“Così io e Marianna firmeremo i contratti”. Parla Serena Sorrentino (Fp-Cgil)

Lavoro
Serena Sorrentino, segretario Fp Cgil
ANSA / GIORGIO ONORATI

La neosegretaria della Fp Cgil: “Conosco la Madia, siamo coetanee. Se alle dichiarazioni seguiranno i fatti rinnoveremo il settore pubblico fermo da ben 7 anni. Ma servono più risorse”

Prova vivente del rinnovamento del sindacato, la sua elezione è stata salutata con un tweet direttamente dal ministro Marianna Madia: “Congratulazioni a @sorrentinoser nuova segretaria generale @FpCgilNazionale sarà un confronto aperto e stimolante”. Mercoledì Serena Sorrentino, 37enne napoletana, è stata eletta segretario generale della Funzione pubblica (Fp) della Cgil. Si tratta della più giovane sindacalista a guidare una federazione delicata e importante come quella dei pubblici, incarico arrivato dopo quello di segretario confederale ricoperto dal giugno 2010.

Sorrentino, col ministro Marianna Madia – 36 anni a settembre – siete praticamente coetanee. E, se non sbaglio, vi conoscete già.

Sì, ci siamo incontrate molte volte. Sia nel suo ruolo precedente di parlamentare del Pd (nel 2011 il ministro Madia scrisse un libro dal titolo “Precari. Storie di un’Italia che lavora” con prefazione di Susanna Camusso, ndr) che come ministro in quanto io avevo la delega confederale alla contrattazione pubblica. La nostra è una conoscenza istituzionale, non a livello personale. Detto questo il suo tweet di benvenuto mi ha fatto molto piacere e le ho risposto subito che aspetto che apra il confronto.

Vi troverete una di fronte all’altra a trattare il rinnovo dei contratti pubblici. Pensa che l’affinità generazionale potrà aiutare a trovare un accordo? Si può dire che in qualche modo parlate un linguaggio nuovo entrambe.

Non lo so. Anche il nostro linguaggio dipende dal percorso di formazione: lei politica, io sindacale. In questo momento ciò che accadrà è nelle mani del ministro: è lei che ha aperto alla ricontrattualizzazione dei contratti pubblici. Noi abbiamo apprezzato le aperture, alcune dichiarazioni condivisibili altre ci vedono in netto disaccordo ma verificheremo i fatti.

Iniziamo quindi dall’ultima dichiarazione del ministro Madia: “Gli aumenti contrattuali dei dipendenti pubblici andranno ai redditi più bassi”. Concorda?

Se significa tenere fuori dagli aumenti salariali i dirigenti e capi dipartimento siamo anche d’accordo. Si tratta di stipendi molto alti che di certo non hanno risentito – se non marginalmente – del blocco contrattuale di 7 anni. Dopo di che il problema vero è come –e se –verranno contrattati gli aumenti salariali sulla stragrande maggioranza dei dipendenti pubblici. Visto che c’è ancora il rischio che il governo decida i criteri con un decreto senza nemmeno confrontarsi con i sindacati.

L’altro grande problema è quello delle risorse: la legge di stabilità ha stanziati solo 300 milioni. Una vostra stima sostiene che si tramuterebbero in soli 5 euro al mese per ogni dipendente.

Sì, è così. Questo è il problema più grande. Trecento milioni sono pochissimi. Soprattutto se rapportati ai 16 miliardi spesi in decontribuzione regalati alle imprese col Jobs act con effetti limitati sui posti di lavoro che sono sotto gli occhi di tutti. Si tratta di una cifra simbolica appostata per evitare di incorrere in un nuovo giudizio dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha obbligato il governo a rinnovare i contratti pubblici dopo 7 anni. In più dobbiamo ricordare che le risorse che noi chiediamo per i contratti servono certamente per aumentare i salari, ma servono anche alla formazione, alla contrattazione decentrata che aiuta a migliorare i servizi ai cittadini che la Pa deve erogare. Stanziare così poche risorse significa non voler migliorare i servizi ai cittadini.

Il blocco contrattuale si spiegava informalmente così: nella crisi i lavoratori privati rischiano il posto, i pubblici no. Quindi per loro è giusto non avere aumenti…

Ma non è così. È falso sia che i dipendenti pubblici siano ipergarantiti e che – ancor di più – guadagnino più di altri: il Conto annuale appena reso pubblico certifica che i redditi medi dei dipendenti pubblici sono molto bassi.

Risorse a parte; cosa si aspetta dunque dal ministro Madia per arrivare al rinnovo dei contratti?

Che si abbandoni l’ottica punitiva rispetto ai lavoratori pubblici e l’unilateralità delle decisioni dei dirigenti. Il ministro dovrà presentare l’atto di indirizzo all’Aran sul rinnovo dei contratti: deve prevedere, secondo noi, che la contrattazione sia liberata dai vincoli della legge brunetta e non si limiti alla parte normativa ma si contratti anche la parte economica: non accetteremo che ancora una volta gli aumenti siano decisi senza confronto.

La riforma Brunetta prevede la divisione dei dipendenti in tre fasce rispetto al merito: un 25 per cento che sarà premiato, un 50 per cento senza infamia e senza lode e un 25 per cento che verrà penalizzato.

Noi siamo subito stati contrari. E il motivo principale è che in questo modo non si incentiva assolutamente l’impegno o il merito. È invece un metodo di una rigidità assoluta che mette tutto nella disponibilità del dirigente.

Vi aspettate una convocazione a breve?

