Curcio: il Paese dei rischi ha bisogno di prevenzione

Terremoto
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Il capo della Protezione Civile racconta l’emergenza in corso e il lavoro dei soccorritori. Ora inizia la fase dell’assistenza alle popolazioni e dei servizi essenziali. Ma i Paesi saranno ricostruiti dove erano e come erano

“Come mi sento? Sul campo di battaglia. E questa è una battaglia ancora lunga e molto dura. Stiamo entrando ora nella fase più complessa dove devi razionalizzare e strutturare le risposte ai bisogni dei cittadini colpiti, e nessuno di noi si può rilassare, nessuno può abbassare la tensione e bisogna rimanere tutti concentratissimi”. Non è certo la prima emergenza che vede sulla linea del fuoco Fabrizio Curcio, ma è la prima di queste dimensioni che lo vede al vertice di un esercito di pace di professionisti e volontari.

Al comando di quel grande e molto organizzato sistema di protezione civile che coordina forze armate, forze dell’ordine, vigili del fuoco, medici, associazioni e volontari di primo soccorso, e stupisce ancora per efficienza e riceve richieste per formare operatori dal resto del mondo. Dal 3 aprile del 2015, Curcio, 49 anni, ingegnere, papà di tre figli, è al vertice del Dipartimento, nominato da Matteo Renzi per sostituire Franco Gabrielli oggi capo della polizia.

È un soccorritore e un uomo dei soccorsi, ha attraversato tutta la storia recente della protezione civile alla direzione dell’ufficio emergenze nazionali e questa è la passione della sua vita. Sa riconoscere a memoria l’inizio di un incubo, quando c’è davvero da mobilitare tutto intero lo Stato e il volontariato, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Così è accaduto la notte del sisma.

«Era talmente forte quella scossa che ha svegliato mezza Italia. Ognuno di noi ha capito subito che aveva provocato grossi danni. Ho avvertito subito il presidente del consiglio e abbiamo allertato il sistema e da allora non ci fermiamo. Abbiamo la responsabilità di far uscire dall’emer – genza e dalla cruda scena del disastro tanti cittadini colpiti negli affetti e nei loro beni, e anche nei tesori che quelle città e quelle frazioni custodiscono e non possono perdere perché sono le loro identità e tradizioni che appartengono al mondo intero».

Curcio come ci si sente davanti all’orrore?

«Io sono nato vigile del fuoco, so bene che significa arrivare sul posto subito dopo o durante un disastro. Ma tutti i nostri sforzi sono ripagati solo dal sentirsi utili, dal lottare fino all’ultimo, anche stremati, per poter salvare altre vite umane. Ci ripaga sapere che una azione corale può portare, come è accaduto in questi tre giorni, al salvataggio di un numero di persone estratte vive dalle macerie quasi pari a quelle che purtroppo hanno perso la vita. Noi siamo abituati al peggio, a scene di distruzioni totali, ma quando vedi spegnersi la vita, quando estrai un cadavere dalle macerie allora ti chiedi: perché? Servono i soccorsi efficienti, certo che servono, ma a noi italiani serve fare tanta ma tanta prevenzione perché è quella che ci salva, e noi predichiamo prevenzione tutti i santi giorni, anche con l’ultima campagna ‘Io non rischio’. Vedi, io ho ho la fortuna di poter lavorare con una squadra ampia, formata sul campo, molto professionale e collaudata, con uomini dei vari corpi dello Stato e delle istituzioni e del volontariato. Ci siamo fatti le ossa nel tempo, con tanti siamo cresciuti insieme e siamo migliorati man mano nella previsione e nei soccorsi e nei ripristini, affrontando molti problemi, operativi e amministrativi, per gestire sempre meglio le catastrofi, anche le più diverse, e anche all’estero. Siamo oggi attrezzati e, usando un termine militare direi siamo disciplinati per farlo, e ci mettiamo tutti l’anima. E sai perché? Perché sappiamo di vivere in un paese che è un catalogo di rischi naturali, l’Italia è naturalmente vocata ai pericoli di ogni tipo vuoi per la natura geologicamente giovane, vuoi per la lunga catena montuosa, per il reticolo idraulico più grande d’Europa o per i vulcani attivi e anche per come è stato trattato negli ultimi decenni il territorio».

Già, il Paese che non riesce a fare le cose semplici e ordinarie riesce però nelle imprese impossibili e straordinarie. Non è un bel paradosso?

