamente poetica, ma priva di teorie politiche, di posizioni conflittuali. Una riflessione individuale sui Vangeli apocrifi e sull’umanità di Dio, un Dio di terra, concreto, ma vicino alle creature, con Maria al centro dell’intero affresco compositivo come donna e come madre. Penso che i ragazzi lo scelgano perché pur essendo un lavoro complesso è molto meno rischioso di altri dischi di De Andrè. Il credo è inconfutabile e concede la possibilità di esprimersi liberamente, senza preconcetti, senza il peso dei giudizi. E’ un credo e in quanto tale va accettato.

A quarant’anni dalla scomparsa di Pasolini sono stati in molti ad accomunare Fabrizio ad uno degli intellettuali più scomodi di questo Paese. Lei Dori è d’accordo? Vede similitudini?

Accadde anche quando entrambi erano in vita, come se le loro strade corressero parallele anche se non mi risulta si siano mai parlati, conosciuti. Li accomuna il bisogno di sollevare le coscienze, raccontare pezzi di società invisibili ai più, spesso mortificate ed emarginate. Un’urgenza non tanto per esigenze personali quanto per dare voce a chi non la possiede. Avevano, in effetti, sguardi simili, profetici. Entrambi in direzione ostinata e contraria.

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