Il ministro ha dichiarato che dopo che avrà portato in Consiglio di ministri l’accordo quadro che abbiamo firmato sul riordino dei comparti (ridotti da 12 a soli 4, ndr) ci convocherà. Ci auguriamo lo faccia a breve.

La sentenza della Corte di Cassazione sulla non applicazione della riforma Fornero sull’articolo 18 per i dipendenti pubblici cambierà qualcosa?

Era scritto in legge l’esclusione del lavoro pubblico. Dopo di che se lo chiede alla Cgil la nostra risposta sta nella Carta dei Diritti, una sola disciplina che valga per tutti: se un licenziamento è illegittimo il lavoratore va reintegrato, se accetta, liberamente, l’indennizzo questo deve essere di entità tale da avere funzione di deterrenza.

Chiudiamo con il capitolo Cgil. Lei viene definita come “la delfina di Susanna Camusso”. Le fa piacere o la infastidisce?

Cosa vuole che le dica? Il delfino almeno è un mammifero intelligente.

La definizione porterebbe alla conseguenza che lei sarà il prossimo segretario generale della Cgil…

Sono stata chiamata a dirigere i dipendenti pubblici. Spero di poterlo fare e di raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati – rinnovo dei contratti e allargamento dei diritti – portando a termine il mio mandato, quindi direi che ho un’altra prospettiva e la categoria mi piace molto.

Lei comunque impersonifica il cambiamento del sindacato. Nessuna alla sua età è mai stato segretario confederale e segretario generale di una federazione così importate. Ancor di più in quanto donna.

È un ruolo di grande responsabilità e dimostra come la Cgil è un sindacato aperto e in grado di accogliere generazioni diverse.

Si racconta che lei entrò in Cgil da studentessa media. E non ne è più uscita. Si è mai sentita una anomalia?

Ci sono tanti giovani con incarichi importanti, come la nuova segretaria generale della Filcams (la federazione del commercio e servizi, quella con più iscritti, ndr) Maria Grazia Gabrielli che ha pochi più anni di me. Noi abbiamo certamente portato nella Cgil l’esperienza di chi ha vissuto la precarietà sulla sua pelle. E magari un linguaggio meno sindacalese. Ma nel sindacato generazioni diverse convivono.

Niente rottamazione dunque…

Non esiste proprio. Io ho imparato dai sindacalisti più esperti gli strumenti della contrattazione. Ci si trasmette la conoscenza. In questo modo in Cgil si riesce ad avere un equilibrio, a rappresentare tutti: l’organizzazione è in grado di rigenerarsi senza traumi. Se fino a qualche anno fa i giovani sentivano il sindacato lontano, ora grazie all’idea di contrattazione inclusiva che tenga conto di tutti i lavoratori, riusciamo a tenere assieme anche i meno garantiti che prima potevano sentirsi esclusi.

Lei è la segretaria confederale che ha seguito in prima persona la stesura della Carta dei diritti universali, il nuovo Statuto su cui state raccogliendo le firme per una proposta di legge popolare. Non le dispiace lasciare il progetto?

Non è così perché anche da segretario della Fp posso seguirlo: ad esempio, da noi circa il 40 per cento dei lavoratori sono del settore privato. I problemi sono gli stessi di qualsiasi altra categoria, e poi la Carta parla a tutti pubblici e privati.

Accanto alla Carta state raccogliendo le firme per tre referendum abrogativi su articolo 18, voucher e appalti. Dato per scontato che riusciate a raccogliere le firme, nel giugno 2017 si dovrebbe votare. Crede che per quel tempo l’opinione pubblica sarà in grado di capire e appoggiare le vostre proposte?

I referendum sono uno strumento che abbiamo deciso di utilizzare per spronare il Parlamento a discutere della Carta che propone una nuova cultura del lavoro che superi la divisione lavoratori dipendenti-autonomi e dia nuovi diritti comuni a tutti. Detto questo, osservo che già sui voucher – seppur con un provvedimento non sufficiente – e sulla flessibilità sulle pensioni il governo è stato costretto a mettere mano ad argomenti da noi sollevati, quindi la mobilitazione dei lavoratori è in grado di cambiare l’agenda politica. Il quadro politico è già mutato e muterà ancora di più da qui a giugno 2017: siamo certi che l’opinione pubblica ci appoggerà. Anche sull’articolo 18: perché non chiediamo di tornare al vecchio Statuto ma cambiare totalmente il principio, il meccanismo sanzionatorio. Perché la sanzione verso i licenziamenti illegittimi sia un vero deterrente, bisogna punire le aziende che sbagliano non i lavoratori senza colpe, stiamo parlando di licenziamenti dichiarati “illegittimi e senza giusta causa”, non tutti i licenziamenti.

Ultima domanda: nel 2014 ad un Direttivo Cgil lei fu contestata perché disse che “Di Vittorio nel 1952 aveva pensato lo Statuto dei lavoratori”. Com’è finita quella storia?

Fui contestata da una sola persona: il segretario della Fiom di Genova Grondona. Che urlò che Di Vittorio era morto nel ’57 e che lo Statuto era del 1970. Ma avevo ragione io: nel congresso di Napoli del 1952 Di Vittorio parlò già di Statuto dei lavoratori. E tutti me lo riconobbero, ma sa è difficile riconoscere per alcuni che possono essere affiancati da dirigenti più giovani, fortunatamente la rottamazione non ha cittadinanza in Cgil né dei giovani verso i più maturi, né dei più maturi verso i più giovani.

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