Cosa (non) stiamo facendo per i migranti. Parla Wolfgang Bauer

Scenari
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Intervista al giornalista tedesco che ha cercato di fare la traversata dal Nord Africa alla Sicilia insieme ai rifugiati

Wolfgang Bauer è un giornalista tedesco. Classe 1970, lavora per il settimanale Die Zeit.  Racconta storie e ha seguito con costanza la crisi dei rifugiati. Ha persino cercato di imbarcarsi con i profughi siriani, dall’Egitto alla Sicilia. Non ci è riuscito, ma in compenso da quell’esperienza è nato un libro molto bello, già tradotto in diverse lingue. In Italia, con il titolo di Al di là del mare, è stato edito da La Nuova Frontiera.

È un prezioso compendio sulla questione dei rifugiati, scritto con eleganza e precisione. Si colloca nel campo del giornalismo narrativo, è molto equilibrato nella composizione e dalla prima all’ultima riga gira alla larga da quegli eccessi (tanti aggettivi, tanti avverbi e soprattutto tanto sé) che a volte, in questo genere, fanno perdere l’equilibrio tra l’elemento giornalistico e quello letterario, deprimendo entrambi.

Essendone stato testimone diretto, abbiamo chiesto a Wolfgang Bauer di fornirci le proprie opinioni sulla crisi dei rifugiati, sulla prova offerta da Germania e Unione europea a livello politico e di gestione, sui sentimenti che provano le persone che si mettono in viaggio lasciandosi alle spalle i loro paesi distrutti.

Nel 2015 oltre un milione di persone hanno raggiunto l’Europa.  Nel 2016 si supererà questa cifra? 

Nessuno può dire se saranno più o meno nello scorso anno. Ma saranno comunque molte. Migliaia di siriani, in numero crescente, lasceranno i campi in Turchia e Medio Oriente. In Afghanistan c’è una crisi importante. Giungeranno in Europa anche molti curdi. Stiamo del resto assistendo all’inizio di una guerra civile in Turchia (il governo sta effettuando operazioni militari rilevanti nelle aree curde).

Quella balcanica continuerà a essere la più gettonata delle rotte o recupererà spessore quella marittima, dall’Africa settentrionale all’Italia?  

Se nei Balcani si erigeranno nuove barriere o verranno rafforzare quelle già create (ce ne sono tra Slovenia e Croazia e tra Macedonia e Grecia) è molto probabile che la traversata mediterranea tornerà centrale, con relativo aumento delle vittime. Una risposta arriverà dalla Turchia. Non saprei se il numero enorme di persone messesi in marcia lungo i Balcani sia dipeso così strettamente dalla politica dei confini aperti adottata da Ankara, ma è evidente che essa ha avuto impatti misurabili lungo tutta questa rotta e oltre, fino alla Norvegia. Lo scenario da guerra civile potrebbe ora portare le autorità a chiudere i confini, anche se non è scontato. Potrebbero lasciarli aperti, come valvola di sfogo per i curdi. A prescindere da questo, ci sono pochi dubbi, in merito alla rotta mediterranea, sul fatto che la situazione in Libia rimarrà instabile. Non ci sarà modo di fermare i trafficanti di esseri umani.

“Aiutiamoli a casa loro” o “possono andare negli altri paesi arabi anziché in Europa” sono proclami che, almeno qui in Italia, fanno parte del repertorio delle forze politiche e sociali che si oppongono all’arrivo dei rifugiati. Non li trova privi di senso?  

Sì, è vero. Sono vuoti. Avremmo potuto aiutare i siriani nel loro paese imponendo una no-fly-zone, visto che i siriani scappano a causa dei bombardamenti massicci cui sono sottoposti dall’aviazione di Assad. Ma abbiamo avuto paura di farlo. Chi non vuole i rifugiati potrebbe quanto meno impegnarsi affinché gli aerei militari italiani o tedeschi o di qualsiasi altro paese volino in Siria e proteggano i civili. Questo sarebbe aiutarli a casa loro. Se non emerge questo punto, ci si deve sentire corresponsabili della carneficina in atto. Quanto agli altri paesi arabi, per esempio quelli del Golfo, il dato è che non stanno facendo nulla a favore dei siriani. È uno scandalo, ma questo è.

Perché i rifugiati non restano nei campi profughi del Libano, della Giordania e della Turchia?

