Cuperlo: “La sinistra divisa perde sempre. Facciamo presto il congresso”

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Il leader di sinistra dem: “Sento parlare di carte bollate e Statuti, ma ragioniamo sulla sconfitta. Non si può volere la rivincita correndo nella stessa direzione”

«Sento parlare di carte bollate e Statuti da rispettare. Io dico che dovremmo tutti alzare lo sguardo e capire che non si può tornare alle urne senza un disegno credibile per i bisogni di questo Paese». Gianni Cuperlo, leader della Sinistra Dem, insiste sulla necessità di una discussione profonda nel Pd che, secondo il deputato, non è stata ancora fatta dopo la sconfitta referendaria.

È necessario anticipare il congresso prima del voto, come aveva proposto lei e ora chiede Emiliano? Secondo lo Statuto è fissato a dicembre del 2017, ma ieri Orfini ha detto che si può svolgere solo sei mesi prima, a giugno. Un passaggio indispensabile?

«Il congresso va fatto non perché lo Statuto lo imponga o lo vieti. So bene che la scadenza è a fine anno ma di fronte alla enormità di quanto è accaduto, davanti a una sconfitta che non ha prodotto alcuna vera analisi sulla bocciatura di una stagione e di una classe dirigente e davanti a un mondo che cambia con una rapidità impressionante, come si fa a non ragionare e a invocare solo una rivincita da ottenere correndo nella stessa direzione? Sento parlare di carte bollate e statuti da rispettare. Io dico che dovremmo tutti alzare lo sguardo e capire che non si può tornare alle urne senza un disegno credibile per i bisogni di questo paese. Credo sarebbe anche il solo modo per rispettare i nostri elettori, gli iscritti, quelli che nonostante tutto aprono i circoli e non pensano che il solo compito per loro sia montare i gazebo».

Al congresso Pd, quando sarà, corrono per la segreteria anche Speranza, Emiliano e Rossi. Lei potrebbe sostenere il candidato dell’area bersaniana anche per separare la figura del segretario da quella di candidato premier?

«Vedo candidature già in campo e altre si aggiungeranno. Il tutto senza che il congresso sia stato ancora indetto. In sincerità penso che a noi servano due cose. Unire la sinistra perché sette sentieri non fanno una strada e archiviare il primato della formula “Io mi candido” sostituendola col meno solitario “Noi ci siamo”. Al Pd serve un segretario che quel mestiere lo faccia davvero ma serve soprattutto una classe dirigente capace di generosità e visione».

Renzi vuole andare al voto prima della fine della legislatura, almeno a giugno. Pensa sia un’accelerazione rischiosa?

«Andare al voto con le leggi uscite dalla Consulta vuol dire con ogni probabilità consegnare l’Italia a un nuovo governo di larghe intese. Sarebbe il quinto della serie e non potrebbe aggredire le radici dei nostri ritardi. Il punto, insisto, è con quale progetto, con quali priorità e novità ci presentiamo davanti al Paese. Non da oggi sono convinto che la stagione della divisione va archiviata. Per uscire dalla crisi peggiore della nostra vita serve unire il nostro campo e tenere assieme una comunità che la recessione ha ferito sul piano sociale e dei diritti. La strategia di bonus e decontribuzioni a pioggia ha dato frutti all’inizio ma si è rivelata inadeguata di fronte alla portata degli eventi. Vogliamo insistere fingendo che il referendum sia stato uno spiacevole incidente o proviamo a ricucire, rammendare, una tela che si è strappata e che ci chiede il coraggio e l’ambizione di parlare un linguaggio diverso?».

Pensa che in Parlamento si possa trovare un accordo sulla legge elettorale? La proposta che lei presenterà è diversa dal Matterellum da cui partirà il Pd per il confronto con le altre forze?

«Io dico: diamo al Parlamento la parola su una legge che tenga assieme la rappresentanza con una ragionevole prospettiva di governabilità. Se c’è la volontà lo si può fare, presto e bene. Penso a un sistema di collegi uninominali con un riparto proporzionale dei seggi e un premio di governabilità fisso da assegnare alla prima lista. È una base che si può discutere ma va nella direzione che milioni di elettori hanno indicato».

Massimo D’Alema sta organizzando il terreno per una scissione. È un progetto a cui lei potrebbe aderire, se Renzi non mostrasse aperture alla minoranza?

«D’Alema ha condotto una battaglia e l’ha vinta. Ora lancia un movimento e deciderà lui quale sarà l’approdo. Io so che quando la sinistra si spezza in due o più tronconi non si risveglia più forte e con un consenso più ampio. Casomai succede l’opposto. Leggo che Benoît Hamon, la nuova guida dei socialisti francesi, parla del bisogno di un fronte progressista che tenga assieme forze, movimenti, culture, dopo la sconfitta di una sinistra che ha detto troppi Sì alle ricette dei nostri avversari. Penso sia un ammonimento anche per noi. Un fronte però, non tre o quattro».

Ottenere il 40% sembra un miraggio. Quali sono i confini delle possibili alleanze per il Pd? A sinistra con il movimento di Pisapia, ma al centro che guarda a destra c’è ancora spazio per un’intesa con Alfano?

«No, Alfano è parte di un centrodestra che cerca di riorganizzarsi. Noi siamo impegnati a ricostruire un centrosinistra di governo sulla base di principi e valori alternativi alla destra. Con meno di questo temo che non troveremo un popolo disposto a seguirci».

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