Costituzione insegnata agli imam

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Intervista a Nicola Fiorita, che insegna diritto ecclesiastico all’università di Cosenza

Islam e Stato Italiano: una relazione complessa, di cui si tende a parlare solo in occasione di fatti di cronaca estremi. Un piccolo progetto di formazione, rivolto a tutte le comunità religiose presenti nel nostro paese, può forse proporre un modello su cui disegnare le future convivenze.

Ne parliamo con Nicola Fiorita, che insegna diritto ecclesiastico all’università di Cosenza, la quale ha vinto, insieme ad altre cinque università italiane (Bari, Salerno, Bologna, Firenze e Pisa) un bando creato dal Ministero degli Affari Interni per la realizzazione di un «servizio di formazione degli esponenti delle comunità religiose presenti in Italia che non hanno stipulato intese con lo Stato».

Cominciamo da qui: quali e quante sono le comunità religiose che non hanno fatto intese con lo Stato e perché non lo hanno ancora fatto?

«In Italia ci sono tantissime comunità religiose. Alcune hanno firmato intese con lo Stato, come fossero piccoli Concordati (cioè come quello che lo Stato Italiano ha firmato con la comunità religiosa più numerosa, quella dei Cattolici), mentre con molte altre questo non è ancora successo. Così è, ad esempio, per la comunità islamica, anche se si calcola che in Italia risiedano circa 1,7 milioni di islamici (in parte italiani e in parte sono immigrati). I motivi della mancanza di un’intesa sono i più diversi, ma il più importante è che questi accordi richiedono molto tempo, molto lavoro e una ferma volontà da parte dello Stato. Il nostro Paese, rispetto all’Islam, tende a cambiare strategia ogni volta che cambia il vertice del Ministero degli Interni e questo non aiuta».

Il bando di cui stiamo parlando, è stato varato da Alfano, ma il lavoro sarà realizzato con Minniti. Questo creerà difficoltà?

«Direi di no. Questo è un piccolo progetto che però si incanala nella consapevolezza che occorre investire sulla libertà e sulla partecipazione se si vuole più sicurezza».

Cosa vuol dire formare gli Imam?

«I leader, i personaggi più influenti delle comunità religiose sono molto importanti. Non solo nell’Islam, ma in tutte le confessioni. Sono persone autorevoli, di cui la comunità si fida. Sono persone che i fedeli incontrano spesso, alle quali si rivolgono per un consiglio, di cui ascoltano le riflessioni, che indirizzano i comportamenti. Le persone islamiche che abitano in Italia sono spesso –come in tutte le confessioni, ancora – persone che non hanno il tempo, la cultura o l’energia da dedicare alle questioni religiose e a come queste si debbano incrociare le normative di un paese che non ha la loro stessa cultura religiosa, e dunque si affidano ai consigli degli Imam, che diventano i rappresentanti delle comunità al di là delle questioni religiose, anche per quelle sociali, per esempio. Un Imam che conosca bene l’italiano, che conosca i diritti e i doveri di chi risiede in Italia, che comprenda le questioni istituzionali, i valori della nostra Costituzione, che possa leggere i giornali, che abbia atteggiamenti aperti, porta alla costruzione di una comunità islamica partecipe, informata, consapevole e moderata. Ovviamente vale anche il contrario: se una comunità è guidata da un Imam radicale, che vive isolato dal contesto italiano e che si sente quasi in trincea, la comunità si radicalizzerà».

Quindi bisogna selezionare gli Imam?

«No! Assolutamente. Non avrebbe senso. Il paese ospitante non può scegliersi gli Imam, anche perché se lo Stato intervenisse sulla scelta degli Imam, violerebbe il principio di laicità intaccando contemporaneamente la loro autorevolezza, mentre invece è importantissimo che gli Imam siano autorevoli e benvoluti nelle loro comunità».

E allora in cosa consiste questa formazione?

«L’obiettivo del progetto non è formare i leader religiosi in quanto tali, ma formarli in quanto cittadini italiani. È importante ricordare che il bando, il corso, non si rivolge specificamente agli islamici, ma a tutte le comunità religiose presenti nel paese. Non è di religione che si parlerà, ma di cittadinanza. Anche se naturalmente non avrebbe senso non riconoscere che in questo momento l’attenzione all’Islam è la più alta. Intravedo negli ultimi tempi una strategia governativa un po’ più accorta. Dopo la strage di Parigi il ministro della giustizia Orlando evidenziò come le carceri rappresentino uno dei luoghi della radicalizzazione dell’Islam e ragionò su come contrastare questa radicalizzazione: la sua conclusione fu che occorreva rispondere con maggiori diritti e maggiore libertà, non solo con maggiore sicurezza. Occorreva far entrare in carcere degli Imam che fossero anche cittadini consapevoli e partecipi, e che potessero raccontare il vero Islam invece di alimentare i contrasti con la cultura italiana. Ci fu poi un accordo con l’Ucoii per far andare gli Imam a far lezione ai detenuti. E poco dopo è uscito il bando al quale noi abbiamo risposto, che va nella stessa direzione: contrastare il radicalismo islamico, prevenirlo anzi, costruendo innanzitutto relazioni tra gli Imam e le istituzioni italiane ».

