Cuperlo: “Si rompe un tabù ma senza chiarezza su modi e tempi”

Legge elettorale
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Il leader di Sinistra Dem: “Per mesi hanno detto che era la legge migliore del mondo, ora questo segnale…”

«Sono sconcertato dal nuovo incidente del ministero della Salute, con le “buone pratiche” di vita raffigurate da giovani belli e biondi e le “cattive”che avrebbero le sembianze di ragazzi di colore o con capigliature rasta. La ministra Lorenzin chieda scusa…». Gianni Cuperlo, leader di Sinistra dem, è indignato dal nuovo scivolone sul fertility day, poco prima del voto a Montecitorio sulla mozione di maggioranza che impegna a modificare l’Italicum. Mozione che non ha votato.

Scusi, ma cosa c’entra il fertility day con la legge elettorale?

« C’entra, perché questo nuovo episodio deve far riflettere su come il governo intende rappresentare e valorizzare la ricchezza umana della società intorno a noi. Fa impressione la distanza fra il Papa ad Assisi che si unisce a tutte le religioni e la pochezza di certi luoghi comuni e trite discriminazioni. Ecco, questa è una cultura che non appartiene al Pd, non credo sia condivisa neppure da Renzi, lo spazio che trova nel governo è giustificato dall’eccezionalità e dal mancato successo delle elezioni del 2013. Ma quella attuale non può diventare la futura maggioranza politica del governo che uscirà dalle elezioni. Il campo del Pd è e deve essere il centrosinistra».

Chi difende l’Italicum sostiene che possa evitare le larghe intese.

«Dentro al Pd c’è chi teorizza delle modifiche all’Italicum attribuendo il premio di maggioranza alla coalizione e non alla lista, secondo me, per consolidare le alleanze con l’Ncd di Alfano o Lorenzin nella prossima legislatura».

C’è chi nella minoranza dem ha bollato la mozione della maggioranza come “aria fritta”, per Bersani è una “polenta”. È d’accordo?

«Non avrei usato certe espressioni così liquidatorie. Per me questa mozione è un segnale. Per onestà politica e intellettuale io vedo una differenza, e giudico come atto positivo che, per la prima volta, l’idea di cambiare l’Italicum non sia un tabù, un totem intoccabile. Per mesi ho chiesto di cambiare una legge che non ho votato, neppure con la fiducia, ho sempre avvertito che è sbagliato, in rapporto alle riforme, un premio di maggioranza smisurato anche rispetto alle raccomandazioni della Consulta sul Porcellum. Per mesi mi hanno detto che era la legge migliore del mondo, ora, per la prima volta, la maggioranza chiama il Parlamento a discutere e a verificare la possibilità a trovare soluzioni diverse. È una novità».

Allora perché non votarla?

«Perché il testo di questa mozione non contiene alcun riferimento ai tempi, alle procedure con cui il Parlamento dovrebbe intervenire. Questo ha reso la mozione un segnale timido e carente e a tre mesi dal referendum le parole non bastano più, contano gli atti».

Tutta la sua componente non ha votato la mozione?

«Non ne faccio una questione di scuderia, né di appartenenza a una corrente. Vorrei che ci fosse la capacità di ascoltare e di cogliere la verità delle ragioni dell’altro, uscendo dai recinti di maggioranza e minoranza, togliendosi l’elmetto dei reciproci eserciti. Non solo riguardo alla legge elettorale, senza questo ascolto non potranno mai esserci delle regole condivise. Da parte nostra proporremo delle iniziative, una discussione nella Direzione Pd, se non una proposta di modifica vera e propria in Parlamento ».

Il Sì al referendum è sempre condizionato al cambiamento dell’Italicum?

«Io da mesi sto lavorando, anche con altri, per ridurre le distanze. Sono preoccupato da un dibattito sulla Costituzione in cui prevalgono i toni muscolari e ultimativi. L’esito del referendum, qualunque sia, non inciderà sui problemi urgenti di questo Paese, dal rapporto con l’Europa alla crescita bloccata. Vedo i rischi di un ennesimo fallimento, dopo trent’anni di tentativi, ma è un dovere di tutta la sinistra cercare un punto di equilibrio fra i poteri. E in questo senso, non potendo cambiare la riforma prima del referendum, si può riequilibrare agendo sulla legge elettorale. Ma servono atti».

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