Damiano: “La questione sociale è molto più importante dell’Italicum”

Lavoro
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L’ex ministro: “Per vincere il referendum bisogna dare segnale a chi ha subito la crisi”

Onorevole Damiano, i dati sulla crescita del Pil rischiano di far spostare le risorse “prome ss e” al capitolo pensioni verso la riduzione del deficit.

«La previsione di una crescita dimezzata nel 2016 – lo 0,6 per cento citato dall’Istat – rappresenta un serio problema per la legge di Bilancio perché mette a rischio le risorse disponibili. Come ha detto il ministro Calenda “Chiederemo tutta la flessibilità possibile, anche quella che l’Ue oggi vuole negarci, perché le politiche espansive sono essenziali”. Io condivido e anche a lui dico: benvenuto nel club dei keynesiani. Detto questo, sono preoccupato perché vorrei che si comprendesse che la questione sociale – lavoro, povertà, pensioni – richiede risorse che siano sufficienti a realizzare gli obiettivichesi stannodiscutendoaltavolo governo-sindacati. Se questa priorità venisse meno, non solo si aprirebbe un conflitto sociale e parlamentare, ma quegli stessi obiettivi condivisi diventerebbero carta-straccia. Di fronte alle attese di centinaia di migliaia di persone ci sarebbe delusione e un evidente contraccolpo politico».

Con il rischio di effetti anche sull’e sito del referendum costituzionale?

«Sicuramente. Perché è evidente che se si discute molto di referendum legato alla modifica dell’Italicum o del “papa straniero” che dovrebbe contendere a Renzi la leadership del Pd, si sottovaluta il fatto che la vera mina che condiziona il nostro governo è costituita dal rischio di una mancata risposta all’ingiustizia sociale, percepita dai cittadini per gli effetti della crisi. E’ da lì che bisogna partire, anche temporalmente. Perché il confronto con i sindacati si concluderà a metà settembre e il governo dovrà presentare la nota di aggiornamento al Def il 27. Quindi il tempo stringe e la risposta va data prima di tutto su questo punto».

C’è invece una campagna stampa che punta a delegittimare la priorità pensioni motivata da una strampalata questione generazionale: spendete i soldi per i vecchi e non per i giovani.

«Le correzioni che noi chiediamo alla “riforma” delle pensioni targata MontiFornero non vanno ad esclusivo vantaggio delle generazioni anziane. Al contrario, con l’anticipo di 3 anni e 7 mesi dell’uscita dal lavoro si può generare un turn over che favorisce l’o ccupazione dei giovani. In secondo luogo, come ha annunciato Nannicini, la fase 2 del confronto con i sindacati dovrebbe affrontare il tema della revisione del sistema contributivo che riguarda esclusivamente i più giovani – cioè quelli entrati al lavoro dal primo gennaio 1996, che avranno la pensione calcolata esclusivamente sui contributi versati. Questi giovanni potranno andare in pensione a 63 anni, ma a condizione che abbiano una pensione superiore a 2,8 volte l’assegno sociale. Questo vincolo va rimosso perché in tempi di discontinuità occupazionale è difficilmente raggiungibile: per i giovani andrebbe prevista l’integrazione al minimo».

Anche le ricongiunzioni fra enti diversi che tornerebbero gratuite sarebbero un bel miglioramento per giovani e quarantenni…

«Certo. La soluzione dell’annosa questione sorta con il governo Berlusconi che ha reso onerosa la ricongiunzione fra i diversi fondi consentirebbe la totalizzazione dei contributi per chi ha una accentuata mobilità tra posto e posto di lavoro, come capita quasi a tutti i giovani. Tutte queste misure dimostrano quindi che non si tratta di rivendicazioni limitate alle generazioni di ultra 60enni, ma di aggiustamenti che conferiranno al sistema previdenziale la flessibilità necessaria per il futuro».

Se grazie al confronto che mancava da anni le posizioni fra sindacati e governo si sono avvicinate, rimangono divergenze sul famoso Ape. Per Susanna Camusso l’anticipo pensionistico rischia di essere un flop.

«Intanto, vedo la rimozione di due capitoli importanti. Il primo riguarda gli esodati per i quali, con la collega Gnecchi, abbiamo presentato una proposta di legge per l’ottava salvaguardia, che fa parte della piattaforma deisindacati edè acosto zero. L’ultimo aggiornamento dell’Inps del 10 agosto dice con chiarezza che rispetto ai 172mila lavoratori da salvaguardare, quelli che lo sono già sono 130mila. Accantoniamo per prudenza 10mila posizioni per i lavoratori in mobilità delle aziende che non hanno ancora risposto al censimento e vediamo che rimangono a disposizione altri 32mila posti già finanziariamente coperti, con i quali l’ottava salvaguardia consentirebbe al governo di concludere definitivamente la questione aperta nel 2011 con la “riforma”Fornero. Un bel risultato a costo zero. La seconda questione è quella relativa all’”opzione donna”: dai primi dati emerge che avevamo ragione quando sostenevamo che il governo, nella legge di bilancio del 2016, aveva sovrastimato le 36mila domande e i 2,5 miliardi stanziati per le donne che scelgono di andare in pensione con 57 o 58 anni di età e 35 di contributi ma accettando un assegno decurtato del 30 per cento. Per questo è giusto che i risparmi che si realizzeranno vengano usati per prolungare la sperimentazione. Le due misure contribuirebbero a svuotare il bacino dei richiedenti l’anticipo pensionistico. A mio avviso l’Ape non va demonizzato. Anche a me lo strumento non convince del tutto. Ma non va confuso con un mutuo: si tratta infatti di un prestito assicurato che, nel caso di premorienza del lavoratore, non prevede alcuna rivalsa sui beni o sui familiari. Detto questo, può essere interessante consentire soprattutto alle categorie più deboli – disoccupati, lavoratori precoci, addetti ai lavori usuranti e invalidi – che il prestito sia compensato al 100 per cento da detrazioni fiscali, quindi a costo zero. Inoltre, nel pacchetto che si sta discutendo non vanno dimenticati la cancellazione dell’adeguamento dell’aspettativa di vita per i lavori usuranti – che verrebbe fissato a 66 anni e 7 mesi – e l’abolizione delle penalizzazioni per chi va in pensione prima dei 62 anni. Infine, ci sono misure per chi in pensione c’è già: l’equiparazione totale della No tax area al lavoro dipendente e l’aumento della 14esima erogata a luglio istituita nel 2007 con due strade possibili: o il raddoppio per chi la prende ora o l’innalzamento della soglia dagli attuali 750 euro mensili fino a 1.000-1.250 euro. Come si può ben comprendere tutte queste aspettative non possono andare deluse: nella legge di Bilancio come minimo andranno stanziati 2 miliardi oltre alle disponibilità ancora esistenti nel Fondo per i lavori usuranti».

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