Cuperlo: “Serve una nuova sinistra sociale e culturale”

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“La sconfitta non è un evento improvviso, per due anni abbiamo perso consensi, alle regionali e nelle città. Un’illusione pensare che la risposta sia la rivincita”

Ma questo Renzi che fa autocritica in forma quasi inaspettata e ripetendola più volte quasi a farne sfoggio, sta segnando davvero l’inizio di un nuovo corso?

«Non vedo un nuovo corso. La domanda vera è quale Italia è uscita dal referendum e cosa debba fare una nuova sinistra. Con meno non si capisce dove siamo. Per questo vedo una rimozione molto rischiosa della sconfitta da parte di tanti».

Comunque erano assai pochi quelli che avrebbero scommesso sulle sue dimissioni. Tutto il fronte del “n o” era convinto che nulla sarebbe cambiato. In questo mi sembra abbia mostrato molto coraggio anche perché, ormai si può dire, non mi sembra che il governo Gentiloni sia un governo semplicemente “fotocopia”e tantomeno passeggero.

«Le urne hanno bocciato la riforma e una classe dirigente. Le dimissioni del premier non assolvono una intera stagione col vizio tutto italico di aspettare che passi il temporale per poi riprendere la stessa andatura di prima. Con la stessa lealtà che ho avuto nella battaglia sul referendum oggi dico che sono allarmato perché non vedo una reazione all’altezza. La sconfitta non è stato un cigno nero, un evento improvviso. Per due anni abbiamo perso consensi, prima alle regionali poi nelle città. Pensare che la risposta sia una rivincita da consumare al più presto temo alimenti un’illusione».

E allora il problema qual è?

«Il problema è che tutto muta a una velocità che impressiona. Trump nega l’Europa per come l’abbiamo intesa. Promuove Putin e allontana Washington da Pechino. Apre la pista a una destra che rovescia categorie classiche in economia e nella cittadinanza. La crisi colpisce la classe media e delegittima la democrazia in tutto l’Occidente. Non mi allarma il populismo, anzi vorrei la smettessimo di usare il termine come passe-partout per liquidare i nostri ritardi. Mi angoscia un nuovo autoritarismo che penetra il disagio e coltiva rancori sociali. Se metti in fila queste cose vedi il bisogno di un nuovo centrosinistra che abbia le parole per dirsi. Una nuova sinistra sociale e culturale che tenga assieme dignità umana e crisi della democrazia perché il passaggio del futuro per noi è qui».

Ma questa nuova sinistra che tu prospetti può nascere dentro o fuori dal Pd? E con che forme di integrazione e quale respiro? E come dovremmo muoverci?

«Guardando la realtà e“parlando si”. Se l’anno scorso avessero votato solo ventenni e trentenni in America non avrebbero vinto Trump o Hillary ma Sanders. A Londra avrebbe prevalso il remain e in Italia Renzi avrebbe perso lo stesso. Non è un mondo che sceglie a capocchia. C’è un filo, un senso che interroga la sinistra e la spinge a osare nel linguaggio e nei principi».

Che tradotto significa…

«Che non basta dire “lotta alla diseguaglianza”, devi mostrare che lo fai per davvero. Un socialista di 75 anni, quanto di meno potabile per la stessa America democratica, ha infiammato i più giovani perché indicava una rottura nel modo di aggredire le cause di quella disparità. Ha detto “b ene redistribuire ma nel segno di una giustizia etica e sociale”. Ha parlato alle coscienze. Alcune soluzioni di Sanders non sono le nostre ma ci serve il coraggio di qualche eresia».

Sull’eresia mi inviti a nozze. Penso sempre che dobbiamo avere il coraggio di mettere al centro della nostra azione pezzi di utopia. Ma tu che esempi mi fai?

«Per esempio ti dico che di fronte a un’economia che ristagna, a una crescita inchiodata alla metà della media dell’eurozona, noi cosa facciamo? Invochiamo ancora un po’ di flessibilità mentre l’Europa pretendeuna manovra di rientro? La risposta è no. Se il fiscal compact è un errore storico quelle regole vanno superate. Punto. E allora riconosciamo che l’obbligo al pareggio di bilancio è stato un errore drammatico e portiamo il deficit al 3 per cento per investire miliardi in protezione, lavoro, messa in sicurezza del Paese».

Ti incolperanno subito di far scattare una procedura d’infrazione.

«Ma cosa è peggio, il cartellino rosso di Bruxelles o la disperazione di milioni di famiglie? Ci serve un ordine diverso delle priorità. Che per noi sono la lotta alla diseguaglianza e la persona al centro dell’economia. Recuperare la progressività nel fisco, chi ha di più paga di più. Investire sulla formazione una somma mai investita finora. Senza questo non si vede l’Italia che abbiamo in mente».

