Da Trieste a Putignano le idee innovative uniscono l’Italia

Tipi tosti
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Vania e Alessandro hanno aperto una tea room a Putignano dove servono 65 tipi di tè, Federico e Stefano hanno deciso di puntare sullo zafferano

“Tosti? Siamo tostissimi. Quando andavano via gli operai, continuavamo a lavorare da soli fino a mezzanotte. Tutti i giorni, compresi i festivi e le domeniche, per un anno. Da soli. Pochi credevano in noi e nella nostra idea. Alcuni   amici e parenti ci hanno scambiato per folli. Il fior fiore dei professionisti, o presunti tali, che abbiamo cercato di coinvolgere, a metà dell’opera, è scappato. Altri li abbiamo liquidati noi, perché imprecisi e poco puntuali. Eppure eravamo pronti a pagare subito. All’inaugurazione le istituzioni locali ci hanno snobbati. Invidia? Chissà. Ma forse è stato meglio così. Ora possiamo dire che ce l’abbiamo fatta, contando solo sulle nostre forze, capacità e risorse.  Ne siamo fieri”.

sinensis 2E’ così che Alessandro Lopriore (’77) e Vania Leone (’80) raccontano la loro avventura. Un mese fa, a Putignano, in provincia di Bari, hanno aperto Sinensis (parola latina che significa cinese e indica una delle specie di Camellia, la Camellia Sinensis, ossia la pianta del tè), una tea room ( in un palazzo del 1347, ristrutturato nel 1679, sede storica della Cgil locale. Tre sale arredate in stile liberty, dove è possibile comprare e consumare uno dei sessantacinque tipi di tè, provenienti dalla Cina, dallo Sri Lanka, dall’India e dal Sud Africa, che i due fidanzati hanno imparato a conoscere dopo aver fatto un corso per tea sommelier.

Ragioniera, con un passato da promoter finanziaria e per dieci anni dipendente in uno studio di amministrazione condominiale, Vania è stata la prima a reinventarsi e in un settore, quello della ristorazione, per lei completamente nuovo.

“Nel 2013 – racconta – ho mollato un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, stanca delle lamentele e delle frustrazioni che i clienti portavano ogni giorno nello studio. Parlare con loro mi era diventato pesante. Dopo tanti anni, prima come professionista per un istituto di credito, poi come dipendente nello studio dell’amministratore condominiale, ho cominciato a spegnermi. Andavo a lavoro scarica. E, soprattutto, non mi sentivo libera. Ho detto basta, nonostante uno stipendio sicuro. All’inizio volevo creare qualcosa di mio, ma non avevo le idee chiare. Era rimasto chiuso nel mio cuore un piccolo desiderio. Ma, sai, quando ti gira qualcosa nella testa e non sai da dove partire e pensi sia più facile scalare una montagna? Beh, avevo la stessa sensazione. Il progetto era, appunto, una tea room. Ci pensavo da quando avevo sedici anni. A quell’età con mia sorella, Maide, ho fatto un viaggio ad Oxford. Un giorno, per caso, siamo entrate in una sala da tè, immersa in un parco cittadino. C’erano anziane signore a sorseggiare e chiacchierare in piena tranquillità. In quel posto ho provato una sensazione di leggerezza e benessere, che non ho più ritrovato. Ad Oxford, purtroppo, non sono più tornata per vari motivi, ma ho conservato sempre dentro di me l’immagine di quello spazio di serenità, che mi ha aiutata a sopportare gli anni pesanti di lavoro in banca e nello studio”.

Tre anni fa, dopo aver abbandonato il lavoro, Vania ha iniziato ad esplorare il mondo della ristorazione, lavorando nel ristorantino di sua sorella e di suo cognato. 

“Un nuovo rapporto con i clienti, più sereno – dice, sorridendo – e la gratificazione che ti danno cucinare e servire piatti locali. Ho cominciato a seguire corsi e a pensare in modo insistente ad una sala da tè mia e del mio compagno, Alessandro che, con un diploma all’Istituto alberghiero, avrebbe potuto aiutarmi. Abbandonati i numeri e le pressioni dei clienti, cominciavo a riprendere in mano la mia vita e a pensare in modo più rilassato. Alessandro, in quel periodo disoccupato, era entusiasta della mia idea. Così siamo partiti, investendo la mia liquidazione e i risparmi accumulati quando lui faceva l’idraulico. I nostri genitori e alcuni amici, preoccupati, fingevano di assecondarci”.

Una sala da tè a Putignano? Ma come pensate di andare avanti? E chi verrà, visto che qui non c’è l’abitudine di concedersi momenti di relax?  

“Hanno provato in tutti i modi a distrarci dal progetto, pur restando al nostro fianco e aiutandoci ognuno a modo proprio. Per loro lasciare un posto di lavoro sicuro era da stupidi. Ma non ci siamo fatti scoraggiare. Ed eccoci qui, con una scommessa vinta.  Almeno a metà. Sì, perché, è vero, siamo riusciti ad aprire la nostra sala da tè, ma ora dovremo impegnarci perché quella magia, che ho provato io tanti anni fa in Inghilterra, si replichi per tutti quelli che verranno a trovarci.”

