“Con Giachetti abbiamo ricominciato a immaginare Roma”. Parla Matteo Orfini

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“E’ caduto il muro fra noi e la Capitale. E la Raggi non vincerà”

La campagna elettorale è finita e a Matteo Orfini verrebbe voglia di dire: finalmente. Sarà stata pure una campagna elettorale strana, meno “grandiosa” di altre, ma non per questo meno faticosa. A Roma, poi, c’è stato da scarpinare… “Sono esausto – ci dice il presidente del Pd accasciandosi sulla sua sedia al Nazareno – è stata una campagna tosta: io sono stato tanti anni fa segretario di sezione ma una mobilitazione così non me la ricordavo, una roba di altri tempi….”

Era tutt’altro che scontato, giusto? L’anno scorso di questi tempi il Pd era sparito, dilaniato, dileggiato… Ma che è successo in queste settimane, Orfini?

Lasciami dire che sono stanco ma molto contento. E’ stata una bellissima campagna elettorale, abbiamo battuto Roma palmo a palmo, abbiamo parlato di tutto. Molto del merito è naturalmente di Giachetti, che ha saputo ristablire un clima positivo con il nostro elettorato. Ecco, direi che Il Pd, i militanti, hanno colto questo mutamento di clima: che cioè che con il Pd si può discutere, che ci si può fidare. Il Pd ha capito che si era fatta un’operazione di pulizia anche doloroso ma non era scontato, come dici tu, che scattasse la molla di uscire fuori per parlare con le persone dei loro problemi.

Niente piazze piene, niente grandi comizi. Perché?

Abbiamo scelto di andare meno in tv, io ci sono andato pochissimo ma anche Roberto ci è andato lo stretto necessario. E abbiamo preferito evitare iniziative centrali privilegiando incontri piccoli, di strada, di caseggiato, nei centri anziani: abbiamo fatto una infinità di queste cose. Direi che il rapporto diretto ha pagato, anche per noi: era tempo che stavamo chiusi nei circoli.

E i romani che vi hanno detto?

Guarda, io ho sentito ovviamente molta disillusione, sfiducia verso la politica come strumento per migliorare la vita di tutti. Questo soprattutto all’inizio. Poi poco a poco è cresciuto un clima di partecipazione, di voglia di discutere, anche per lamentarsi, intendiamoci: ma insomma il muro fra noi e i cittadini è caduto. Ma poi è giusto anche dire che c’è stato sempre un pezzo di Roma che malgrado tutto non ha mai mollato, quelli che ripulivano le strade sporcate da altri… Voglio dire: Roma non è un tutt’uno indistinto.

Eppure a Roma ci sono grandi  fasce di popolazione che disprezzano la politica in quanto tale, e lì non è facile recuperare.

Sì, direi che le maggiori difficoltà – per tutta la politica, non solo per noi – sono i giovani e la parte più estrema della periferia, che poi spesso sono due realtà che si intersecano perché molti giovani vanno a vivere in periferia. Non c’è dubbio che la sofferenza lì è molto alta. E’ un problema comune a tutte le grandi città europee. Ci vorrà molto tempo per venirne a capo.

Orfini, la verità: il caso Marino si è fatto sentire?

Onestamente no. Parliamoci chiaro: certe polemiche sono di casa in molti salotti del centro, la Roma vera ha altro a cui pensare. Caso mai, più che per averlo fatto dimettere, molti ci rimproverano di averlo eletto. La ferita c’è stata ma mi sembra chiusa.

Anche nel corpo del Pd?

Guarda, il Pd ha cominciato la campagna molto timoroso anche perché c’era stata una fase terribile di polemiche e anche di lotte politiche alle spalle. Ma poi ha accettato la sfida più difficile ma anche la più bella: quella di recuperare voti e non solo quella di suddividerli fra i candidati delle varie correnti. E’ scattato qualcosa che ha sorpreso anche me.

Quanto ha giocato il fattore Giachetti?

