D’Alimonte: un Pd così lacerato non può durare

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Il politologo: bene il congresso, così decidono i cittadini

Professor Roberto D’Alimonte, con le dimissioni di Renzi dalla segreteria per il Pd si è chiuso un ciclo. Ora quale si apre?

«La decisione di fare il congresso è stata presa, ed è importantissima perché restituisce la parola a iscritti ed elettori. La discussione se tenerlo a marzo o a giugno, per me è di lana caprina. Le assise sono il momento in cui le persone che si riconoscono nel Pd hanno la possibilità di far sentire la propria voce. Quindi, iniziare il percorso congressuale rappresenta un indispensabile atto di chiarezza».

Congresso con quali regole?

«Lo statuto del Pd è molto complicato. Si potrebbe semplificare, ma è difficile che possa accadere in questo momento. Quindi avrà luogo secondo le regole attuali».

Renzi ha detto: vedremo con chi sta il popolo. Chi ha i numeri nel Pd?

«Personalmente non vedo un’alternativa a Renzi con la stessa capacità di prendere voti. Nonostante tutte le critiche che gli si possono fare, nonostante la sconfitta referendaria del 4 dicembre, tutti i sondaggi ci dicono che oggi il Pd raccoglie una percentuale di consensi che pochissimi partiti di sinistra europei ottengono».

I sondaggi non sono infallibili…

«Certo, ma restano un elemento di cui tenere conto. E mostrano che il Pd, insieme alla Spd tedesca, è il maggior partito di sinistra tra le grandi democrazie Ue. Il suo 30% è una stima superiore al Psoe spagnolo, ai laburisti inglesi, ai socialisti francesi e olandesi. Quanto alla Spd tedesca, fino al fenomeno Schulz – che vedremo se si consolida – si attestava intorno al 20% e solo da poco ha raggiunto il Pd. Questo è un punto fermo che va ricordato. Quindi, il catastrofismo che sento in giro non è giustificato».

Quanto di questo 30% è attribuibile a Renzi?

«Il Pd vale circa un terzo degli elettori perché il segretario, con tutti i suoi difetti, si chiama Matteo Renzi».

Chi sarà il suo avversario n. 1?

«Non vedo nessun altro – E miliano, Orlando, Speranza, Bersani – che possa vincere le primarie e raccogliere alle elezioni numeri simili all’attuale Pd. Nessuno. Certo, io mi limito a interpretare i dati. Saranno poi gli elettori a dire se l’ex premier ha ancora la fiducia della maggioranza del popolo che si riconosce nel Pd. Il bello dei congressi e delle primarie è che ci si conta».

Ha seguito la direzione del Pd?

«È stata molto deludente perché si è parlato in maniera astratta dei problemi reali del Paese. La gente vuole proposte concrete, non diatribe su date congressuali o elettorali. Il discorso più pratico l’ho sentito da De Luca…».

La scissione è ormai inevitabile?

«Un Pd così lacerato non può più esistere. Serve una parola definitiva se si tratti di un partito o di due. Ormai i rapporti tra maggioranza e minoranza, tra Renzi e Bersani o Speranza, non rientrano più nelle categorie della politica bensì dell’antropologia. La gente comune ha la percezione che nei confronti di Renzi ci sia un’avversione antropologica, da lui ricambiata in modo più vellutato. Due mondi che non comunicano ».

Se è così, difficile tornare indietro.

«Temo di sì. E mi dispiace perché il Pd è una forza importante, un punto di riferimento italiano ed europeo. Ma non può andare avanti così, con minacce di scissione e continue prove di forza».

Chi è responsabile dello status quo?

«Il punto è che Renzi ha vinto le primarie nel 2013 e ha portato il Pd al 40% alle Europee, anche se poi ha perso un referendum gestito malissimo ma senza nemmeno l’appoggio totale del suo partito. Eppure, da parte della minoranza, non c’è mai stato il riconoscimento della sua leadership. La sensazione diffusa è che continuino a vederlo come un alieno, lui e la sua politica. È un problema di fondo legato alla personalità di Renzi ma anche alla sua visione. Ed è un nodo che va sciolto in modo definitivo».

Se però entra in campo una legge elettorale proporzionale, il 30% del Pd rischia di contare molto meno.

«Non credo ci siano le condizioni per una legge elettorale non proporzionale. Sarei felice se tornassero i collegi uninominali, meglio ancora se a doppio turno, ma non ci credo».

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