Ma non trovi che nelle ultime posizioni di Renzi ci siano elementi che potrebbero andare verso la direzione che tu auspichi? Almeno all’interno di alcune autocritiche che ha fatto.

«Nella sua intervista c’erano passaggi veri ma mancava lo scarto con una stagione iniziata nel segno della speranza e chiusa con otto ragazzi su dieci che hanno voltato le spalle al governo più giovane della storia. Difronte a un esito del genere non ho capito la scelta di evitare quel congresso che per altro in pochi abbiamo chiesto. Era il modo per ridare dignità a un confronto che rischia di risolversi nel rito peggiore, l’accordo tra correnti e una politica che divorzia ancora di più dai singoli».

Capisco quello che vuoi dire ed è un rischio reale. Anche a me sarebbe piaciuto andare al più presto ad un congresso e in tal senso avevo già dedicato alcune pagine del giornale al dibattito tra militanti. Comunque mi sembra ormai deciso che prima del congresso ci saranno le elezioni. Tu sosterrai Renzi o chi…

«Io ho detto che prima delle urne dobbiamo ricostruire il centrosinistra e volevo un congresso anche per questo. Non so quando si voterà. So che pensare di bastare a noi stessi è un modo per consegnare l’Italia alla destra. La verità amara è che se votassimo domani il Pd da solo rischierebbe seriamente di perdere. Renzi ha dei meriti ma mostra di non credere nel bisogno di unificare, federare, un campo più largo. Io la penso in modo opposto. E per questo credo un dovere lavorare a un’alternativa. Che non può prescindere dal Pd. Ma un Pd che non può essere quello di oggi».

Sì, ma anche la minoranza è divisa. Rossi, Emiliano, Speranza, e adesso il “campo progressista” di Pisapia…

«Io dico che quando tutto cambia devi cambiare anche tu. Con altri ho tenuto le fila di un’associazione, SinistraDem, che ha combattuto sul Jobs act come sulla legge elettorale, sulla buona scuola e sul modo d’essere del partito. A volte anche da soli. Ma dico che la stagione è cambiata anche per noi. Che serve una ripartenza del pensiero, un progetto organizzato nella società, dove mescolare culture e biografie. Che si apra col fuori, con associazioni, con tanti che al referendum hanno votato in modo diverso perché l’errore più grande sarebbe chiudere la sinistra nei perimetri del Sì e del No. Ho parlato per primo di un campo aperto. Vedo personalità candidarsi o pronte a farlo. Ma se ognuno coltiva il suo recinto la sinistra rischia di non essere compresa dal suo popolo».

E quindi cosa proponi?

«Io dico che è finita la stagione dove la formula magica era “Mi candido”e va aperto il tempo del “Noi ci siamo”. Penso che serva una classe dirigente. Vorrei che persone diverse avessero umiltà e ambizione per unire energie che oggi procedono spaiate. Non è facile perché alle spalle abbiamo ve n t ’anni dominati da una cultura che ha spezzato i vincoli della comunità e imposto il dominio di un capo. Renzi è una pagina di quella involuzione. Per riuscirci bisogna ripartire dai nostri principi e poi congiungerli a un progetto condiviso e alle persone che se ne fanno carico. A febbraio a Roma proveremo a ragionare con questo passo e questo spirito».

Per dare vita a una nuova corrente?

«In mezzo a tanti che condannano le correnti di giorno e le riuniscono la sera mi verrebbe voglia di risponderti di sì. Ma ho appena detto che dobbiamo tentare strade nuove che per me vuol dire essere riconoscibili nel confronto all’interno del partito e con chi sta fuori dal PD per le idee, il progetto e la cultura che si scelgono. Penso a luoghi dove si torna a pensare il mondo e a come la sinistra vi ricolloca la sua identità. Ma è possibile che la grande crisi partorisca Trump e noi discutiamodiprimarie?Mi rivolgo a chi si candida nel Pd,a Pisapia, a tanti compagni che hanno votato No, a energie intellettuali più giovani: proviamo a costruire un serio momento di scavo sulla sinistra del XXI secolo. Penso che parleremmo a tanti e tante che da noi si attendono anche questo».

Sai che rischiate di fare tutto questo senza l’Unità, vero?

«Lo so e sarebbe una sconfitta della ragione e non del mercato. Perché questo giornale oltre alla storia che ha può essere uno spazio di ricerca e libertà che altre testate e editori, con tutto il loro pedigree, non possiedono. Ti stai battendo e non da solo ma dovremmo pigliare tutti coraggio e immaginare una formula nuova. Un giornale dei lettori. Che vuol dire anche cercare quella pluralità di letture, punti di vista, conflitti che rende un giornale vivo. Perché tu sai meglio di me che il quotidiano fondato da Gramsci non può essere il megafono di una voce sola. Faccio io una domanda, ma secondo te ci sono ventimila compagni in Italia pronti a sostenere un giornale pensato così? Magari se glielo chiediamo ci stupiremo della risposta».

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