“Dalla minoranza continui ricatti. Non si può più far finta di niente”, parla Giachetti

Pd
Il candidato sindaco di Roma del centrosinistra, Roberto Giachetti (Pd), durante l'iniziativa "La prima(vera) di Roma", all'Auditorium Antonianum, 15 aprile 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

“Se si sdogana il principio che ognuno può fare come vuole, presto il Pd non esisterà più. Chi fa melina sul Mattarellum sappia che dopo la Consulta cadrà ogni alibi sul voto”

Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera, già sfidante di Virginia Raggi per il Campidoglio, ex Radicale poi renziano di ferro, fresco di lite con tanto di parolaccia con Roberto Speranza dal microfono dell’assemblea nazionale.

Alla fine troverete un modo per stare insieme, maggioranza e minoranza, nel Pd oppure ormai è troppo tardi?

«È esattamente il punto che ho posto in un’assemblea dove sembrava che non fosse successo nulla. Anche se poi è stato oscurato dalla mia battuta e dalle relative polemiche, resta un punto dirimente: fare finta di niente rischia di portare al disfacimento la nostra comunità politica».

Rispetto a che cosa si fa finta di niente?

«Da due anni, e specialmente negli ultimi mesi, il film è che assumiamo delle decisioni negli organi statutari – direzione, gruppi parlamentari, assemblee – sulle scelte da compiere a proposito di scuola, Jobs Act, legge elettorale, riforme, e c’è una parte della minoranza che quando le decisioni sono state prese si sente libera di non seguirle. Al contrario, peraltro, di quando erano loro a guidare il partito».

Non esiste il diritto di dissentire?

«La domanda va girata: come può resistere una comunità democratica se ognuno semplicemente fa quello che vuole? Sull’azione del governo Gentiloni la minoranza ha avvisato che voterà caso per caso, misura per misura. Come se fosse un’altra forza politica che dà l’appoggio esterno. Ma dove siamo finiti?».

Non era meglio, in questa situazione, fare chiarezza attraverso il congresso?

«Matteo Renzi come noto lo voleva, poi ha fatto un passo indietro venendo incontro ai desiderata di moltissimi, non solo nella minoranza. Il segretario fa benissimo a cercare le condizioni per il massimo consenso, ma chiedo anche a lui: quali sono le regole democratiche all’interno del Pd? Non si può ignorare la realtà, che peraltro ci viene sbattuta in faccia ogni giorno».

Significa che l’assemblea non ha sancito una tregua?

«Non mi sembra. Adesso Roberto Speranza ricatta i gruppi parlamentari dicendo che se il governo non toglie i voucher dal Jobs Act loro voteranno la sfiducia al ministro Poletti, che si è già scusato. Ogni giorno ha la sua pena».

Va bene, il suo punto di vista è chiaro. La minoranza però non ha intenzione di andarsene, né Renzi di prendere provvedimenti drastici. Quindi, come se ne esce?

«Ecco un altro ricatto. Se ci fosse un minimo di etica e di moralità politica questo problema non verrebbe scaricato sulla maggioranza. Se la minoranza continua a comportarsi così, che senso ha restare a far parte di una comunità?».

Guardi che è in zona «che fai, mi cacci?»

«Nessuno vuole cacciare nessuno, ma se a livello nazionale si sdogana il principio che ognuno fa quello che vuole, anche oltre l’anarchia, riflettiamo su cosa diventerà il Pd sui territori. Non esisterà più. Si ridurrà a un insieme di circoli che vanno ognuno in una direzione diversa».

Fin qui la diagnosi. Continua a mancare la cura.

«Non ho la soluzione, ma almeno non ignoro il problema».

Bersani ha avvisato che, al di là del caso Poletti, se non si mette mano al Jobs Act loro faranno campagna referendaria contro la legge. Si annuncia un’altra guerra?

«Di nuovo qualcuno che si mette sul piedistallo e decide la materia su cui si può disconoscere una decisione già presa. Bersani dice che non c’è disciplina di partito sui referendum. Ma non c’è più su niente. Hanno organizzato i comitati del No contro una riforma costituzionale che avevano votato in Parlamento e contro il 90% degli elettori del partito, come hanno mostrato i flussi elettorali».

La contrapposizione sul Jobs Act rischia di essere fatale per la tenuta del partito?

«Se non risolviamo questo problema, il Pd salta. I principi di una comunità democratica sono ormai minati. Non perché sia accaduto sulla riforma della Carta, che potrebbe essere l’eccezione, bensì perché ormai c’è una regola teorizzata: esiste sempre una ragione superiore per fare come si vuole. E poi Speranza chiede se c’è ancora spazio per chi ha votato No. Mi viene da ridere».

L’orizzonte del voto a giugno è realistico?

«La proposta del Mattarellum è perfettamente compatibile con il voto a giugno. La legge esiste già, non bisogna inventarsi nulla. Ma poi ci sono i giochetti della politica, la melina di chi non vuole votare, e non sono pochi. Qual è la volontà politica reale dietro le dichiarazioni di facciata?».

Ecco, lei che mastica la politica da tanto, che risposta si dà?

«Io sono per il sistema maggioritario, ma quando arriverà la decisione della corte Costituzionale cadrà l’alibi di chi obietta che non c’è una legge per andare a votare. Quindi, mi auguro che anche chi vuole scherzare si metta al lavoro sul serio per portare a casa il Mattarellum».

Vedi anche

Altri articoli