Perché non sono stupidi. Molti di loro sono lì da quattro anni. Inizialmente pensavano che sarebbero tornati in Siria e avrebbero ripreso il ritmo delle loro vite. Mano a mano, hanno realizzato che la guerra non è destinata a finire, perdendo le speranze. Oggi queste persone sono stanche di dipendere dalla misericordia altrui, se così possiamo definirla. Le scuole nei campi non sono all’altezza. I rifugiati non possono lavorare, i giovani non possono avviarsi a una professione. I campi sono diventati pertanto luoghi di radicalizzazione. Più a lungo ci resti, più diventi permeabile a strane idee. Soprattutto se sei giovane. Un genitore responsabile non può pensare di lasciare che i suoi figli vivano in questi posti.

L’Europa sta rispondendo alla crisi con misure quali la redistribuzione dei rifugiati tra i paesi membri – mutuata dallo schema praticato internamente della Germania – e gli accordi con la Turchia, cui in cambio di controlli più ferrei alle frontiere sono stati concessi il rilancio dei negoziati di adesione e finanziamenti in denaro. Come valuta questo approccio, voluto con fermezza dal suo paese? Di conseguenza, come giudica l’azione della Germania?  

Sono scettico nei confronti del sistema delle quote che la Germania predica. Può avere senso, sulla carta. Ma nei fatti si tratta di spedire i rifugiati in paesi dove non vogliono andare o restare, anche perché non sarebbero accolti bene. Ho visto i volti pallidi dei siriani che salivano sui mezzi che li avrebbero portati dalle regioni dell’ovest tedesco a quelle dell’est, dove verso i nuovi arrivati ci sono state violenze. Sono stati persino appiccati roghi nei centri che li accolgono. Queste persone erano in preda al panico, terrorizzate. Dunque il nostro sistema amministrativo e burocratico crea in loro un ulteriore trauma.

La questione è complicata, non può essere ridotta a puri atti formali, che siano gestiti dalla Germania sul suo territorio o da Bruxelles in quello europeo. I paesi più aperti e sensibili alla crisi dei rifugiati devono offrire ai profughi condizioni generose, come quelle concesse ai bosniaci negli anni ’90. A tutti loro fu permesso non solo di arrivare, ma di restare per la durata del conflitto. Al termine del quale, si immaginò, sarebbero tornati. Questo in effetti avvenne. Molti vollero rientrare in Bosnia Erzegovina, anche perché diversamente dai tempi che corrono non c’erano trafficanti e morti lungo i confini.

È tuttavia difficile garantire porte aperte a chiunque. Il caso dell’Afghanistan è emblematico. Accettando chiunque venga da questo paese, dove ci sono sia aree sicure, sia aree dove personalmente non oserei nemmeno camminare intorno alla mia casa, non faremmo che contribuire alla dissoluzione della sua società civile. Fare la cosa giusta, a volte, significa compiere la scelta sbagliata.

La Germania è il paese europeo che ospita più rifugiati. Sappiamo di fenomeni di violenza e intolleranza, in particolare nelle regioni dell’est. Ma esiste anche un altro lato della medaglia, fatto da storie di impegno civile in nome dei principi di accoglienza e integrazione?   

La nostra società è molto polarizzata. Ci sono coloro che danno fuoco ai centri dove alloggiano i rifugiati. Questi fenomeni, purtroppo, vanno aumentando all’aumentare del numero di rifugiati. Ma in Germania, parallelamente, si è creata anche un’incredibile rete di assistenza. Le persone che l’hanno costruita o che vi contribuiscono interpretano i sentimenti della maggioranza dei tedeschi. Migliaia di cittadini, in ogni parte del paese, stanno aiutando i profughi impartendo loro lezioni di lingua, fornendo viveri e altre cose, assistendoli nei rapporti con la burocrazia. Sono stato in piccoli villaggi di tremila abitanti e settantacinque rifugiati. Ho visto almeno duecento persone mobilitarsi a favore dei secondi. È proprio nelle piccole realtà, quelle dove non esiste più neanche la birreria, quelle dove non ci sono spazi sociali comuni, che l’arrivo dei rifugiati sta determinando risveglio e sollecitando il potenziale. In questi luoghi addormentati, dove la gente trascorre il tempo davanti alla televisione, i rifugiati stanno dando una scossa. Paradossalmente, è più grande l’aiuto che essi danno alle località dove vengono accolti che non viceversa.

Immaginiamo che in Siria finisca la guerra. Cosa succederebbe? Potremmo considerare conclusa la crisi dei rifugiati?  

Difficile azzardare previsioni. Eppure sono certo che la Siria, ma anche l’Iraq, non esisteranno più come stati unitari. Sono paesi ormai separati su basi etniche e religiose. Non riesco a immaginare come queste fazioni, in futuro, possano vivere pacificamente insieme.

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Gli arrivi in Slovenia (via Croazia) dopo la chiusura delle frontiere da parte ungherese

 

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I rifugiati siriani registrati in Egitto, Iraq, Libano, Giordania e Turchia

 

 

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