Angioni: “Contro gli scafisti bisogna agire nelle acque territoriali”

Immigrazione
Un'immagine del nuovo naufragio avvenuto nel Canale di Sicilia e la Marina Militare precisa che sono cinque e non sette, come in un primo momento era stato comunicato, i morti recuperati a bordo di un barcone carico di oltre 500 migranti che si è capovolto a circa venti miglia al largo delle coste libiche. Roma, 25 maggio 2016. ANSA/ UFFICIO STAMPA MARINA MILITARE +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

L’ex comandante della missione italiana di pace in Libano: serve una strategia globale che intervenga anche sugli Stati “sorgitori”

“È impensabile poter contrastare efficacemente gli scafisti agendo a trentatrentacinque miglia dalle coste libiche. Nel migliore dei casi è possibile fare un’opera di salvataggio, ma questo non ha nulla a che vedere con un’azione che miri a infliggere colpi pesanti ai trafficanti di esseri umani”. A sostenerlo è il generale Franco Angioni, già comandante del contingente italiano nella missione di pace “Libano 2” e delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa. “Il primo obiettivo da prefiggersi – dice Angioni a l’Unità –è di tutelare, assistere, accogliere quanti fuggono da guerre, ai quali va riconosciuto lo status di rifugiati”.

Generale Angioni, il Mediterraneo è diventato una gigantesca fosse comune: i morti tra i migranti si contano a migliaia, settecento negli ultimi tre giorni, mentre cresce il business delle organizzazioni criminali. Le chiedo: come contrastare questo fenomeno?

Andando alla fonte. Adottando una strategia globale, come l’Italia ha indicato con il “Migration Compact”, che agisca su diversi piani e su tre fonti: le vittime; gli scafisti; gli Stati “sorgitori”. Non solo per sacrosante ragioni umanitarie, ma anche perché è nel nostro interesse anche per quanto riguarda la sicurezza dell’Europa, che i profughi possano restare lì dove sono nati e cresciuti, questo senza però escludere che un cittadino possa scegliere liberamente di trasferirsi in un altro Paese, se ne ha i requisiti. Nessuno nasce profugo né ambisce a diventarlo. Per questo è necessario che le risorse attualmente destinate ad arginare il fenomeno, e che dal punto di vista economico sono praticamente a fondo perduto, servano a migliorare le condizioni di vita nei Paesi di origine. Si tratta dunque di avere un approccio sistemico da un fenomeno, quello delle migrazioni, che non ha nulla di congiunturale ma che sarà per gli anni a venire una delle questioni cruciali in un mondo globalizzato. L’altra fonte d’intervento riguarda gli scafisti. E anche qui, non è solo problema delle risorse, umane e finanziarie, da investire nell’opera di contrasto. C’è bisogno anche d’altro…

Di cosa?
Di una nuova consapevolezza che non deve essere patrimonio solo degli addetti ai lavori ma che deve diventare patrimonio comune dell’opinione pubblica, permeare la società civile. E’ indispen – sabile combatterli, gli scafisti, così come combattiamo gli aspetti negativi di una civile convivenza. In altri termini, è necessario radicare ad ogni livello la consapevolezza che combattere i trafficanti di esseri umani non è altra cosa, in termini di impegno, del combattere le mafie, la corruzione e tutti gli altri tristi fenomeni che l’attuale società è riuscita ad incrementare.

Combattere gli scafisti. Ma come?
E’essenziale, ineludibile, la solidarietà e la collaborazione degli Stati che consentono loro di organizzarsi e progredire. Sono le basi dei “sorgitori”da controllare e soprattutto occorre rendere gli Stati di appartenenza solidali con le società civili. Penso, ad esempio, all’Egitto, alla Libia, in parte anche alla Tunisia.

E la terza fonte su cui agire?
E’per l’appunto quella degli Stati “sorgitori ”, per quel che concerne il Mediterraneo centrale, la Libia e l’Egitto. Ai governi di questi due Paesi non si deve chiedere solo di collaborare ma consentire, con accordi da stipulare, di realizzare un efficace contrasto a questa delinquenza organizzata.

Concretamente, ciò significa, ad esempio, poter agire all’interno delle acque nazionali?
Assolutamente sì. Una efficace azione di contrasto per essere tale deve poter avvenire nelle acque territoriali di quei Paesi, in primis la Libia, da dove partono barconi e gommoni. Un intervento a decine di miglia da una qualsiasi costa non può essere un’azione di intervento repressivo ma solo un’azione di salvataggio. In questo c’è un precedente a cui poter fare riferimento…

Quale?
Quello dell’Albania. Quello che ho sopra indicato è già stato fatto, in epoca recente e con risultati soddisfacenti, con questo Paese. Con il consenso del Governo di Tirana si dette vita ad operazioni di contrasto agli scafisti all’interno delle acque territoriali albanesi. Fu una delle azioni che permisero di ridurre fortemente l’immigrazione clandestina dall’Albania all’Italia. I trafficanti venivano intercettati, arrestati e consegnati alle autorità albanesi. Quel modello può essere replicato oggi con la Libia e l’Egitto.

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