Molto, Roberto ha un grande merito. Ha subito trasmesso serenità al partito perché si è posto davanti ai problemi con umiltà, con voglia di ascoltare…

Possiamo dire che è stato percepito come un esponente del Pd ma anche come un indipendente dal Pd, probabilmente anche grazie alla sua militanza radicale?

Certamente ha aiutato l’idea della sua autonomia di giudizio, di forza, di passione, di volontà di combattere, tutte cose che in questo momento a Roma servono molto. E poi fammi dire che aver presentato prima del tempo liste pulite, aver prospettato nomi di livello per la sua Giunta sono state due cose importantissime tanto che gli altri sono stati costretti a venirci dietro.

Negli ultimi giorni si è avuta l’impressione che Giachetti si sia calato molto meglio degli altri nella figura del sindaco. Sei d’accordo?

Certo, anche perché Giachetti ha parlato da sindaco, ha girato da sindaco, da uomo di governo. Tra l’altro, noi in questo periodo abbiamo continuato a governare: sulla questione dei precari della scuola, sulla vertenza Almaviva, sul patto con il Lazio. Non è che siamo andati nei quartieri a scandire slogan, ma ad ascoltare e a proporre soluzioni. Roberto ha parlato di Roma e solo di Roma. Non come gli altri candidati.

Eccoci arrivati, dammi una giudizio sincero su Virginia Raggi. Intanto: è la favorita?

Secondo me, no. La Raggi non è in grado di governare. Noi conoscevamo già i suoi limiti, avendola vista (peraltro, poco) in consiglio comunale. I dirigenti romani di Cinquestelle sono ultra-divisi, molti di loro sono inquietanti quanto a inesperienza, a ignoranza dei problemi, a Ostia non sono stati in grado di sciogliere certi legami pericolosi. E lascio stare la questione del rapporto con Grillo, del ruolo del mitico staff.

Comunque andranno lei e Giachetti al ballottaggio?

Ovviamente non posso saperlo. So però che se Giachetti va al ballottaggio vince. Ha ragione Veltroni: se scegli un sindaco sbagliato vivi peggio. E al ballottaggio si vota per qualcuno, non contro qualcun’altro.

E la destra?

La destra non ha fatto i conti con quello che è successo a Roma in questi anni. Mafia Capitale nasce e prospera con Alemanno , che era nel partito della Meloni. Noi ci siamo costituiti parte civile, loro non hanno fatto nulla. Si sono anche divisi: ma Marchini che doveva darsi un profilo civico è finito col fare i comizi con Storace, e si vede che è imbarazzato pure lui… No, mi sembra che la destra a Roma debba ridefinire completamente il suo rapporto con la città.

Sul tuo ex compagno Fassina che dici?

Mah, sai, mi sembra evidente che Sel vive una contraddizione troppo forte. La mattina firmava il patto per il Lazio fra governo e Regione, e brindava, e il pomeriggio faceva comizi contro il governo. Obiettivamente, è una linea insostenibile. Comunque di qui al ballottaggio avranno tempo per riflettere.

Orfini, va bene che in questa fase sei stato a Roma ma ti chiedo se hai segnali nazionali.

Io credo che andremo al ballottaggio in tutte e cinque le città più importanti. Già questo sarebbe un buon risultato, tenuto contro che a Roma e Napoli eravamo dati per spacciati.

Il governo non rischia nulla?

Si vota per i sindaci, ha ragione Renzi.

Tutto rinviato al referendum, dunque. Hai già detto che se vince il No si va a elezioni.

Questa è una legislatura costituente, è l’impegno che abbiamo tutti preso con Napolitano quando gli chiedemmo un secondo mandato. Se le riforme falliscono non c’è più la maggioranza nata su questo impegno. Non è un capriccio di Renzi, è che verrebbe meno la ragione per andare avanti. Per questo, conviene restare sul merito della riforma invece di parlare d’altro.

Chiudiamo da dove siamo partiti: cosa rispondi a chi lamenta che ancora non emerge un visione forte sul futuro di Roma?

Giulio Carlo Argan, che è stato un grandissimo sindaco di Roma, diceva che “Roma è una città interrotta perché si è cessato di immaginarla”. Ecco: noi abbiamo ricominciato a immaginarla.

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