“Con la riforma i senatori verranno eletti dai cittadini, basta falsità”. Parla Vannino Chiti

Referendum
©Massimo Di Vita.
Roma 19 Novembre 2010- Campidoglio Sala della Protomoteca:  Incontro dal titolo "L'Europa oltre la crisi". Nella foto Vannino Chiti.

“Il potere di scelta è degli elettori, non si lede la democrazia”

Vannino Chiti, senatore Pd della minoranza, è tra i primi firmatari del disegno di legge che stabilisce i criteri di elezione del nuovo Senato, se sarà approvata la riforma costituzionale.

Per i sostenitori del No con la riforma i cittadini perdono il loro diritto ad eleggere i senatori. È così?

«Non è vero, perché la legge costituzionale è inequivocabile. Dice che i Consigli regionali eleggono i senatori, in “conformità alle scelte espresse dagli elettori” quando si rinnovano i consigli regionali. Quindi il Senato dev’essere conforme, cioè deve rispettare le scelte degli elettori, e questi, in quanto tali, esprimono il voto. Sarà la legge ordinaria a stabilire come verranno eletti».

Secondo il ddl firmato da lei e dal senatore Fornaro. Una soddisfazione per la minoranza dem?

«Sì, l’ultima direzione del Pd ha votato la proposta di Renzi perché si parta dal disegno di legge Fornaro-Chiti. Un passaggio importante per procedere in modo unitario nel partito. Speravo che anche la commissione sull’Italicum fosse un terreno unitario, in una settimana sono stati indicati dei punti proposti dalla minoranza, come togliere il ballottaggio. Spero si ritrovi unità e, soprattutto, che si abbassino i toni della polemica interna. Non si può parlare di altri nel Pd come fossero avversari dicendo “non mi fido”. Se non ci si fida tra noi si manda un messaggio devastante».

Come saranno eletti i senatori secondo il vostro disegno di legge?

«I cittadini che andranno a votare per i presidenti di Regione e per i Consigli regionali voteranno chi si candiderà come senatore. Il Parlamento funzionerà meglio, i senatori da 315 diventano 100. Adesso in Italia, con 60 milioni abitanti, abbiamo quasi il numero di parlamentari della Cina, che ha 1 miliardo e 200milioni di abitanti…».

Come saranno scelti? Il fronte del No parla ancora di “nominati”. «Ma no, che c’entra? Viene eletto chi è più votato, non è un concorso. Come in ogni elezione i partiti, i movimenti, le coalizioni indicheranno chi sono i candidati in quel collegio e, in ogni regione, sarà eletto chi ha preso di più. Era il metodo di elezione dei consiglieri provinciali e, fino al 1992, per il Senato stesso».

Quindi non vengono scelti indirettamente dai Consigli regionali?

«I Consigli regionali prendono atto, alla prima seduta, dell’elezione dei consiglieri votati anche come senatori, 74 in tutto. Successe anche per l’elezione del presidente di Regione nel 1995 e avviene negli Usa: a dicembre i grandi elettori eleggeranno formalmente Trump».

Un sindaco o un consigliere “part tim e”, secondo il No. È un rischio?

«Non credo. Può essere invece lo stimolo per cambiare l’organizzazione del Parlamento: lavorare per sessione, come si fa al Parlamento europeo o nei Parlamenti moderni, una settimana si riuniscono le commissioni, un’altra l’aula e così via. Tra l’altro gli esponenti degli Enti locali già vengono a Roma per le varie associazioni dei Comuni o le conferenze dei consiglieri regionali. È un falso problema».

Immunità…

« L’immunità si mantiene solo come senatori, per non differire rispetto ai deputati. Ma, se già il sistema è cambiato, spero possa esserlo di più, affidando alla Corte Costituzionale e non alle Camere la decisione su un arresto o una perquisizione. I parlamentari non sono chiamati a fare i giudici».

La scelta dei 21 sindaci-senatori come avviene? Anche questa secondo il No lede la democrazia.

«È scritto nel ddl del Pd: ogni consiglio delle autonomie locali indica tre nomi di sindaci e i Consigli regionali ne scelgono uno. C’è rappresentanza ed equilibrio, anche di genere. I senatori sindaci e consiglieri erano indicati nei programmi dell’Ulivo nel ‘96 e dell’Unione nel 2006, non sono scelte improvvisate».

Lo sta dicendo a Bersani? D’Alema ha scritto agli italiani all’estero: votate No o perderete il Senato…

«Al Senato andranno consiglieri regionali e sindaci, non altri. È normale che gli eletti all’estero vadano alla Camera. Nel ‘96 io ero presidente di Regione (Toscana, ndr), D’Alema era segretario nazionale del Pds, ha scritto il programma dell’Ulivo e dal 2006 al 2008 era vicepremier: se non era d’accordo con questa composizione del Senato delle Autonomie avrebbe potuto accorgere prima. Allora sì che si diceva che i senatori sarebbero stati scelti dai consigli regionali e basta, oggi nella riforma sono eletti dai cittadini e i consigli ne prendono atto».

Altra obiezione, il Senato ha un potere di veto sulle leggi approvate dalla Camera e quindi si rallenta tutto di nuovo. È così?

«Il Senato ha dieci giorni di tempo per chiedere delle correzioni alla Camera, più trenta per proporre modifiche. La Camera può tenerne conto o no. Nessun potere di veto. Per caso c’è un veto dal Bundesrat o dal Senato Spagnolo? Tra l’altro così si limita l’uso smodato dei decreti governativi, una ferita alla nostra Carta, da decenni. Ci sono invece leggi importanti approvate alla Camera e ferme al Senato, come quelle sulla cittadinanza, l’accompagnamento per i minori (che spero sia approvata prima del referendum), o l’ordinamento giudiziario. Le unioni civili sono passate al Senato solo con la fiducia. Il bicameralismo perfetto ormai serve solo a far andare avanti decreti o a dare spazio a interessi delle corporazioni. Abolirlo è necessario per il funzionamento della democrazia».

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