Cuperlo: “D’Alema sbaglia: un conto è dare battaglia, altro dare per perso il Pd”

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Gianni Cuperlo

Intervista a Gianni Cuperlo: “Ma il premier dica quello che vuole fare. Dica se vuole ricucire ciò che ha strappato”

Gianni Cuperlo, domani Massimo D’Alema lancia i comitati del centrosinistra per il No. La convince questa iniziativa?

Ci saranno amici, compagni. Non ho solo rispetto ma un ascolto attento. Vede sulla Costituzione il governo ha sbagliato due volte. Prima entrando a gamba tesa in una materia di competenza del Parlamento e poi caricando il referendum di un significato che non doveva avere. Ora il premier cerca un riparo ma troppa acqua è passata sotto i ponti. A mio avviso la riforma non è una svolta autoritaria ma un’occasione mancata. Ha aspetti positivi e diversi punti mal risolti. Tuttavia quel voto non consente vie di mezzo e dovrebbe semmai spingere ad allargare il consenso. Invece finora si è fatto l’opposto, denigrare chi muoveva obiezioni, arruolare i partigiani “veri” fino a ridurre la scrittura della Costituzione al taglio di costi e poltrone. L’insieme di queste parole ha offeso tanti e il voto nelle città ha sancito una distanza che certo è anche lo sbocco di un disagio sociale.

Secondo Roberto Giachetti, D’Alema vuole abbattere Renzi e il governo. È questa la vera battaglia politica in corso nel Pd?

La maggioranza del Pd è per il Sì con personalità convinte della bontà della riforma o preoccupate di una sua bocciatura. Ma sono molti anche quelli che fuori e dentro il Pd hanno deciso di votare No con argomenti di merito. È questa pluralità a rendere fragili due posizioni. Quella di chi vede nel No il perimetro della sinistra e quella di chi punta al Sì per riconquistare la forza perduta alle ultime elezioni.

E quindi?

Quindi dico che non è a rischio l’unità del Pd ma il Pd e su questo la maggioranza ha responsabilità gravi. Due sulle altre. Avere scambiato le primarie per il battesimo di un potere senza mediazioni e avere cancellato una classe dirigente solidale nella sua pluralità. Il risultato è spesso un partito appaltato a correnti con trasformismi e meriti sacrificati. Detto ciò non mi convince trasformare il giudizio sulla riforma in un affondo contro il governo e il premier. Perché una cosa è dissentire e contrastare scelte rilevanti come è capitato anche a me, altra è dare per irrecuperabile a idee e valori della sinistra il tuo partito.

Renzi parlando a Hangzhou, in Cina, ha detto che stabilità e riforme sono un tema cruciale per il nostro Paese. In vista della legge di stabilità e della campagna referendaria, ci sono correzioni di rotta da fare?

A parte i temi del mondo e dell’economia, da mesi ho indicato una serie di proposte per ridurre le distanze. Chiarire chi eleggerà i senatori, impegnarsi a togliere loro l’immunità, definire le garanzie per le opposizioni, incardinare le norme sul referendum, accorpare le Regioni superando alcune specialità. E cambiare la legge elettorale che con la riforma si combina perché incide su forma e principi della rappresentanza.

Cosa chiede al segretario del suo partito per votare Sì?

Il premier dica adesso, nel passaggio decisivo, cosa pensa. A Catania potrà farlo nel modo più autorevole. Spieghi se vuole ricucire quel che ha strappato. La rottura del Pd mi addolora ma come sempre chi ha il potere più grande ha anche la più grande responsabilità. Quella rottura io non l’ho mai auspicata ma se dovesse consumarsi sarebbe figlia della debolezza di chi regge il timone.

Renzi dice che questo Paese deve smetterla di piangersi addosso. L’op – posizione lo accusa di raccontare un’Italia che non c’è. Lei, invece, come la pensa?

Stiamo ai fatti. Alle spalle abbiamo le due recessioni peggiori del dopoguerra e i numeri purtroppo dicono che non c’è alcuna ripresa consolidata. Anche così si spiega il distacco verso un governo che alle promesse non è riuscito a dar seguito con un cambiamento sufficiente. Questo al netto delle cose buone: emergenza migranti e la battaglia in Europa in primo luogo. E poi, unioni civili, l’azione di contrasto alla povertà fino alla reazione al terremoto. Ma ora serve una svolta. Un tagliando serio nella politica economica, nel rapporto con le forze sociali e i movimenti. Serve una rigenerazione del partito e una diversa selezione della classe dirigente. Pensare che la riforma del bicameralismo o il taglio di una cinquantina di milioni all’anno sui costi del Senato risolvano da soli questi problemi è un’illusione.

E quale sarebbe la ricetta alternativa?

Se il traguardo è uscire dalla stagnazione e ridare ossigeno ai redditi più bassi servono un piano di investimenti pubblici, dopo otto anni di riduzioni, e un incremento di salari e pensioni. Bisogna passare dalla logica dell’emergenza fondata sui bonus a politiche per l’inclusione e la cittadinanza. Meno fertility day e più fondi per asili nido e lavoro alle donne. Sulla fiscalità ripartire dalla Costituzione, chi ha di più paga di più a cominciare dalla casa di proprietà mentre estirpare evasione e corruzione è la leva che può liberare risorse enormi. Dopo Amatrice una strategia pluriennale per mettere in sicurezza il paese diventa un imperativo morale che a Bruxelles nessuna burocrazia può permettersi di negare. E infine completare la riforma della giustizia civile e defiscalizzare gli investimenti produttivi con un iper ammortamento per i beni dell’industria 4.0. Sulla legge di bilancio il governo ha annunciato molti impegni ma bisogna scegliere le priorità ed è giusto partire dai 5 milioni di italiani che vivono in condizioni di povertà e da chi è senza lavoro.

Peccato che l’Europa ci ponga regole stringenti.

L’Europa è davanti a un bivio. La gestione fallimentare della crisi ha prodotto il divorzio di popoli interi dal processo di integrazione. L’avanzare della destra parla di questo. Il problema è che un conflitto prolungato tra gli spazi della rappresentanza, dove si vota, e gli spazi di policy, dove si decide, conduce a conseguenze tragiche. È pazzesco che a partire dalla sinistra si sottovaluti la portata di una democrazia più fragile come conseguenza di una sciagurata austerità. La verità è che l’Europa della moneta senza integrazione sociale non può sopravvivere. Ma questa Europa ha smarrito l’anima con milioni di persone ferite dalla recessione nella loro dignità. Ricostruire quel legame è oggi il compito di una nuova sinistra. E allora la prova non è smussare gli spigoli di un fiscal compact che è già fallito. Il compito è ripensare economia, welfare, cittadinanza, i diritti della persona. Mi batterò perché tutto questo, i grandi principi di eguaglianza e libertà, siano il centro del prossimo congresso.

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