“Abbiamo fatto scelte coraggiose quando tutti ci davano contro”, parla Bentivogli

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Il segretario generale Fim-Cisl: “Via al nostro 19° Congresso Nazionale: è questo il momento di accettare la sfida più grande”

Oggi a Roma si terrà il 19° Congresso Nazionale della Fim-Cisl, tappa finale del lungo percorso congressuale dei metalmeccanici iniziato a gennaio e che ha visto celebrare migliaia di congressi di fabbrica e oltre 60 congressi territoriali in tutt’Italia. Una tre giorni congressuale (dal 7 al 9 giugno) densa di incontri e tavole rotonde, utile a mettere a fuoco le nuove sfide che attendono il sindacato. Ne abbiamo parlato con il segretario generale della Fim-Cisl, Marco Bentivogli.

Sono molte le ragioni della relativa perdita di centralità dei sindacati. Molte non dipendono dai sindacati stessi, altre però sì. Sta di fatto che oggi tantissimi lavoratori, e soprattutto chi sta fuori dal mondo del lavoro, non vedono nel sindacato uno strumento utile. Si ha l’impressione di un sindacato “conservatore” mentre tutto cambia. Quali sono le riflessioni della Fim su questo?

Il sindacato che si autoassolve ed i sindacalisti che hanno sempre ragione vanno evitati. Fanno crollare la credibilità di tutti, è importante saper ammettere i propri errori e come diceva Pierre Carniti, nel caso farne almeno di nuovi, e per fare almeno nuovi errori, bisogna anche avere memoria di ciò che si è sbagliato precedentemente. Di errori in questi anni ne abbiamo fatti, ma la densità sindacale in Italia è la più alta in Europa dopo i Paesi scandinavi. Il problema è che troppe volte, non abbiamo lavorato per affermare la meritocrazia, abbiamo messo sullo stesso piano operosi e furbetti, facendo un grande torto agli operosi. Poi c’è l’ideologia. A sinistra c’è chi pensa che le idee siano più importanti delle persone. Ma così s’impedisce di vedere la realtà. La Fim è un’organizzazione abituata ad andare con le braccia aperte verso l’innovazione, perché un sindacato che si ferma davanti all’innovazione è destinato a scomparire. Lo abbiamo fatto con le scelte coraggiose in Fiat, quando tutti, anche tra i media, ci davano contro. Nel 2015 siamo stati il primo sindacato ad avviare un importante lavoro di ricerca su Industry4.0, insieme ad Adapt. Domani a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica daremo il via al nostro 19° Congresso Nazionale: è questo il momento di accettare la sfida più grande, quella per cui un ragazzo o una ragazza di 20 anni si possano ritrovare nel sindacato, nei suoi valori e nelle sue scelte. Industry ed ecosistema 4.0, il nuovo contratto dei metalmeccanici, la formazione professionale, insieme ai cash mob-etici, al voto con il portafoglio, al consumo responsabile, alla sostenibilità ambientale, economica e sociale delle imprese: sono le facce della stessa medaglia, quella di un sindacato rappresentativo, educatore, al passo coi tempi, in cui tutti possano e vogliano ‘aggiungere la propria voce; per questo abbiamo scelto come slogan e hashtag del congresso #addyourvoice.

La Fim spesso ha messo al centro un’idea nuova di concertazione, non tanto a livello “romano” quanto a livello decentrato, aziendale. Come si sviluppa questa idea in una fase di bassa crescita, di aziende che chiudono?

La crisi che ha investito il nostro sistema produttivo ha costretto molte aziende a sopravvivere e in taluni casi a chiudere. La ragione della bassa o insufficiente crescita sta nel fatto che i margini di competitività e di innovazione di queste imprese sono assolutamente scarsi. Questa è una delle principali ragioni che ci spingono a dire che se si vuole recuperare terreno è necessario valorizzare e coinvolgere i lavoratori. La partecipazione dei lavoratori, più che la concertazione, è la vera chiave del successo delle imprese più innovative. Per la FIM, quindi, l’azienda e il territorio sono le sedi nelle quali far crescere produttività e innovazione attraverso la partecipazione dei lavoratori, valorizzando in tal modo il lavoro e distribuendo più salario in relazione agli andamenti dell’impresa.

