D’Amore: “Il mio grande sogno? Essere un artista libero”

Televisione
Italian actor/cast member Marco D'Amore arrives for the premiere of 'Perez', during the 71th annual Venice Film Festival at the Lido in Venice, Italy, 05 September 2014. The movie is presented out of competition at the festival running from 27 August to 06 September.   ANSA/ETTORE FERRARI

Intervista a Marco D’Amore, che nella serie tv “Gomorra” è Ciro l’Immortale, ma alle spalle ha 20 anni di carriera teatrale: «E adesso porto in scena Mamet in napoletano»

Quasi vent’anni di carriera teatrale alle spalle e la popolarità arrivata all’improvviso con una serie televisiva: Gomorra. Buffo il destino, no? «So di aver preso parte ad un progetto di qualità, quindi mi sta bene così – dice Marco D’Amore, che nella serie prodotta da Sky è Ciro l’Immortale – . Con gli anni ho imparato ad affinare la mia capacità di scelta. Certo, il teatro è uno sport per pochi». E una volta che cominci a praticarlo è difficile farne a meno. In questi giorni sta provando American Buffalo di David Mamet, che aprirà la prossima stagione de Teatro Piccolo Eliseo di Roma (28 settembre-23 ottobre) .

Marco, non posso iniziare la nostra chiacchierata senza chiederti di “Gomorra”. Si è appena conclusa la seconda stagione, a fine estate inizierete a girare la terza e poi arriverà anche la quarta. Qual è la tua spiegazione di tanto successo?

«Ti dico la verità, sentivamo tutti noi una responsabilità alta nel fare questa seconda stagione di Gomorra. C’era un’attesa febbrile e noi non volevamo deludere le aspettative. Ripartire è difficile. Ma le ragioni del successo credo siano tante. Nella mia testa c’è prima di tutto la qualità del prodotto: Gomorra è un progetto che dedica tanto tempo alla scrittura, ha una grande attenzione per gli attori, mette insieme ben 4 registi, ha un ottimo direttore della fotografia, è un progetto atipico per essere un prodotto televisivo. E poi è una serie che pur essendo commerciale riesce ad essere un contenitore che riguarda il mondo, per questo viene venduta ovunque. Credo anche, questa almeno è la mia opinione, che rispetto alla seconda stagione ci sia anche un discorso di identità e di orgoglio. Il pubblico si è affezionato e ci segue un po’ come se fossimo la nazionale».

Tu e Roberto Saviano avete frequentato lo stesso liceo, anche se lui ha qualche anno in più di te. Come è andato il vostro incontro dopo tanti anni?

«Al liceo i ragazzi più grandi ci tengono a smarcarsi dai più piccoli; quindi io mi ricordo benissimo di lui (che all’epoca aveva i capelli lunghi e lo chiamavano “l’indiano”, ndr) e anche lui ha detto di ricordarsi di me, ma chissà se lo ha detto solo per farmi piacere… Comunque dopo avermi visto recitare nella prima stagione mi ha telefonato per farmi i complimenti. E poi siamo diventati grandi amici. Roberto è la nostra Bibbia. Lui non firma la sceneggiatura ma ha un rapporto costante con chi scrive».

C’è un altro incontro che mi incuriosisce, quello con Stefano Sollima, regista di “Gomorra”. Raccontaci come è andata.

«Non avevo proposto la mia candidatura… Mi sentivo così inadeguato, incapace di vestire i panni di un personaggio così spietato come Ciro. Ma Sollima mi aveva visto recitare in Una vita tranquilla di Cupellini e ha voluto incontrarmi. Avevo un corpo da comico, ero grasso, avevo i capelli ricci e la barba… eppure lui è se n’é fregato del mio corpo ed è andato oltre».

E con Ciro è arrivata pure la popolarità. Dopo tutti quegli anni di teatro…

«L’anno prossimo festeggerò i miei 20 anni di carriere teatrale. Ho iniziato a fare teatro a 16 anni».

Hai lavorato molto con Toni Servillo e Andrea Renzi, cosa hai imparato da loro?

«Sono maestri inconsapevoli. Non hanno la pretesa di erigersi a professori. Ma lo sono con il loro esempio. Hanno una grande curiosità per il mondo. Con Servillo si parla di cinema, di cucina, di letteratura… Devi nutrire l’essere umano. E loro lo hanno fatto. Toni diceva sempre che in teatro sono molto di più le rinunce rispetto ai successi. E in effetti i momenti di sconforto sono tanti, eppure si va sempre in scena».

E si va sempre avanti anche con altri progetti, come il film che hai girato sull’eternit: “Un posto sicuro”. Come è nata l’idea?

«L’idea è di Francesco Ghiaccio, con il quale ho fondato La piccola società, che ha prodotto spettacoli teatrali e cortometraggi. Lavoriamo insieme da 15 anni. Lui è di Casal Monferrato e quindi particolarmente sensibile al problema amianto, insomma abbiamo deciso che bisognava parlarne».

A settembre sarai di nuovo a teatro con “American Buffalo”di Mamet, di cui firmi la regia; ma sarai anche sul palco con Tonino Taiuti e Vincenzo Nemolato (adattamento di Maurizio Di Giovanni). Sarà un Mamet in napoletano, una follia!

«Secondo me non lo è se si conosce bene il teatro di Mamet. American Buffalo è il suo primo testo e racconta personaggi di periferia, descritti con un certo sound, un linguaggio che è molto simile al napoletano, perché arriva direttamente dalla pancia senza filtri. Quando l’ho proposto a Barbareschi, lui non mi ha posto limiti. Anzi, devo ringraziarlo perché è stato lui a farmi scoprire questo testo di Mamet. E leggendolo ho trovato degli aspetti comuni alla mia biografia».

Cioé?

«Certi personaggi che ho incontrato nella mia vita. Nella bottega, per esempio, c’è un proprietario che ha sempre attorno ‘o professore, uno che straparla sempre; poi c’è un ragazzino che fa sempre avanti e indietro e non si da dove provenga… Insomma ne ho conosciuti tanti di tipi così».

A Caserta?

«Io sono di famiglia napoletana, ma sono cresciuto a Caserta fino a 18 anni, poi sono andato via e ci sono tornato per Gomorra . E adesso, in questa prima fase di prove dello spettacolo, sono di nuovo a Caserta».

Ma insomma come stanno andando queste prove?

«Ogni volta che si ricomincia mi dico: ma chi me lo ha fatto fare? Però c’è una bella squadra. In questi giorni stiamo provando al Teatro Civico 14, uno spazio che non ha aiuti ma resiste… Ogni tanto c’è qualcuno che mi chiede un selfie, qualcuno che entra per un saluto, insomma siamo n’miez’a na via». Hai da poco finito di girare “Brutti e cattivi ” di Cosimo Gomez, con Claudio Santamaria. Come è andata con lui?

«Benissimo direi. Il film uscirà entro l’anno. Claudio per me è come un “panda”, un attore da preservare. Lui è l’attore. È meraviglioso».

Il tuo sogno nel cassetto?

«È un sogno che ho cominciato ad assaporare con Un posto sicuro: essere indipendente, non avere padroni».

Ok ora che abbiamo finito la nostra intervista qualche piccola anticipazione su “Gomorra”ce la puoi dare?

«Ma io non so niente… noi attori siamo gli ultimi a sapere. Anzi, se sai qualcosa tu, chiamami!».

Vedi anche

Altri articoli