«È questo che va cambiato. Bisogna abituarsi a fare le cose semplici e ordinarie. Io so che l’Italia se vuole può fare tutto. Serve molta prevenzione strutturale ma questa si pianifica e non la inventi in un giorno. Si programma nel tempo facendo una regia complessiva e non puoi fare demagogia. Lo Stato ci sta riuscendo affrontando, ad esempio, una delle nostre emergenze croniche come il dissesto idrogeologico, con questo approccio nuovo. Possiamo farlo anche per la sicurezza sismica, ci sono le condizioni e laddove non esistono si forza e si creano. Il nostro Paese ha vissuto molti di quei passaggi che io chiamo ‘momenti fondativi’ che sono quelli che caratterizzano ogni umana esperienza. Questo terremoto può essere uno spartiacque. Io ricordo, ma lo faremo nel cinquantesimo anniversario a Firenze, che il volontariato e anche l’idea della protezione civile nacquero nel dramma dell’alluvione di Firenze. Ciò che siamo oggi viene da lontano, da quelle immagini del 1966 con gli aspetti positivi e non solo quelli cupi. Da quei volti stanchi, ma sorridenti e con le mani e le gambe nel fango di chi, allora, scelse di mettersi in gioco in prima persona e di dedicare un pezzo della propria vita per lottare e difendere dei beni comuni di importanza mondiale. Erano gli angeli del fango, il seme di quel volontariato che oggi è così esteso e organizzato nella protezione civile, che si è speso poi nelle tante emergenze successive e si spende per aiutare i cittadini ogni giorno. L’ha fatto allora e lo fa oggi con la profonda convinzione di sapere di essere nel luogo giusto e nel momento giusto per difendere gli elementi costitutivi stessi del nostro vivere comune. Con la consapevolezza di rispondere ‘pre s ente!’ alla chiamata della vita. Tanta strada è stata fatta, è una strada segnata dalla crescita costante, anche se non veloce come avremmo voluto, della consapevolezza civica che il territorio in cui viviamo va curato, custodito e difeso ».

Per l’emergenza in corso dicevi inizia la fase più impegnativa. Come pensate di gestirla?

«Il soccorso tecnico urgente è ancora in corso ma ormai è in via di chiusura. Ora inizia la fase importante dell’assistenza alla popolazione e del ripristino delle condizioni ordinarie e faremo in modo che sia il più rapido possibile, a cominciare dagli alloggi che hanno la priorità assoluta perché le temperature scenderanno ulteriormente e non sarà possibile affrontarle con i ricoveri in tenda. Ci confrontiamo continuamente con il presidente Renzi e sappiamo che la priorità che ha dato il governo è di decidere tutte le soluzioni insieme ai sindaci e a chi vive i territori. Tutto quello che programmiamo non vogliamo calarlo dall’alto. L’hanno detto e ripetuto anche il ministro Delrio e il sottosegretario De Vincenti che i paesi saranno ricostruiti com’erano e dov’erano. Su questo i sindaci e i cittadini possono stare tranquilli anche se la fase di ricostruzione comporterà un certo periodo di tempo. Ora bisogna anche pensare a garantire la riapertura delle scuole, i servizi essenziali perché assieme alle case sono collassate le scuole e gli edifici comunali e se i sindaci conoscono per nome tutti i residenti sotto le macerie ci sono archivi, hard disk, database ».

Hai parlato di prevenzione strutturale. Non è che i veri furbi sono a distanza di 9.871 e 10.300 chilometri? Giapponesi e californiani, che insieme a noi condividono la sismicità massima ma al contrario di noi sono molto più al sicuro anche da terremoti importanti? Conoscono a memoria il set di azioni in sequenza per contenere gli stati di panico, cosa fare dopo ogni scossa, dove andare e con il kit sempre pronto. Perché ci troviamo sempre a gestire questi livelli di distruzione sapendo che il rischio sismico esiste? E anche oggi siamo costretti ad occuparci di inchieste aperte per i crolli, di finanziamenti per fasulle ristrutturazioni antisismiche o non utilizzati o spesi male…

«Proprio per questo gap noi abbiamo spinto molto sul versante della prevenzione. Non basta dire che ci sono state difficoltà, anche oggettive, nella spesa che a volte era bloccata dal patto di stabilità, altre volte da problemi di natura diversa o da lentezze. Da questo terremoto dobbiamo uscire con la consapevolezza che la differenza la devono fare, da oggi in poi, non solo gli investimenti e i controlli ma anche l’educazione al rischio del singolo cittadino, la nostra coscienza del rischio, la nostra conoscenza dei pericoli naturali. Sulla prevenzione antisismica di tipo strutturale è stato annunciato dal governo il Piano Italia e questo può davvero sbloccare una condizione di inerzia estesa, ma è un tema culturale che deve entrare nelle nostre teste. La parola prevenzione deve spuntare quando compriamo, affittiamo o ristrutturiamo una casa in area sismica. La valutazione sismica di una abitazione non deve più essere un dettaglio ma l’elemento centrale. Anche il tema delle assicurazioni, che è stato risolto in molto Paesi, se vogliamo, non è solo tecnico ma è anche culturale e di approccio al tema della prevenzione: essere disposti a far valutare da una assicurazione la nostra abitazione da un punto di vista sismico significa anche prendere coscienza di un problema. Non sappiamo quando e dove arriverà la prossima alluvione o il prossimo terremoto, ma la vera arma è l’autopro – tezione, e il comportamento di noi cittadini è fondamentale. Dobbiamo imparare a non stare più lungo gli argini durante una piena o andare nei sottopassi allagati, sapere in quale abitazione viviamo. Insomma, bisogna aumentare tutte le nostre difese, e da parte mia io so che devo essere sempre pronto».

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