Comincia il Salone dell’Editoria Sociale: “Ecco la nostra piccola comunità virtuosa”

Editoria
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Inaugura sabato a Roma la manifestazione che unisce il mondo del sociale a quello dell’editoria e della cultura. Ne abbiamo parlato con il curatore della programmazione, il giornalista Giuliano Battiston

Inaugura sabato 29 ottobre all’interno degli spazi di Porta Futura a Roma l’ottava edizione del Salone dell’Editoria Sociale. Dal 2010 la programmazione dell’evento, che si pone come obiettivo l’incontro tra il mondo delle associazioni e del sociale con quello dell’editoria e della cultura, viene curata da Giuliano Battsiton, giornalista e ricercatore freelance con il quale abbiamo cercato di capire più a fondo le ragioni e la struttura dell’iniziativa.

“Sin dall’inizio – ci dice Battiston – abbiamo avuto un obiettivo: creare una piattaforma, un luogo concreto e “abitabile”, per mettere a confronto, far dialogare e discutere tre interlocutori principali. Il primo sono le case editrici, piccole e medie, minoritarie o più conosciute, che abbiano un interesse ai temi del sociale, dalle migrazioni al lavoro, dalle trasformazioni demografiche al ruolo della cultura; poi ci sono quanti operano nel mondo del sociale, nelle organizzazioni del terzo settore, del volontariato, della solidarietà attiva e non compassionevole. E infine un pubblico esigente e non passivo, critico e curioso, le minoranze etiche attive, l’elemento per noi più importante. Il Salone, che anche quest’anno dura quattro giorni, fornisce una sorta di agorà temporanea per questi diversi soggetti. E nel tempo forma una piccola comunità virtuosa. Almeno così ci pare e speriamo.  

Il tema del Salone è “Mediterraneo oggi”. Perché questa scelta?
Con Goffredo Fofi e Giulio Marcon, gli ideatori del Salone, e con i colleghi Nicola Villa e Sara Nunzi abbiamo scelto questa cornice tematica per due ragioni principali: la prima è che siamo convinti che sia necessario allargare e alzare lo sguardo, riconoscendo i legami tra ciò che accade nel nostro Paese e quanto accade fuori dai confini nazionali. Senza la consapevolezza di questi legami, la diagnosi dei nostri mali rimane amputata, sterile, e la prognosi inadeguata. La seconda ragione è “genealogica”: è tempo di ammettere e rivendicare il fatto che la nostra matrice culturale non sia soltanto europea, ma più propriamente euro-africana. Non è un caso che abbiamo chiesto a Franco Farinelli, il nostro miglior geografo, di inaugurare idealmente il Salone con una lectio magistralis, che si terrà sabato 29 ottobre nel pomeriggio.
 
In che senso, come recita il programma del salone, il Mediterraneo offre “una speranza di rinnovamento”?
Le dinamiche del Mediterraneo sono specifiche, condizionate da aspetti locali, ma sono anche esemplari. Il Mediterrano offre almeno una duplice indicazione: da una parte, al Nord, c’è l’Europa, o meglio l’Unione europea, che fatica ad ammettere di aver perso l’egemonia nelle relazioni internazionali, che fatica a trovare una politica comune se non quella dell’economia politica, subalterna al pensiero neoliberista. Ma dall’altra c’è la sponda Sud. Quella del Nord Africa e in parte del Medio Oriente. Negli ultimi anni in questa parte del mondo ci sono stati degli avvenimenti straordinari: la mobilitazione di milioni di uomini e donne che rivendicavano un contratto sociale più giusto, diritti, libertà, democrazia. Quelle mobilitazioni sono state sabotate da forze controrivoluzionarie interne ed esterne. Ma la critica alla natura proprietaria del rapporto con il popolo, alle dittature predatorie e repressive, rimane in vigore. E le rivendicazioni restano forti e attuali. Siamo convinti che quelle rivendicazioni, e il modo in cui sono state sabotate anche con la complicità dei governi europei, abbiano molto da insegnarci. I “giovani arabi” si sono appellati alle garanzie previste dalle democrazie liberali, garanzie che non hanno mai goduto. Nelle democrazie europee “mature” rischiamo di trasformare quelle garanzie in mere procedure, prive di sostanza. Guardare a ciò che accade sull’altra sponda del Mediterraneo serve a renderci consapevoli dei nostri limiti, e delle possibilità future.
  
Il Salone è ricco di appuntamenti in cui l’analisi geopolitica è centrale, ci puoi tracciare una mappa di questi incontri?
Il primo, sabato 29 ottobre, è dedicato alla Turchia. Con l’aiuto dei giornalisti Fazila Mat e Luigi Spinola e della ricercatrice Lea Nocera cercheremo di capire in che direzione stia andando la Turchia, dopo il tentato golpe, e che ruolo stia assumendo il governo di Ankara nel più ampio scacchiere mediorientale. Un incontro a cui tengo molto è quello sulla Libia, lunedì 31 ottobre. Per discutere dei principali attori del conflitto, degli errori compiuti fin qui, delle nostre responsabilità, delle vie d’uscita da una situazione drammatica, abbiamo chiamato alcuni tra i più autorevoli esperti del Paese, Alberto Negri, Francesco Strazzari, Francesca Mannocchi e Andrea Raineri. Segnalo infine due discussioni collettive sul Medio Oriente. La prima in occasione della presentazione di un libro curato dalla redazione di Osservatorio Iraq sulle Rivoluzioni violate, cinque anni dopo; la seconda, sul  jihad in Medio Oriente, è dedicata allo Stato islamico, al ritorno di al-Qaeda e all’evoluzione del pensiero jihadista. Un tema quanto mai attuale.
 
Quale sono le prerogative specifiche del salone, che lo differenziano dalle altre manifestazioni editoriali?
Pensiamo al nostro Salone non come a un “festival”, ma come a un’occasione di incontro e formazione. Come una serie di seminari, in cui contino di più i temi discussi, la loro urgenza e la serietà di chi li affronta rispetto ai grandi nomi, alla loro notorietà al pubblico. E il nostro pubblico sembra apprezzare. Di anno in anno si è creata una piccola comunità. I criteri di scelta sono semplici. Il Salone è realizzato da un gruppo circoscritto di persone, quelle che ruotano intorno alla casa editrice e alle riviste dirette da Goffredo Fofi, ma attinge a un’area culturale ampia, costruita negli anni, fatta di passione e competenza. Una volta scelta la cornice tematica, chiediamo consigli, ci facciamo suggerire nomi e temi eventuali. Poi precisiamo il tiro. E scegliamo ciò che ci convince di più. A me spetta il compito di sollecitare i nostri amici, raccogliere i suggerimenti, capire quali siano utili e quali meno, e poi tirare le fila. La metà dei circa cinquanta incontri del Salone è decisa da noi organizzatori, l’altra metà dagli editori presenti con uno stand.
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