“Chi deciderà di farci visita – dice Alessandro – non dovrà avere fretta, ma imparare a coccolarsi e gustare la bellezza dei tempi lenti, perché saremo noi a preparare, servire e dare informazioni sulla bevanda, consigliando quella giusta per ogni momento, da accompagnare, se qualcuno lo vorrà, con uno dei libri che si possono trovare in ciascuna delle tre sale e anche comprare”.

“Se ce la faremo? – chiede Alessandro- Certo, ce la dobbiamo fare. Abbiamo investito tutti i nostri risparmi e il nostro tempo. Deve andare bene. Siamo carichi di entusiasmo. Pensiamo anche di ospitare mostre di foto, quadri e ogni forma di arte, oltre a eventi, come, ad esempio, presentazioni di libri e incontri con gli autori. Tante volte abbiamo pensato di mollare perché, soli, non sapevamo come andare avanti. Ma per fortuna abbiamo sempre trovato il modo per ricominciare. Che non ti sembri una battuta, ma una tazza di tè fermentato, tè wulong o tè giallo, molto raro e per tipi tosti, oltre alla convinzione di avere avuto un’idea originale, ci hanno aiutati. Ma forse, la vera molla è stata la voglia di rivincita nei confronti di chi ci ha sbattuto la porta in faccia, facendoci sentire degli stupidi e degli incompetenti. Chi lo sa, ma poco importa. Abbiamo dimostrato che qui al Sud non tutti aspettano il posto fisso o l’aiuto di qualcuno. Se hai un’idea originale e tanta determinazione, ce la puoi fare”.

E la passione, che i due hanno investito nel loro progetto, la ritrovi anche nel menù dove, a guidarti tra i sessantacinque tipi di tè offerti, ci pensano: Luigi PirandelloMarcel Proust e l’imperatore cinese Shen Nong, padre dell’agricoltura e della medicina, detto anche il coltivatore divino.

Federico Sacchetto, nato nell’86 a Trieste, ragioniere, è l’altro tipo tosto. Con suo fratello, Stefano, nato nel ’91 a Padova, diplomato in elettrotecnica, è stato il primo a provare a coltivare zafferano a Trebaseleghe – una zona in cui il terreno è pesante – ma anche in Albania, la terra della sua compagna.

“Sono quattro anni che lavoro sodo, senza pause – afferma Federico, che lavora in un’azienda di riciclo della plastica in Veneto – Siamo partiti tra il 2011 e il 2012 a Dumre, nei due terreni, uno di quattromila metri, l’altro di mille, di Denisa, la mia ragazza, studentessa di Psicologia a Padova. Due anni di test per cercare il terreno migliore e tante difficoltà burocratiche. E’ stata dura, ma il periodo peggiore è passato”.

In Albania non esistono aziende agricole, così nel 2013 Federico ha registrato la sua attività come una srl. E’ nata la Victus Fed Shpk, specializzata nella coltivazione della pianta erbacea (nome scientifico Crocus Sativus), da cui si estrae la spezia.

“La licenza per iniziare a produrre – racconta – mi è arrivata dopo due anni. Abbiamo comprato in Italia i macchinari perché a Dumre non esistono. E’ stato difficile far conoscere e apprezzare questa spezia, ma l’aspetto piùtosto è stato trovare persone disposte ad imparare come lavorare il terreno e a stare nei campi sino a diciotto ore al giorno.  Nel periodo della raccolta, infatti, ci si alza presto la mattina e in un giorno si staccano a mano circa 40 mila fiori. Il ciclo è lungo perché dalla fioritura del bulbo ad agosto completiamo l’essiccazione solo a novembre. Una faticaccia anche perché manteniamo lo zafferano in filamenti o pistilli senza polverizzarlo. Per questo il prezzo parte da 2.500 euro al chilogrammo per le basse qualità e può arrivare a 20 mila euro”.

L’anno scorso Federico con altre quattordici persone è riuscito a ricavare circa un chilo e settecento grammi di prodotto.

“Ancora poco – ammette –  soprattutto per sbarcare sui mercati internazionali. Il mio obiettivo è arrivare ai dieci chilogrammi e riuscire a stuzzicare l’interesse di qualche grossa azienda di cosmesi. Lo zafferano, che ho imparato ad apprezzare nel 2010 quando mi sono appassionato alla ristorazione, ha varie proprietà benefiche sul sistema immunitario, nervoso, cardiovascolare, riproduttivo, è un afrodisiaco e regola il ciclo mestruale, ma potrebbe essere utilizzato anche per prodotti di bellezza. Se raggiungessi un accordo con una multinazionale, potrei pensare di lasciare il lavoro in Italia e concedermi finalmente una tregua”.

Nel frattempo Federico sta pensando di coinvolgere alcuni detenuti del carcere di Padova nella raccolta del prodotto a Tresabeleghe. Lì, nel suo orto, riesce a produrre circa dieci grammi l’anno di zafferano. Un miracolo in un zona con un terreno pesante e compatto, adatto solo alla produzione di mais e radicchio.

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