“Costruivo robot. Ora mi appassiona ascoltare le persone”. Parla Piera Levi Montalcini

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Intervista a Piera Levi Montalcini, nipote di Rita e candidata come capolista del Pd a Roma

Una donna. Un ingegnere elettronico. Una che fino al 1995 dirigeva ed era titolare di un’azienda che si occupava, tra le altre cose, di robot antropomorfi. Dottoressa Levi Montalcini, bisogna essere un ingegnere elettronico per accettare la sfida di salire il Campidoglio e fare il consigliere comunale a Roma?

«Credo più semplicemente che soprattutto in politica, nella gestione della cosa pubblica e di una comunità di persone, sia indispensabile capire come funzionano e non funzionano le cose per poi proporre le soluzioni. Diciamo che un approccio ai fenomeni da ingegnere elettronico può aiutare».

Lei ha lavorato per anni al fianco di sua zia, la senatrice a vita e premio Nobel Rita Levi Montalcini. La passione per la politica nasce da quegli anni?
«Zia Rita mi chiamò nel ’95 per occuparmi della Fondazione. Per me si trattava di passare dalla gestione di un’azienda profit ad una no profit. Zia era ancora lontana dall’idea di diventare senatrice a vita. Da lei ho certamente preso la voglia di comprendere i fenomeni e il piacere di risolverli. La politica vera, come amministratrice, arriva per caso a fine anni Novanta quando divento vicesindaco di Ferrere, paesino dell’astigiano dove era stato sindaco e podestà il fratello di nonna Montalcini. Un’esperienza molto positiva».

Roma non è quindi la prima volta.
«Sono stata capolista nella prima giunta Chiamparino nel 2001 e poi ancora nel secondo Chiamparino quando sono stata presidente della Commissione urbanistica. Sono stata eletta in comune anche una terza volta con la lista dei Moderati di Portas. Direi che ho una buona esperienza di amministratrice. Certo, Roma è la capitale. Roma è Roma». Soprattutto un sacco di guai. «Ecco, i romani sono convinti che la loro città sia in condizioni assai peggiori rispetto alle altre. Una cosa che vado ripetendo quando incontro le persone è che i problemi sono sempre gli stessi solo che vanno moltiplicati per dieci, venti volte. Per le dimensioni di una metropoli. Poi però è inutile lamentarsi che la città e sporca e continuare a gettare le carte in terra».

Non è una consolazione. Quale sarà il suo approccio al disastro di Roma?
«Io immagino l’incarico del consigliere comunale come una sorta di porta a porta presso le varie comunità, scuole, condomini, associazioni e comitati di strada o di categorie nei vari municipi. Solo chi vive nei posti conosce i problemi. Spesso ne conosce anche la soluzione. Bisogna ascoltare di più i cittadini».

Durante la campagna elettorale ha percepito il sentimento dell’antipolitica e delle forze antisistema?
«Mi è capitato una volta sola. Per il resto ho trovato persone avvilite, demoralizzate ma che vogliono provarci di nuovo. E chiedono di essere coinvolti e resi partecipi delle decisioni. È questa speranza e passione che dobbiamo assolutamente intercettare».

Tutto molto bello. Ma quali garanzie crede di poter dare ai cittadini?
«Quello della logica e della buona volontà. Capire i problemi grazie agli stessi cittadini; proporre le soluzioni e condividerle a livello di giunta e di maggioranza e opposizione. Non esistono ricette diverse. Esiste un approccio dal basso, razionale, logico e conseguente. A Torino a un certo punto scopro che il permesso stradale di portatore di handicap prevedeva ben due visite specialistiche. Immaginate i costi. E cosa passava da quelle due viste. L’ho fatto ridurre ad un solo esame, molto rigoroso ».

Impegno e passione sono indispensabili per fare politica?
«È indispensabile crederci. Altrimenti non farei il consigliere comunale. Giro l’Italia per intitolare le scuole a zia Rita. Arrivo a volte in posti incredibili, che sembrano persi e abbandonati dallo Stato. In realtà trovo persone che lavorano e ci mettono l’anima. Andrebbero coinvolte ed ascoltate».

Nella sua scelta la passione è stata fo ndamentale?
«Può sembrare un non sense ma la passione è decisiva proprio quando ci si occupa di tecnologie e meccanismi complessi. Nel libro, da cui è tratto il film sulla zia. “Elogio dell’imperfezione” si spiega come solo le cose imperfette, in quanto perfettibili, stimolano le persone a cercare di migliorarle ».

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