Il recente rinnovo contrattuale dei metalmeccanici ha finalmente posto le condizioni perché questa strada venga sviluppata.

Torniamo sui giovani: c’è una proposta specifica per i giovani disoccupati? Quali forme di sostegno economico si possono immaginare?

Rispondo con le parole di Papa Francesco quando ha incontrato i lavoratori dell’Ilva di Genova, quando ha detto: “non rassegnatevi all’ideologia che sta prendendo ovunque e che immagina un mondo dove solo metà o forse due terzi dei lavoratori lavoreranno e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale. L’obiettivo vero da raggiungere non è il reddito per tutti ma il lavoro per tutti”. Per farlo bisognerà investire molto sulla formazione dei giovani che rappresenta il diritto al futuro, che dà stabilità al lavoro, più reddito e più qualità. Mentre Macron in Francia annuncia investimenti in formazione per 15 miliardi di euro, in Italia dopo il referendum del 4 dicembre si è bloccato tutto. Il potere è tornato  alle regioni e i centri per l’impiego sono – come scrive Fabrizio Patti su “L’inkiesta” – degli zombie in mano a quel che resta delle provincie. Con il nostro contratto abbiamo dato un contributo per dare centralità a questo tema con il diritto soggettivo alla formazione, ma non basta. La formazione negoziata rappresenta una parte importante che va integrata con altre opportunità formative. Con Industry 4.0, l’upgrade di skills sarà impegnativo perché come Paese ci siamo mossi tardi, ma non c’è alternativa: nuova organizzazione, nuove tecnologie e formazione rappresentano i tre cardini per rilancio delle imprese. C’è poi il tema dell’alternanza scuola lavoro e dell’apprendistato che deve essere la forma privilegiata di ingresso al lavoro dei giovani.

Con quali risultati vi presentate al Congresso?

Risultati di un grande lavoro di squadra. Pensavano che fossimo i soliti che parlano di futuro per distrarre l’attenzione dai problemi di oggi, invece siamo stati i primi a capire che i temi di oggi si risolvono e si affrontano prevedendo il futuro, studiando ciò che sta accadendo e ciò che avverrà.

Tutti si sono accorti che la FIM è un’organizzazione “orgogliosamente condannata a pensare”, che osa ancora la buona pratica della democrazia di pensare a quello che si dice, di dire quello che si pensa e di fare quello che si dice.  E il cambiamento lo sta praticando. Oggi la FIM è presente in 25.453 aziende. (+ 2.835 rispetto al 2011), di cui 1.115 nuove aziende sindacalizzate solo negli ultimi due anni, prova di una sempre maggiore spinta propulsiva alla crescita organizzativa della FIM. Crescere per 12 anni consecutivi vorrà dire qualcosa, lo hanno capito i lavoratori, lo iniziano a capire le imprese. Abbiamo sudato e sofferto affinché lo capissero i giornalisti. Non lo ha ancora capito la politica.

Una considerazione finale sul quadro politico. Cosa chiede la Fim alla politica? 

Siamo un paese in continua campagna elettorale, dove temi di scarso interesse pubblico sono al centro della scena politica per mesi, mentre temi di grandissimo interesse pubblico sono messi in secondo piano, o, peggio, come nel caso del lavoro, vengono trasformati in terreno di scontro ideologico, l’ultimo caso in ordine di tempo è quello dei voucher.

La politica deve pertanto tornare a parlare di lavoro, deideologizzando il dibattito pubblico intorno ad esso. Con Industry 4.0 ci giochiamo l’ultima chance per rimettere al centro la manifattura nel nostro paese e con essa il lavoro. Il Piano Calenda in questo senso centra una parte degli obiettivi, ma bisogna che il Paese faccia sistema perché la quarta rivoluzione industriale avrà successo solo in un territorio 4.0. In un ecosistema totalmente rinnovato, la città deve diventare una smart city,  e la mobilità, l’energia, così come la rappresentanza, devono essere intelligenti e sostenibili.



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