Anche relazioni tra le diverse comunità, inclusa quella “di casa”?

«Certo. Perché se io ti faccio 10 ore di diritto costituzionale, quelle lezioni non sono l’unica cosa che succede. Queste persone si incontrano, partecipano a seminari, si conoscono tra Islamici di luoghi diversi del paese e con altre persone provenienti da altre confessioni e da diversi paesi: non si intende separare la politica che si rivolge all’Islam dal resto della politica ecclesiastica italiana».

Quali sono i numeri di questo corso?

«È una sperimentazione, un progetto pilota: 30 posti e 92 mila euro stanziati dall’Unione Europea nell’ambito delle politiche per l’integrazione e affidati al Ministero dell’Interno come fondi vincolati, il che significa che si devono usare per queste attività, altrimenti si restituiscono. I fondi andranno in parte per i compensi dei docenti e in parte per coprire le spese di logistica».

Dove si terrà il corso e in quale periodo?

«A Ravenna, presso la sede della Fondazione Flaminia, che è capofila del progetto. Dovremmo iniziare a febbraio e terminare entro giugno».

Come verranno selezionati i partecipanti?

«Ragioneremo con le associazioni perché mandino i loro rappresentanti. Per le comunità islamiche ci metteremo in relazione sia con le associazioni già più vicine alle istituzioni sia con quelle che finora sono rimaste ai margini».

Sarà un corso “per soli uomini”?

«No, intanto perché i 19 docenti coinvolti sono sia uomini che donne. Inoltre la direttrice del corso è la prof.ssa Federica Botti, quindi la linea gerarchica, che riguarda docenti e allievi, vede all’apice una donna. E poi perché nei criteri del bando non c’è riferimento di genere: le persone che possono accedere al corso devono essere cittadini extracomunitari, residenti in Italia da almeno 5 anni e devono essere individuate da una commissione religiosa interna alla loro comunità».

Quali saranno le discipline insegnate?

«Sono prevalentemente discipline giuridiche e i moduli di insegnamento riguarderanno il diritto costituzionale, la libertà religiosa, le competenze dei luoghi di culto, l’integrazione. Ci sarà ovviamente anche un focus sull’Islam. Ma l’elemento importante, dal punto di vista scientifico e metodologico è che ogni lezione vedrà la presenza contemporanea di tre docenti, ad esempio uno storico, un sociologo e un professore di diritto ecclesiastico, in una lezione dialogante, tra i docenti e con gli astanti, per evitare i momenti di “indottrinamento” e realizzando una didattica partecipata».

Ora la domanda chiave. Il vantaggio per le istituzioni italiane è chiaro, se migliora il grado di consapevolezza democratica di queste comunità, ne beneficia tutto il paese. Ma per quale motivo, i leader spirituali delle comunità religiose italiane dovrebbero frequentare questo corso? qual è il vantaggio per loro?

«Noi abbiamo un sistema molto penalizzante per i ministri di culto delle confessioni senza intesa, perché il Ministero degli Interni può approvare solo i ministri di culto delle comunità religiose che un’intesa ce l’hanno. L’Islam non ha un’intesa, non ha ministri di culto approvati, non ha veri luoghi di culto. Ci sono circa 700 moschee in Italia, ma non sono luoghi nati per essere deputati al culto, a volte sono case, garage, scantinati, e ognuna ha un Imam. Ci sono cose che gli Imam non possono fare (andare a trovare un malato in ospedale nell’esercizio delle loro funzioni e non in forma privata, per dirne una). Facendo questo corso loro non vengono ufficialmente certificati, ma la partecipazione al corso sarà già un passo in quella direzione. Perché questo è un corso che rilascerà un attestato di partecipazione. Quindi loro potranno avvalersi del fatto che il Ministero, nel momento in cui li ha ammessi a un corso per ministri di culto, li ha in qualche modo riconosciuti per la prima volta. Non è una piccola cosa. È l’istituzionalizzazione della loro relazione con lo Stato».

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